giovedì 14 novembre 2013

La Carmen di Franzutti: Eros e Thanatos in punta di piedi


Le note trionfali dell’Ouverture del capolavoro operistico di Georges Bizet danno il benvenuto al pubblico in sala, introducendolo sin da subito nella tempesta passionale della storia d’amore tra la zingara Carmen e il soldato José.
Il genio coreografico del maestro Fredy Franzutti si palesa immediatamente, dimostrando come la perfezione della tecnica classico-accademica possa sposare le pose e i movimenti di braccia di quella contemporanea: un gruppo di dieci ballerini, cinque coppie di uomini e donne, giocano tra di loro in una fluttuante danza di ventagli di pizzo nero, miscelata a passetti abbastanza sensuali per le popolane iberiche, ma un po’ troppo ancheggianti per i muchachos loro accompagnatori. Fortunatamente la virilità non tarda a calcare il palcoscenico, dapprima con l’ingresso dell’elegante Ervis Nallbani, nei panni del milite innamorato; poi con i virtuosismi di Angelo Egarese, così ben calato nelle vesti del capitano Zuniga da farne quasi abuso di potere.


Un tripudio di machismo, alterigia e competitività che solo le raffinate movenze di Chiara Mazzola possono addolcire, accarezzando l’aria con leggiadri développé e leggerissime pirouettes. Il suo personaggio, Micaela, fidanzata di José, è chiaramente l’emblema dell’amore puro, casto, fedele, che affonda le sue radici nella pazienza e nella speranza: ineludibile la discrepanza con la spregiudicata rivale, Carmen, che senza pietà ha rubato il cuore del suo amato per divertirsene fin tanto che non sia appagata. Ed è una rosa rossa a suggellare la scelta di questo trastullo, proprio alla fine dell’assolo dell’Habanera, perfetto biglietto da visita tanto della zingara, che non disdegna lo sguardo di tutti gli astanti in scena (e non solo) addosso, quanto di Letizia Giuliani, l’etoile che ne incorpora totalmente la vibrante personalità ammaliatrice. Il suo corpo e quello di Nallbani si avviluppano in un passo a due sulla melodia dell’Intermezzo, nobilitando l’amplesso sessuale con una poetica reviviscenza coreografica di stampo classico.

Un cambio di scena repentino catapulta gli spettatori in un nuovo universo sensoriale, pregno di luci e scenografie purpuree da bettola di sobborgo, il quartier generale delle gitane e dei contrabbandieri, dove i vizi e le carnalità padroneggiano sul palcoscenico tra lo svolazzare delle gonne gipsy e il battito di mani delle danze di folklore. Una sola nota coloristica macchia prepotentemente questo energico tableau sanguigno: la tutina marrone attillatissima di Alessandro De Ceglia, che sulle note di Toreador fa sfoggio di tutta la corpulenza del matador Escamillo. Il cuore di Carmen si lascia travolgere dalla visione estasiata di questo aitante paladino della corrida, trascurando decisamente la gelosia ribollente nell’animo di José.


Come un ariete umano che ricorda il remoto mondo cavalleresco, l’intero gruppo degli zingari, capitanato dalla coppia di amanti protagonisti, fa il suo ingresso con l’incedere ovattato da scena-madre di un musical di Broadway: sono giunti tra le montagne, luogo mistico e perfetto per interrogare il Fato. È la stessa Carmen a occuparsene, ma, contrariamente a ogni migliore aspettativa, sulle carte piomba un terribile presagio di morte, deflagrato dal vortice di salti in stile Graham delle gitane e dai contrabbandieri con pugnali e ridondanti maschere di teschi. Il suo Destino è ormai ineluttabile, la paura esplode nel pianto disperato e ancora una volta è l’Eros a indurre conforto, suggellato impetuosamente sulle labbra di Escamillo.
Il dado è tratto: la disperazione di José non può essere più sedata, nemmeno dalla dolcezza eterea della sua Micaela. All’improvviso il balletto di Franzutti travalica le barriere dello spazio e del tempo di scena per disperdersi nelle nebbie del Teatro, in cui personaggi come Orlando sono caduti dolorosamente nella battaglia contro la gelosia; ma questa volta non è di un’ampolla lunare che si va alla ricerca, quanto della purezza del movimento classico-accademico, infranto dai muscoli rilassati e dalle movenze sbilanciate dell’assolo del ballerino albanese.


La Plaza de Toros viene eletta ad arena per la resa dei conti. Il gruppo dei danzatori, prima, e la femme fatale, dopo, tingono l’ambiente di un nero corvino tanto angosciante quanto sensuale. Carmen non ha paura di morire e si fa beffe di José fino all’ultimo soffio di vita, quando il pugnale le trafigge il grembo e le lacrime dell’intera comunità accompagnano l’ultimo volo dell’oiseau rebelle.

Visto al Teatro delle Celebrazioni, il 9 novembre 2013

Marco Argentina

1 commento:

  1. Un sublime racconto di un'opera memorabile. Pare di vederla muoversi, Carmen, come un felino in cerca di preda. Grazie per per questa recensione 'magica' e sensuale.

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