domenica 14 luglio 2013

Sguardo sul festival di Avignone 2013 | Giorno VII (11 luglio)

Faust I + II
Mise en scène Nicolas Stemann

La regia di questo spettacolo si vuole segnalare come una novità di grosso calibro. Per più motivi. Si tratta del primo spettacolo ad animare la scena della FabricA, il nuovo edificio del festival di Avignone, ed è la prima volta che vengono proposte in Francia le due opere di Faust I e II di Goethe insieme. Lo spettacolo è in tedesco con sottotitoli in francese e dura otto ore e mezzo con tre intervalli. Il primo intervallo è dopo tre ore di spettacolo, alla fine del Faust I, pertanto la prima parte si caratterizza subito per la sua fruizione faticosa, una vera maratona (tanto più che i caratteri dei sottotitoli sono piccoli e scorrono velocemente). Tuttavia aiuta alla comprensione di una concezione alquanto complicata l’introduzione-spiegazione del regista in scena, con un fare molto arguto e brillante. Rende meno distante e freddo quest’allestimento scenico.
Vi è una sostanziale differenza tra le due parti, Faust I e II. Il primo Faust vede l’intervento di soli tre attori, che si passano i personaggi in maniera fluida e totalmente differente dalla ripartizione classica delle battute nel testo. Il primo attore tiene in maniera eccelsa per un buon trenta minuti i personaggi di Faust, Mefisto, Margherita e personaggi minori. Anche se interpreta per la maggior parte Faust, un po’ degli altri personaggi e del se stesso-attore entra nell’interpretazione del protagonista, fornendogli delle coloriture interessanti e originali. Lo stesso vale per gli altri personaggi, soprattutto per Margherita che, com’è stato sottolineato giustamente anche in conferenza stampa, diventa un personaggio più complesso e meno limitato al suo ruolo di vittima. Già in questa prima parte si assiste nella regia di Stemann a una lettura disinvolta del testo di Goethe, ma brillante, e a un gioco sul testo arricchito da una recitazione mattatoriale, nonché da un sapiente uso delle luci e degli schermi che sfruttano a fondo le potenzialità del nuovo luogo scenico.
Il Faust II, più del Faust I, vede un caos che si impossessa della scena, soprattutto a partire dal momento in cui Mefisto introduce il denaro come soluzione per salvare l’impero dalla crisi. È ovvio che Stemann ha scelto anche questa seconda parte per introdurre uno sguardo satirico sulla crisi economica attuale, e infatti il caos scenico ha precisamente quest’intenzione: soldi vengono lanciati, simboli economici scorrono sulla parete, e via dicendo. Il testo si ingarbuglia su sé stesso in quanto, ad esempio, è continuamente annunciato l’inizio di questa seconda parte dai personaggi che entrano per partecipare prima alla riunione economica e poi alla mascarade. Stemann propone in scena questo burlesque insistito, convinto di ritrovare nel testo di Goethe “il momento di delirio sotto droghe più potente della letteratura tedesca”. E forse si fa prendere un po’ troppo la mano, in questi primo e secondo atto di Faust II. Ritorna un certo equilibrio delle forme alla prima pausa, quando Faust incontra Elena di Troia. Anche in questo caso l’elegante seduzione di Faust viene continuamente interrotta in modo frustrante dai vari Mefisto in scena, ma infine riesce a formare la sua famiglia. Tuttavia ritorna la crisi, al momento della morte del figlio, e il finale si fa incandescente, con un coro generale degli attori nascosti dietro alle buffe marionette di Stemann.
In sintesi, l’allestimento è monumentale e complesso e risulta faticoso seguirlo, una vera maratona, per motivi oggettivi (la lunga durata e il problema della lingua) e soggettivi - una concezione registica nient’affatto lineare, ma che propone degli spunti di riflessione interessanti sui testi di Goethe e sul mondo circostante, anche se prevale sicuramente l’elemento ludico. Eccezionale il cast artistico, bravissimi gli attori, tra cui anche un bambino, rappresentante del coro degli angeli, commovente per la bellezza della sua voce bianca. Vigoroso e travolgente il movimento sul palco, tra le luci, gli attori, le visioni dello schermo, per una regia barocca e ambiziosa. Lo spettatore è lasciato a fiato sospeso, per un’onda travolgente di emozioni e suggestioni, che sono state testimoniate nel lungo e fragoroso applauso finale.

In scena alla FabricA




Fabio Raffo

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