venerdì 29 novembre 2013

Discorsi a una nazione decaduta: sold out per Celestini al Pubblico di Casalecchio


Il sipario è aperto su un palco quanto mai scarno, se non pochi oggetti in centro fondamentali, tra cui il microfono e il podio da cui Ascanio Celestini terrà il suo discorso finale presidenziale. Delle voci di leader in varie lingue accolgono il pubblico, frastornato e spaesato dalla baraonda, a centuplicare il discorso sul potere mai buono (bisogna essere così coglioni per credere che esistano poteri buoni, diceva l’anarchico De André), che pervade tutto lo spettacolo. 
 

Tra le vari voci, anche quella di Silvio Berlusconi, naturalmente: e naturalmente il riferimento al pregiudicato in questo giorno particolare non poteva né voleva essere evitato nei primi dieci minuti di spiegazione dello spettacolo e intrattenimento del pubblico da parte dell’attore-narratore-solista Celestini. Instaurata l’atmosfera cordiale e divertita nel pubblico, la prima frustata di dolorosa riflessione arriva dal discorso-ripetizione sui valori di sinistra pervertiti piano piano dalle logiche mostruose del potere, e solo lentamente lo spettatore si rende conto che lo spettacolo, il vero spettacolo, come continuamente promesso da Celestini, sta per iniziare. Esattamente quando l’attore, che dice di essere di sinistra, fa il saluto romano e dice “me ne frego”, si abbassano le luci e si fa palesemente, prepotentemente chiaro l’inizio dello spettacolo, metafora corrosiva e amara della nostra realtà basata su un’ingiustizia sociale di fondo. La metafora quindi: una pioggia continua pervade il paese, che sembra preoccuparsi solo di questa (“d’altronde la pioggia bagna tutti, mentre la guerra non uccide mai tutti, quindi è più grave la pioggia”), mentre una guerra civile tra classi continua a mietere le sue vittime. In una palazzina di alienati sociali, vediamo l’angoscia di una routine mortale di uomini mediocri, razzisti e potenziali killer che si frantuma in mille pezzi.


 L’unica (falsa) soluzione a questi mali sembra il solito uomo della provvidenza, appartenente come sempre alla classe dominante, egemone, la cui retorica è completamente smontata e svelata da Celestini. E qui la metafora ritorna sui binari della realtà, perché uno di questi uomini della provvidenza, poi mostratisi per quelli che sono, è citato esplicitamente, ovvero Mario Monti e la sua famigerata battuta sulla noia per il posto fisso.
A fine discorso lo spettatore si trova in una trappola diabolica: applaudirà l’attore o il tiranno di turno, piegandosi anche lui alle logiche del potere? Perché noi spettatori siamo rotelle di questo sistema malato, ci spiega l’attore-dittatore nel suo discorso, e quindi nella nostra misura siamo responsabili delle storture del mondo. Ascanio Celestini lancia dunque uno schiaffo potente allo spettatore nella critica corrosiva ed efficace al sistema a cui, bisogna ammetterlo, risulta difficile replicare. Ma esserne convinti significa accettare la nostra parte di colpa e di responsabilità. Cosa resta, dunque? Un’esperienza di riflessione che è assolutamente necessaria per chi voglia definirsi cittadino, del mondo. Una lezione di vita, di storia, di alto teatro, da vedere, da soffrire, da riflettere.


Discorsi alla nazione – Uno spettacolo presidenziale, visto a Pubblico Teatro di Casalecchio di Reno, il 27 novembre 2013

Fabio Raffo

mercoledì 27 novembre 2013

Bologna-Ravenna: navetta gratuita. Al Teatro Rasi per lo Splendore dei Supplizi

Non possiamo perdere le occasioni di andare a teatro, specie se il trasporto per raggiungere il teatro è gratuito, e il biglietto ha prezzi ridotti per gli under 30!
Al Teatro Rasi di Ravenna, sabato 30 novembre ore 21 sul palco con Lo Splendore dei Supplizi ci sarà la Compagnia Fibre Parallele, che per la prima e unica volta andranno in scena in Emilia Romagna.
Candidati ai Premi Ubu 2013 come "migliore novità italiana o ricerca drammaturgica" e a Riccardo Spagnulo come "miglior attore under 30" (www.ubuperfq.it).


Ravenna Teatro / Teatro delle Albe
Teatro Rasi presentano
FIBRE PARALLELE
Lo Splendore dei Supplizi 
di e con Licia Lanera e Riccardo Spagnulo
e con Mino Decataldo
produzione Fibre Parallele e Festival delle Colline Torinesi

Quattro storie costituiscono Lo Splendore dei Supplizi. Vicende che raccontano le condanne di un presente schizofrenico: c’è la coppietta in crisi, un giocatore compulsivo di videopoker, la convivenza forzata di una badante straniera con un vecchio un po’ razzista un po’ infame e ci sono due operai che rapiscono un vegano per sfogare l’insoddisfazione di una vita che non ha più senso. Fibre Parallele è tra le realtà più sorprendenti delle nuove generazioni teatrali.
Spettacolo realizzato nell’ambito di Teatri del Tempo Presente - progetto interregionale di promozione dello spettacolo dal vivo, a cura del MiBAC - Direzione Generale per lo spettacolo dal vivo e delle Regioni: Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto.
durata 2h

BIGLIETTI Lo Splendore dei Supplizi

intero
12 €
ridotto
10 €
under30 e over65
8 €
partecipanti non-scuola
5 €

soci Coop Adriatica e Abbonati alla Stagione di Prosa

NAVETTA DA BOLOGNA
Partenza dall'autostazione di Bologna alle ore 19.20.
La prenotazione è obbligatoria e va effettuata entro giovedì 28 novembre.
Informazioni e prenotazioni tel. 333 7605760 / 0544 36239
organizzazione@ravennateatro.com


Scarica qui il programma di Ravenna viso-in-aria in PDF



martedì 26 novembre 2013

Crònica de Joseé Agarrotado (menudo hijo de puta)

Due sedie, un tavolo, un bidone della spazzatura, adibito a pozzo con tanto di acqua, un regalo impacchettato pronto per essere consegnato al fortunato. E un uomo che, seduto nella penombra, non stacca gli occhi da un cronometro che porta nella mano sinistra.
Una scena del tutto essenziale accoglie gli spettatori di Crónica di José Agarrotado: perfino le luci, soffuse, sembrano essere esse stesse un modo intimo e naturale per invitare il pubblico a prendere posto in fretta tra le poltroncine scure. Perché qualcosa, aldilà del filo impercettibile tra scena e platea, di misteriosamente urgente e necessario, sta prendendo vita.


Le luci scompaiono ed ecco apparire sulla scena un altro uomo, con lo sguardo perso nel vuoto. All'improvviso un boato, una musica elettronica che scuote l'intero scenario, pervade i corpi degli attori: insieme iniziano a fluttuare nello spazio, saltano, scappano, sbattono i pugni contro le pareti, affondano la testa nell'acqua, sfuggono l'uno dall'altro, cercando di evitare qualsiasi tipo di contatto, muovendosi equidistanti su un filo sottile che diviene barriera invalicabile, insondabile, separando i corpi quanto le parole.
L'incomunicabilità, fisica e verbale, viene così svelata fin da principio e diviene il vero tessuto drammaturgico che si snoda tra i corpi degli attori, veri e propri segmenti base del momento performativo.

Cronica de Josè Agarrotado ha veramente ben poco a che vedere con una narrazione fatta di parole, di lettere, di sillabe o di rime in versi. Quella ad essere raccontata non è una storia da manuale. A narrare e a narrarsi reciprocamente sono i corpi, nei loro profili scultorei, nelle loro ombre che si tratteggiano nello spazio, nel loro divenire specchio di una crisi comunicativa che si intesse nella nostra attuale esistenza sociale.

Lo spettatore si ritrova, fin dall'inizio, di fronte a due attori che si muovono equidistanti l'uno dall'altro.
Si scrutano, si scambiano una frase senza senso, Cuando te lo diga yo (Quando te lo dico io) senza che l'altro riesca mai a portare a compimento quanto chiede il primo.



Ed è proprio da questa domanda senza risposta, che si origina una musica assordante, penetrante, in cui si ha la sensazione di vedere letteralmente annegare i corpi degli attori.
Si delinea così una lotta di impulsi frenetici, in cui gli attori si scambiano continuamente i ruoli: se uno affonda la testa nell'acqua, l'altro lo libera, buttandosi a sua volta nel bidone.
Non mancano i tentativi di abbracciarsi, che finiscono inevitabilmente in uno scontro, in una lotta di nervi durissima. Gli attori bussano contro le pareti, contro il tavolo, contro le sedie, spostano continuamente gli oggetti in maniera compulsiva, l'uno modificando quanto fatto dall'altro.
Ci si annega dentro le bolle di fumo, le sigarette diventano uno dei pochi elementi di contatto con l'altro: gli attori fumano i rispettivi sigarillos, costituendo addirittura un gioco in cui crogiolarsi, solleticarsi, l'uno respirando il fumo dell'altro. Danno così vita ad un incrocio, nel tentativo di annusarsi e sottrarsi dalle barriere dell'incomunicabilità.

E poi il regalo: diviene parte stessa della frenesia, viene trascinato da una parte all'altra della scena, lo si dona all'altro, lo si apre, sfondandolo violentemente, secondo ciò che appare come un rituale spasmodico, dove l'uno incoraggia l'altro ad aprirlo, fino a quando la carta viene strappata in mille pezzi. Viene così svelato cosa contiene il pacchetto magico: un coltello che, secondo il donatore, dovrebbe essere un po' come un vestito da indossare. L'altro se lo prova, lo armeggia prima contro di sé e poi contro l'altro. Nuovamente una lotta, nuovamente barricati oltre quella lama che ora appare visibile, concreto simbolo dei numerosi, infiniti fili invisibili, intessuti nello spazio scenico, che impediscono ai due uomini di avvicinarsi.


La musica cessa, si interrompe. Una frase rompe il silenzio. Te quiero (Ti amo) e la risposta Yo tampoco (Neanch'io). Prende il via così la ripetizione all'infinito di una frase che riceve una risposta che non sembra essere proprio adatta a quella dichiarazione, e che sembra rimandare alla celebre canzone di Serge Gainsbourg e Jane Brikin Je t’aime, moi non plus (Ti amo, nemmeno io) .
Fino ad arrivare ad altrettanti tentativi di comunicazione che iniziano con un Por eso (Per questo) e terminano con un Por ti (Per te).

Una nuova musica prende il via, questa volta scandita da un 'tic tac', prima rallentato e poi accelerato, ed accompagna l'ultima frase di uno dei due attori: Yo no tengo nada que decir (Io non ho niente da dire). Poi la sua uscita di scena, con l'ombra della sua sagoma che si delinea sul fondo, fino a scomparire oltre l'uscita laterale.
In scena resta un solo attore, e continua a chiedere Estas allì verdad? (Sei ancora lì vero?), fino a perdersi con lo sguardo oltre la sedia del suo compagno, vuota, illuminata unicamente da alcune luci soffuse.
Si chiude così il filo rosso dello spettacolo, nella ricerca, nella mancanza quasi morbosa dell'altro, nonostante l'impossibilità di comunicare che divide due uomini, due corpi, due menti.
Anche mentre il pubblico lascia la sala, l'attore continua a restare lì, sussurrando sempre lo stesso monologo tra sé e lo spazio che lo circonda.

Cronica de Josè Agarrotado svela e mette a nudo all'interno dello spazio performativo la confusione terribilmente paradossale che avvolge le relazioni, l'impossibilità con la quale spesso ci si scontra nel cercare di comprendere o solo ascoltare quanto ci circonda.
E lo fa attraverso un modo che forse comunica più di ogni altro, ovvero tramite i corpi, intessendoli di gesti che si fanno parola.
Si assiste in maniera tangibile al rincorrersi continuo, in un’altalena di emozioni, dei corpi che mettono a nudo quella confusione soffocante, risucchiante che deriva dall'esistenza stessa, dall'incomunicabilità, dal non riuscire a percepire ciò che non risulta razionalmente comprensibile. Tutto ciò da frasi, gesti, frammenti che non comunicano. E si mostrano lì, integri, nella loro perfetta vacuità.


Nel suo complesso Crónica de José Agarrotado tuttavia comunica. Attraverso lo scontrarsi continuo dei due uomini, attraverso il rifuggire dalle parole, attraverso la ricerca di quello spasmo comunicativo dei corpi, che ci riporta ad uno stato di nudità non solo dell'esistenza. Ma anche del teatro, dimostrando la possibilità di poter scandagliare l'universo del corpo per farsi esso stesso partitura scenica.

Si rischia spesso di perdersi dentro a questo vortice frenetico dell'incomunicabilità.
Ma questo forse resta un elemento profondamente ricercato da David Clement e Pablo Molinero, attori della compagnia Los Corderos, drammaturghi, registi dell'opera, per rendere ancora più visibile la confusione contagiosa che deriva dalla rigidità delle barriere insite in “José Agarrotado”, “José Irrigidito”.
Un lavoro che comunica in maniera lucida e tangibile la possibilità di rendere visibile l'impossibilità che ci circonda nella vita. E spesso, soprattutto nel teatro.

Visto a Sala Maria Plans, Terrassa, Barcellona il 23 novembre 2013

Carmen Pedullà

lunedì 25 novembre 2013

Pubbliche conversazioni dopoteatro: Celestini inaugura la Stagione del Pubblico di Casalecchio


Torna, nella stagione 2013/14 il ciclo di incontri con le compagnie, con una nuova formula intitolata Pubbliche conversazioni dopoteatro.
Quella degli incontri con le compagnie è, per il Pubblico Teatro di Casalecchio, una consuetudine che oltre ad essere occasione di approfondimento e di incontro dopo lo spettacolo, vuole essere anche momento di
formazione del pubblico. Gli incontri, che verranno annunciati nel corso della stagione, accompagneranno
tutti gli spettacoli, prevalentemente legati a temi di carattere civile e politico.


Il primo incontro è il 27 novembre, dopo lo spettacolo Discorsi alla Nazione, tra il protagonista Ascanio Celestini e Simone Gamberini, sindaco di Casalecchio di Reno, chiamato a confrontarsi sul linguaggio della politica.

È in questa data che si apre la Stagione di Pubblico Teatro di Casalecchio di Reno.

Quella di Celestini è in realtà un’affilata analisi del linguaggio politico, da quello quotidiano a quello dei personaggi pubblici, fatta attraverso i meccanismi dell’identificazione: egli esordisce con considerazioni e giudizi capaci di catturare il pubblico, mediamente “consapevole e attivo sul piano della cittadinanza, per poi condurre quelle stesse considerazioni e quegli stessi giudizi attraverso il luogo comune, verso una spirale xenofoba, liberista, qualunquista o comunque ispirata all’egoismo sociale che tratteggia non solo una geografia di valori politici allo sfascio, ma anche una profonda crisi di identità collettiva e individuale”.


Si legge dalle anticipazioni che nel corpo centrale dello spettacolo, quando Celestini dà vita e voce ad una serie di personaggi tutti abitanti di un ipotetico condominio, prevale l’interpretazione e la proiezione di un mondo che potrebbe essere il nostro in un immediato futuro. Lì, in un agglomerato di solitudini, in una convivenza a-relazionale di individualismi costretti in un identico luogo, prende forma un mondo distopico sull’orlo del collasso e in piena guerra civile. In questi monologhi troviamo elementi di possibile identificazione col nostro mondo e col nostro pensiero più elementare, per poi vederli entrambi avvilupparsi in una spirale grottesca e iperbolica, dove è possibile, ad esempio, che una persona decida di vivere sempre con la pistola.
Chiude il cerchio il discorso del tiranno che chiede al popolo di farsi eleggere. L’uomo forte che è la
soluzione a tutti i mali, ma a quale prezzo? Quello di vivere in modo gregario e massificato o, per dirla con la potente metafora usata dal novello tiranno, fare come fanno i pesci piccoli che non saranno mai in grado di mangiare il pesce grande: “L’unica possibilità di sopravvivere per un pesce piccolo è diventare parassita del pesce grande, mangiare gli avanzi del suo pasto e in cambio spidocchiargli la pinna”. È in questo discorso di chiusura in cui arringa direttamente il pubblico che ritroviamo il Celestini più coriaceo e ironico, con una sovrapposizione allusivamente inquietante tra la folla di cittadini-sudditi a cui si rivolge il tiranno e la platea di spettatori.


27 novembre ore 21

DISCORSI ALLA NAZIONE
Uno spettacolo presidenziale
Di e con Ascanio Celestini
Suono Andrea Pesce
Produzione Fabbrica srl 

Info e prenotazioni 051/570977 info@teatrocasalecchio.it

I ragazzi di Arte e Salute "in classe" all'Arena del Sole


Nanni Garella porta avanti da anni una proficua collaborazione con Arte e Salute, ONLUS di Bologna che da modo a persone in cura psichiatrica di esprimersi sulla scena. Dopo il grande successo ottenuto al Napoli Teatro Festival 2013, ripropone a Bologna la sua messa in scena de La Classe di Tadeusz Kantor (Teatro delle Moline, dal 7 novembre al 21 novembre).


La classe morta, del 1975, è la pièce più celebre e di maggior successo del poliedrico artista polacco (che parallelamente al teatro si espresse anche nelle arti figurative). A questo proposito una prima annotazione è che l’allestimento di Garella interpreta efficacemente la dimensione pittorica dell’autore e la rappresentazione vista alle Moline si trasfigura con grande efficacia in una sorta di installazione perpetua viva, accesa e fortemente espressiva in ogni suo ‘fotogramma’.

Le luci soffuse disvelano dall’oscurità un’aula scolastica: un’ordinata corte di banchetti vecchio stile, angusti quanto basta per accogliere scolaretti compunti e minuti, come nelle memorie in bianco e nero di genitori e nonni.
Ma quelli che entrano in scena, goffamente disciplinati nei loro vestiti scuri e formali non sono bambini. Sagome polverose dal volto bianco la cui età non dovrebbe più avere niente a che fare con banchi, sussidiari e mele regalate alla maestra.
Sicuramente il signore in fondo era, al tempo, il primo della classe. Ostentatamente ligio, motivatore dell’altrui voglia di imparare ed eternamente intento a rimproverare con puerile e garbata dolcezza lacune e svogliatezze.


C’è la bella che tutti i maschietti desideravano provandone allo steso tempo soggezione, consci che avrebbe avuto il potere di chieder loro qualsiasi favore, compreso il far copiare il famoso compito in classe.
C’è la ragazza carina ma insicura, che timidamente cela dietro a una cortina di capelli la sua vera emotività e forse qualche brufolo di troppo. E c’è l’impassibile dignitoso sempliciotto che se ne prende silenziosamente cura con zelo e devozione, incoraggiandola a esprimersi e accompagnandola a braccetto all’uscita dalla classe.
Queste sagome così vere e familiari sono forse il ricordo della loro stessa vita conclusa.
Situazioni, dialoghi e dinamiche di interazione fra i personaggi si ripetono ossessivamente secondo uno spartito che prevede solo piccole variazioni sul tema.
Intrappolati nella propria inscalfibile ripetitività, gli eterni scolaretti cercano autisticamente di sopravvivere non tanto per non concludere il loro percorso quanto piuttosto nella vana speranza di potervi trovare un finale differente.
Ritentare, rimediare a matrimoni falliti, emanciparsi da tabù sessuali, generare una prole, soddisfare le proprie ambizioni represse. Ma un’inedia endemica, o forse l’impossibilità stessa di tornare indietro, li condanna a un esilio fatto di autismo compulsivo e di impotente contemplazione di sé stessi.

Al cospetto del rogo sacrificale di ricordi e rimpianti perpetrato dal resto della classe, appare quasi più serena la presenza di un compagno caduto al fronte nella prima guerra mondiale che, senza interagire con alcuno, inneggia e si atteggia da patriottico soldatino. Un fantasma anch’esso, anch’esso forse inconsapevole della propria dipartita, ma privo dell’angosciante senso di non finito che attanaglia gli altri. Morto pieno di energia e ideali, li rivive in eterno con occhio acceso e movenze enfatiche.


L'unico personaggio a tracciare velatamente lo scorrere del tempo è il bidello, enigmatica presenza estranea e a tratti totalmente disinteressata agli spettrali frequentatori della classe. Non riconosce i decrepiti e tuttavia vivi fantasmi degli scolaretti, bensì gli immobili manichini che li raffigurano da bambini, forse perché custode della tomba della loro infanzia per sempre perduta. Nel finale riappare surrealmente mutato, forse a sottolineare la propria estraneità alla stasi di cui è spettatore.

Il valore aggiunto, nella messa in scena di Garella sono indiscutibilmente gli attori di Arte e Salute, che stupiscono con la loro convincente e coinvolta recitazione e calzano a perfezione i rispettivi ruoli con i loro volti e corpi tanto autentici quanto espressivi. Persone reali, reduci da un confronto difficile con la propria psiche, che grazie ad un laboratorio di recitazione hanno avuto modo forse di esplorarsi più a fondo di quanto sia possibile con le cure.

Malgrado tutto, una volta usciti da teatro, non è l’inquietudine a prevalere. Non la paura che tutto stia andando troppo in fretta o l’angosciosa sensazione si essere in ritardo per studiarsi, migliorarsi o reinventarsi. La claustrofobica scena concepita da Kantor e ben letta e interpretata da Garella e i suoi emoziona e turba, ma alla fine si traduce in un monito sì severo ma quasi confortante. Finché si è vivi, ancora si può scrivere nelle proprie vite. L’inquietante dubbio semmai è se si avrà la forza di farlo.

Visto al Teatro delle Moline, il 21 novembre 2013

Sophie Claire Del Bianco

domenica 24 novembre 2013

Orchidee: il viaggio nell'eternità di Pippo Delbono

Spoglio il teatro dai suoi orpelli, il nero del palco annulla la finzione per cominciare a urlare contro l’ipocrisia della vita che soffoca le verità del mondo. Uno schermo gigante sul fondale denuncia la malattia del nostro secolo: l’ingordigia del finto, del bello apparente.


La voce fuori campo di Pippo Delbono si sostituisce da subito alla voce della gentile signorina che ogni volta ci invita a spegnere i cellulari per poi riflettere: "Perchè la gente parla solo tramite la tecnologia? Mia madre diceva: Cos’è ‘sto IuTub, ‘sto Feisbuk? Se n’è andata perché non ci capiva più niente di questo mondo. Lei fermava la persone per strada, ci parlava, raccontava a tutti i fatti miei… E io dico tanto di mia madre, ma anch’io fotografo, filmo tutte le persone, le cose che vedo... Ho ripreso anche lei, mentre si spegneva, e un ciliegio, simile a quello che quando ero piccolo invadeva con i suoi fiori la nostra casa… Poi qualcuno l’ha tagliato, e quell’odore è finito per sempre”. 

Non è uno spettacolo, ma un flusso di coscienza fatto di immagini, suoni e parole. Non vuole raccontare una storia, ma ricercare la Verità, denunciare le ingiustizie di una società che spreca tempo a condannare gli omosessuali, mentre il mondo va incontro a un’implosione autodistruttiva.
Orchidee, l’ultimo lavoro di Pippo Delbono debuttato a Modena nel maggio 2013, si rivela per quadri: una successione in cui il nesso logico non è contemplato, è contro natura, proprio come la discriminazione di una madre nei confronti di un eventuale figlio omosessuale, proiettata sul maxi schermo presente in scena.


Ignobile sozzume fagocitario di cibo e sesso, l’uomo occidentale è ritratto come un disilluso investito da troppa estasi, che sgambetta rintronato a ritmo di musica disco anni ’80. Che problema c’è se a ballare La Tropicana è un uomo in body nero, un boa di piume al collo e delle piume di pavone in testa? In fondo anche Nerone era un “libertino sessuale, e non andava bene”, commenta come voce fuori campo Delbono portando in scena il playback di attori cimentati con un frammento del Nerone di Pietro Mascagni.
Un animale solitario che mangia sé stesso, destinato a distruggersi e morire. Dalla bocca dell’attore-regista affiorano i versi innamorati di Romeo e Giulietta e lo struggente finale del Giardino dei Ciliegi, urlati verso il baratro dell’eterna oscurità. Il mondo svanisce e muore, il sonno eterno sembra l’unico destino che ci spetta. 


Il fil rouge della pièce vuole essere la vita appannata dal bello e sublime di plastica, fatta di perle di saggezza e aforismi sulla “grande” bellezza. 
Delbono ricrea il mondo in chiave fantastica come trampolino di scandali, meraviglie, violenze, attingendo dal nostro mondo e dalla sua esperienza. Non concepisce questi sguardi che paparazzano, ma non si guardano, le modelle ammiccanti e gli sguardi prosperosi proiettati sullo schermo, paragonati subito dopo a scimmie aggressive. Non comprende il pubblico apatico, più volte citato come “gli abbonati del turno A”, seduto in platea insensibile, che non si emoziona o non piange alle parole d’amore di Giulietta e di Romeo contro la morte.


“In questo mondo in cui non riconosco la Bellezza, dove i vivi sono già morti e i morti restano ancora tra di noi”, la madre, ormai defunta un anno fa, è sempre presente col suo innocente perbenismo cattolico. Rivive negli aneddoti raccontati dal Delbono narratore: da quando gli insegna la pudicizia fra uomo e donna nei suoi primi anni di vita a quando, sul capezzale di morte, gli promette che resterà sempre con lui. Assistiamo agli ultimi giorni in vita della donna dall’obiettivo di una cinepresa che inquadra le mani scarne accarezzate da quelle paffute e in buona salute del figlio; un tubicino le passa tra le narici del naso, asportandole via il sangue e la vita stessa.


E subito dopo il caos di sempre e i blateri riprendono, tra le musiche di Enzo Avitabile, la poesia di Oscar Wilde e altri grandi della letteraura mondiale in nome di una fratellanza che dovremmo apprendere dagli africani, “poiché lì tutti sono fratelli”.
Perché Orchidee? Perché in francese vuol dire eternità. Eterna come la speranza di una vita vera, che non sia solo la vita teatrale che si isola dall’asettica quotidianità. Eterno come l’amore per la madre, a cui dedica questo spettacolo.

Visto all'Arena del Sole il 21 novembre 2013.



Orchidee
uno spettacolo di Pippo Delbono 

Con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella.
Immagini e film Pippo Delbono
Musiche Enzo Avitabile
Luci Robert John Resteghini



Angela Sciavilla

I Trocks: donne per la Danza, uomini per la Vita


La sagoma di un castello immerso nelle tenebre, la scena spoglia di allestimenti, il sipario inesistente e gli elevati teli neri delle quinte: questa è l’accoglienza prevista per il pubblico di amatori dell’arte coreutica, fin da subito coinvolto nell’atmosfera drammatica e classicheggiante che la stessa architettura dell’edificio suggerisce. Calano, dunque, fiocamente le luci in platea e una voce fuori campo demitizza il contesto accademico dell’evento, elencando le coreografie che saranno presto eseguite e, soprattutto, i nomi del cast di danzatori talmente buffi e ironici da infrangere il silenzio religioso dell’Auditorium con un’eco di sguaiate risate e applausi di approvazione. Questo il biglietto da visita de Les Ballets Trockadero de Monte Carlo: la danza non è solo sinonimo di disciplina e sacrificio, ma anche di gioia ed entusiasmo.

 
 E come non intraprendere questo viaggio cominciando proprio dal balletto classico per eccellenza, Il lago dei cigni, di cui viene esposto interamente il secondo atto, sicuramente il più celebre quanto virtuosistico. I quattro protagonisti non esitano troppo a lungo a calcare il palco, impreziosendo l’azione scenica di costumi variopinti, gag esilaranti, assoli e pas de deux tecnicamente impeccabili, ma qualcosa, comunque, confonde gli sguardi ipnotizzati degli spettatori: l’eleganza dei passi e la malizia degli ammiccamenti di Odette, incorniciati dal trucco facciale rievocante lo scintillio delle più famose Drag Queen, discorda con l’imponenza del torso muscoloso. Sarà forse questo il sortilegio del diabolico stregone Von Rothbart? Ebbene, no. Si tratta proprio di un uomo, Robert Carter, aitante ballerino di origine afro-americana, star internazionale del balletto classico-accademico.



La sua apparizione en travesti non sarà l’unica: picchiettando il pavimento in traiettorie diagonali con velocissimi pas de bourrée couru surles pointes, otto ballerini in candido tutù romantico e ciglia troppo voluminose per rappresentare gli eterei volatili lacustri, si muovono in maniera volutamente maldestra, beccano verso il pubblico e riproducono perfettamente il verso dei cigni, mimando persino la fase di nuoto attraverso degli arabesque saltellati e coordinati a bracciate in stile rana e cagnolino. La comicità dell’intera sequenza coreografica, però, non riesce a mascherare le evidenti imprecisioni di coordinazione ed equilibrio, dettate forse da un eccesso d’emozione o d’inesperienza. Fortunatamente con il famosissimo passo a quattro, imbastito dai magistrali virtuosismi ironici di Davide Marongiu sconfinanti nel mondo del can can parigino finanche al salto della corda fanciullesco, il riso del pubblico torna sovrano e la gioia della visione diviene sempre più inarrestabile.
Il lavoro coreografico di Lev Ivanovich Ivanov si accinge a concludersi, ma, di contro, la musica di Čajkovskij incalza precipitosamente e si disperde in un climax ascendente di developpé, grand jeté, manège di giri piqué, singoli e doppi, che sfortunatamente non riescono a occultare la fatica di salire sulle punte ed interpretare la leggerezza di un “volo” cignesco: difatti l’ultima sequenza di pirouette della protagonista, accompagnata dalla spinta dell’altrettanto provato partner, fa sfoggio di quella retrograda quanto antiestetica disciplina accademica russa che frantuma l’incanto del giro con un mero frullare, sulla stregua delle trottole da pattinaggio artistico su ghiaccio. Ma alla compagnia dei Trocks, in fin dei conti, importa ben poco di proporsi come vessillo di perfezione e sublimità, tanto da ridicolizzare persino il momento dell’applauso finale con annessa consegna dei fiori all’étoile.


Abbandonando l’algida atmosfera del paesaggio lacustre incantato, le luci s’infiammano all’ingresso di una seducente ballerina latino americana, divoratrice dell’attenzione del pubblico durante l’intera esecuzione del Pas de Deux tratto dal balletto Don Chisciotte di Marius Petipa. Questa piccola saetta, dalle doti corporee degne di una prima ballerina del Teatro Bol’šoj di Mosca, non è altro che Carlos Hopuy, famosissimo danzatore cubano e pietra miliare dei Trocks, che attraverso capriole e schiocchi di dita, ma anche giochi col ventaglio e virtuosistici fouetté, regala alla città di Bologna un piccolo stralcio di vitalità e passione ispanica.
Dalle spagnoleggianti melodie, intessute egregiamente nelle vicende del condottiero visionario di Miguel de Cervantes, lo spettacolo si catapulta in un tempo ancor più remoto, quando lo strofinio delle corde degli archi allietava le feste di corte e lo sfarzo dell’oro e del pizzo inghiottiva le case e le genti di elevato rango sociale: il Barocco. La compagnia en travesti, di contro, rinnega l’ostentazione di quel lusso portentoso, vestendo i sei danzatori protagonisti di soli body e gonnelline neri, e proclama in forma di danza la gioia di vivere che le note del Concerto Brandeburghese di Johann Sebastian Bach suggeriscono ai sensi, insieme con i fiocchetti rossi simbolo della lotta contro l’AIDS.
Prima dell’ultimo tragitto nel repertorio classico-accademico, Paul Ghiselin, nella cornice di candido occhio di bue, delizia lo sguardo con un cult dei Trocks. Una pioggia di piume bianche, accartocciamenti da indigestione, capogiri e braccia storte sono i sintomi, assolutamente caricaturali, della morte di Odette, il cigno bianco, che, nonostante l’enfatizzata bruttezza del trucco facciale, conferisce alla pièce quell’immenso splendore performativo che travalica le barriere della Storia per attraversare quelle del Mito.


Le risate del pubblico non sono ancora del tutto scemate quando Marongiu rientra in scena nei panni della Dama Bianca che, come annota la didascalia del libretto di scena, a volte è una statua, a volte un fantasma, ma comunque un enigma. Si posiziona esattamente al centro del fondale, pietrificandosi in un sorriso di plastica e reggendo una torta nuziale tra le mani: sono stati tutti invitati al matrimonio di Raymonda e del Conte Jean de Brienne, suo sposo.


Le quattro damigelle, ornate di uno sgargiante tutù arancione, si contendono la scena coi propri assolo, ammaliando il pubblico con occhiolini, rotazioni del bacino da salsa cubana e immancabili batterie di salti e giri classico-accademici. Ma la vera regina del palcoscenico è la sposa, interpretata dal connazionale Raffaele Morra, che agguanta la completa attenzione del pubblico con una danza sempre più accelerata dal battito delle mani e dagli innumerevoli fouetté, ispiratori di un vago isterismo collerico, forse tipico di ogni donna maritata smaniosa di un ricordo perfetto del giorno più bello della propria vita.

Visto al Teatro Auditorium Manzoni, il 18 novembre 2013



Marco Argentina