venerdì 17 febbraio 2012

“La signorina Giulia”di Valter Malosti seduttrice e vittima in equilibrio precario

Una pedana catapultata verso il pubblico, mura sbriciolate e botole che ingoiano voraci. In scena all’Arena del Sole La signorina Giulia di Strindberg, cronaca di ordinaria degradazione umana e di una inevitabile discesa agli inferi.

La storia della contessina Giulia, giovane donna educata dalla madre secondo valori femministi e misogini, che nella notte di mezza estate, ebbra di musica e di alcool, seduce spregiudicatamente l’ambizioso servo Giovanni per poi restarne schiacciata, diviene, nella regia di Valter Malosti, la traccia per una messa in scena della tendenza degli uomini a scivolare verso il basso, l’animalesco, il terreno, l’inferno.
Messe da parte lotta tra sessi e tra ruoli sociali, tematiche classiche legate al testo del drammaturgo ottocentesco, Malosti punta tutto su una versione inedita che fa dei personaggi tre campioni della civiltà contemporanea. In primo piano, dunque, la degradazione di tre figure umane. Nessuna tesi da perseguire, nessun moralismo da propinare. Eliminata pure la rassicurante distinzione tra i caratteri mutevoli di Giovanni e Giulia e la solidità concreta di Cristina. Una Cristina cui la regia assegna un ruolo nuovissimo, sganciandola dalla sola funzione di cuoca e riproponendola in veste di donna e di amante, come testimonia la riduzione a elemento scenografico marginale di quei fornelli che di quella originaria funzione sociale sono simbolo inequivocabile. Emblematica, a tal proposito, la scena in cui la domestica, durante l’amplesso degli altri due, cerca piacere da sola dimostrando di avere istinti carnali allo stesso modo della contessina.

Lo spettacolo non lascia margini di speranza. Nessuno dei tre protagonisti si salva dal vortice gravitazionale che risucchia impietoso. A Giulia, in particolare, non si concede nulla. Lei deve morire. E, infatti, allontanandosi definitivamente dal testo originale, Malosti chiude la messa in scena con il suicidio a vista della donna.
La morte, d’altronde, vaga sulla scena fin da subito, racchiusa in simboli più o meno evidenti come quello del rasoio, arma del suicidio di Giulia, che passerà tra le mani di tutti e tre i personaggi.

Perfetta, ai fini dell’intenzione registica, la scenografia di Margherita Palli. Uno spazio ritagliato nella scena racchiuso da pareti disgregate e poggiato su un piano inclinato che si oppone a un equilibrio statico facendo scivolare ogni cosa verso il basso, verso botole simbolo di quegli inferi che attraggono inesorabilmente tutti e tre i personaggi. Aperture nel pavimento che all’occorrenza diventano giaciglio per un amplesso, dispensa da cui saltano fuori bottiglie di birra vuote da cui si finge di bere, o ripostiglio.

Funzionali alla lettura di Malosti anche le luci e i suoni che, oltre a delineare una dimensione surreale, onirica, in cui tutto può accadere, esplicitano i passaggi drammaturgici come fossero didascalie. Esempio sublime quello del fascio di luce rossa che inquadra il canarino morto e che si espande progressivamente fino a ingoiare Giulia, il cui suicidio si consumerà di lì a poco.

Equilibrio incerto, invece, quello che si è creato tra gli attori. Acerba l’interpretazione di Valeria Solarino - nel ruolo di Giulia - che, abituata all’occhio minuzioso della telecamera, si rivela inesperta nell’attirare l’attenzione dello spettatore teatrale e di orientarla nella giusta direzione. Abile nel rendere i più piccoli dettagli psicologici attraverso le espressioni del volto, mostra un busto irrigidito e talvolta impacciato. Un’enfasi eccessiva, infine, toglie valore alle parole intrappolando l’attrice in una recitazione monocorde e poco coinvolgente. Più convincente Malosti, che nel disegnare un Giovanni freddo, asettico e sprezzante, può limitarsi volutamente a una declamazione rapidissima e cantilenante priva di sbalzi e di coloriture. Superba, infine, Federica  Fracassi nel ruolo della cuoca: rende con straordinaria efficacia lo stereotipo della serva ipocritamente bigotta, piegando un esibito dialetto lombardo alle esigenze di bassezza culturale e di ignoranza plebea che si addicono a una cuoca di fine ottocento. Ne risulta un personaggio ambiguo, pudico e scollacciato insieme, eppure credibilissimo.   

Rossella Menna

2 commenti:

  1. ottimo articolo!!!complimenti!
    melissa maria teresa

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  2. Non bisogna avere timore di nominare anche l'autore del sublime fascio di luce rossa....data la giusta e sottile interpretazione di Rossella.

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