giovedì 1 novembre 2012

Hamelin: la città che non ama i bambini


L’immaginazione crea la realtà e permette di colmare lacune: riempire una stanza vuota di oggetti, far diventare un adulto bambino, creare suoni, emozioni e ambienti. Il teatro è un’arte che gioca molto con la fantasia e incita a superare quei limiti che possono diventare risorse di esplorazione fantastica.
Questo è l’assunto alla base dello spettacolo Hamelin, portato in scena dalla compagnia de Gli Incauti al DOM la cupola del Pilastro nell’ambito della rassegna CODA – teatri del presente.
Lo spettatore entrando in teatro si trova davanti a un proscenio vuoto. I posti sono disposti, come un abbraccio, sui tre lati della messa in scena. Quando ormai tutti sono seduti, dalle quinte entra, trafelata, una compagnia di attori con quattro casse e un appendiabiti con alcuni indumenti. Così inizia lo spettacolo: poche cose, essenziali, che verranno arricchite dalla bravura degli attori in scena e dalla fantasia degli astanti, continuamente stimolata a vedere oltre ciò che appare, in tutti i sensi.
Si ha l’impressione di trovarsi, più che davanti a uno spettacolo, all’interno delle prove di una compagnia. L’escamotage metateatrale permette di entrare in una doppia dimensione portando alla luce un personaggio inconsueto che nell’opera di Juan Mayorga, da cui è tratta questa pièce, viene definito l’Acotador – in italiano Didascalista – che significa non solo “colui che spiega”, ma anche “colui che delimita”. Ed è proprio questo il compito del regista-didascalista: dare dei confini all’azione in scena e consegnare allo spettatore degli elementi, immaginifici e di contesto che suggeriscano delle chiavi di lettura e degli spunti per riflettere.
Anche il titolo non è casuale: Hamelin, infatti, richiama alla mente la favola del pifferaio magico, riletta in chiave contemporanea da Mayorga che intende raccontare la storia di una “città che non ama i suoi bambini”. Assunto indispensabile per immergersi all’interno delle dinamiche messe in scena dove troviamo un giudice che deve affrontare un caso molto delicato di pedofilia. Protagonisti di questa vicenda sono un bambino di dieci anni e la sua famiglia – un nucleo numeroso e con scarse risorse economiche – il presunto usurpatore, il giudice – costretto anche lui a fare i conti con suo figlio e sua moglie – e, infine, una psicologa pedagoga che analizza il bambino come un “caso clinico” piuttosto che come “persona” con le sue mille sfaccettature: evidente una critica al pensiero psicologico che tende a incasellare gli esseri umani all’interno di tipologie prefissate di comportamento perdendo, alcune volte, di vista la peculiarità di ogni singolo individuo.
L’argomento potrebbe sembrare anche troppo facile data la carica emotiva che questo tipo di situazioni mette in moto a livello umano, e il rischio potrebbe essere quello di facili categorizzazioni da becera tv pomeridiana, pronta a sbattere il “mostro” in prima pagina.
Ma la compagnia degli Incauti non intende cadere in questa trappola e, anzi, vuole dimostrare come un argomento così forte può essere destrutturato e ricco di sfumature. Bene e male, ragione e colpa, amore e scandalo sono concetti di cui ogni giorno ci nutriamo per delimitare il mondo, per avere certezze. Avere qualcuno da accusare fa stare meglio, aiuta a ripulirsi le coscienze e a ordinare il caos di cui, in realtà, è fatta la vita. In questo spettacolo però, man mano che l’azione si svolge e gli eventi si ramificano, ci si rende conto che i convincimenti pian piano svaniscono, la verità si fa imprecisa, i contorni sfumano e tu, spettatore che all’inizio hai la tendenza a voler delimitare, il desiderio, quasi inconscio, di trovare un colpevole e un innocente, cominci a porti altre domande e ad avere sempre più dubbi. Impossibile trovare risposte univoche, stabilire cosa sia giusto e sbagliato. In questa pièce – capace anche di affrontare un tema di grande attualità come quello delle case-famiglia – viene evidenziata la precarietà del concetto di “verità”, e la difficoltà di circoscrivere e comprendere la complessità della natura umana. Nemmeno il linguaggio sarà in grado di dare delle certezze, anzi, il didascalistica dirà che «questa è un’opera che parla del linguaggio, di come si forma e di come si ammala», portando alla luce un altro concetto attualissimo: l’uso del linguaggio da parte dei media e i danni che questo può provocare quando è usato nel modo sbagliato.

Amelia Di Pietro



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