venerdì 11 novembre 2011

TEATRO NŌ, il corpo in scena tra continuità e discontinuità: THE ITALIAN RESTAURANT

LA RECENSIONE
10 novembre: il debutto
Laboratori DMS: ultimo giorno per gli studenti-attori del workshop sul teatro nō condotto dal Maestro Umewaka Naohiko.
La tensione è vibrante, le gambe sembrano dover cedere da un momento all’altro. E’ arrivato il momento del debutto.

The Italian Restaurant, regia e testo di Umewaka Naohiko: una scommessa psicologica, oltre che teatrale.

La sala è piena, i volti sono rilassati e piacevolmente stupiti. Fila C, un bambino dorme e si coglie il ritmo del suo respiro. Buio in scena. Si comincia.
Un gioco di tavoli, tovaglie bianche, calici da vino e tre personaggi: una donna e due “samurai giapponesi”. Un letto. Cosa ci fa un letto nel bel mezzo di un ristorante italiano? Ecco, il protagonista e la sua maschera sbucarne fuori. La reazione del pubblico è dubbiosa, la signora nella fila davanti parla, squilla un cellulare.  Si legge, nei volti di tutti, uno spaesamento. Sembrano domandarsi: Dove ci troviamo? Chi abbiamo di fronte?


La trama si infittisce: ci troviamo in un ristorante italiano o, forse, siamo i pazienti di una clinica psichiatrica? Umewaka Naohiko, con abilità registica, affida un ruolo, pur sempre marginale, al suo pubblico; per poi, estraniarlo dalla vicenda e restituirlo alla oscura anonimia della sala teatrale.
Subentrano altri personaggi: una cameriera con un “menù seducente”, un fantasma di donna seduto a un tavolo del ristorante italiano che aspetta di ordinare. Ogni portata è un momento vissuto e ri-vissuto, ogni bicchiere di vino è una data. I personaggi, rinchiusi nei loro drammi, bevoni sorsi della loro passata esistenza. Non hanno futuro, solo un passato infinito. Il pubblico reagisce: ride e si diverte, quando il testo lo richiede, e, con devota commozione, si unisce al profondo malessere dei personaggi. Il protagonista e il fantasma della donna si conoscono, si aspettano, rispettano i tempi l’uno dell’ altro, per poi perdersi. Seduti al tavolo, ordinano: la maschera impedisce al protagonista di bere e mangiare. La donna è la sua “carne ai ferri” e il suo calice di vino: non potrà averla, non potrà saziarsi di lei. La donna appartiene alla Morte. Un incendio al ristorante italiano. La donna esce di scena, non ritornerà più. Unico segno tangibile della sua presenza passata sarà un anello, affidato da un poliziotto alla sua migliore amica. Di fronte alla Morte e all’Infinito c’è bisogno di un filtro: la maschera, filtro drammaturgico, che consente al performer di vivere il personaggio, tra riso e pianto, cibo e veglia, continuità e discontinuità. Solo in maschera si può essere sinceri. L’attore protagonista, grazie alla maschera, è privato e liberato dal peso dell’espressione del volto. Sulla scena, un gioco di ombre e luci, di materie e spiriti. E’ il gioco della vita e della morte. E’ la vita che prende in giro la morte, è la morte che deride il suo opposto. Un gioco di prospettive: spettatori vivi tra i morti e fantasmi in scena che ri-vivono sempre gli stessi interminabili atti e non se ne rendono conto.

Un teatro che si muove tra antichità e innovazione, tra nuovo e vecchio. Il Maestro predilige il nuovo, il contemporaneo, senza però dimenticarsi della tradizione e della tecnica. Quello che chiama “ruolo del corpo in scena” o “cattività fisica”.

Si ricomincia daccapo.

I tavoli si moltiplicano, il protagonista cambia maschera. Il Maestro sembra proporci una “Ultima cena”, sotto nuove vesti. Oriente e Occidente, continuità di discontinuità, gli occhi fissi dei personaggi, una melodia annuncia un trionfo alla Morte, inchiostro rosso sgorga dalla maschera:

“L’io di oggi non è l’io di ieri” (Nishida Kitarō)

Postura retta, cascate di applausi. Gli attori hanno vinto l’ Io, il proprio, e l’Altro, lo spettatore. Hanno avuto rispetto del pubblico. In una sola parola: Respicio.


Angela Grasso

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