martedì 6 novembre 2012

Italianesi di La Ruina: uno straniero tornato, cerca la patria da ricordare


Una nenia famigliare, il gorgoglio del tempo passato a cercare le parole giuste per ricordare, in quell'impasto dialettale che suggella l'intimità del raccontare e la continua ricerca di una lingua madre, di una patria da servire, di un padre cui chiedere il perché di quest'identità negata, di questa diversità condannata.
Eccolo qui Tonino, il sarto zoppo che sussurra a mezza voce la sua storia che poi tanto sua non dovrebbe essere: eccolo qui Saverio La Ruina, drammaturgo, regista teatrale e protagonista nel suo monologare, a tu per tu con una sedia che oramai lo accompagna nel suo viaggio tra i dimenticati, gli ignorati, eroi lasciati soli da una comunità che non li vuole, li bolla come diversi, sconfitti, e per questo li costringe a vagare nell'eterna solitudine del raccontare per raccontarsi, per ritrovarsi. 
Parole strozzate in gola, un “malinconia” detto a fior di labbra capace di commuovere il pubblico di Teatri di Vita che ha scelto di passare il fine settimana con Italianesi, ha scelto di lasciarsi tarlare nell'ignoranza da questi settantacinque minuti densi di vita vissuta: nato nei campi di prigionia albanesi da padre italiano mai conosciuto, costretto a vivere internato per quarant'anni, Tonino sopravvive alle torture e alle vessazioni psicologiche grazie alla capacità di immaginare la vita. Assiduo credente nel mito del paese “più bello del mondo”: è una dote naturale, la sua, che lo porta a cucire insieme attimi felici con i quali riesce a costruirsi un mondo parallelo fatto di colori vivaci, di tinte forti, capaci di cancellare dai suoi occhi il fango del campo, la disperazione dei suoi simili. Ha un unico credo, Tonino: la patria da rivedere, il padre da ritrovare, l'identità da suggellare e quando finalmente arriva un indirizzo a cui poter chiedere il premio per la forza con la quale, nonostante tutto, ha vissuto, ha amato, ha riso e ha pianto, ecco che l'eroe lauriniano riprova la sua solitudine, la sua non appartenenza alla società: accompagnato dal piccolo Leoncino la sua ricerca si scolla davanti alla freddezza di un padre Dimentico, di una madre Patria che non riconosce i suoi figli, di una realtà che tradisce i sogni e ti priva della capacità di dare colore alla vita. Torna in Albania, Tonino, e ci torna da credente ateizzato: ha pianto lacrime di gioia nel provare la libertà di poter “stare”, termine suggellato dal dialetto calabrese per indicare l'ineguagliabile felicità dell'assistere senza regole né limiti al fluire degli attimi, eterni o fuggevoli che siano; ma nel suo stare al mondo non riesce a dire in che parte del mondo sta la sua identità. Questo Tonino non lo sa vivere, non lo sa perdonare. Da albanese è sopravvissuto alla prigionia e alla solitudine del diverso, da italiano ha sperimentato la dimenticanza e l'indifferenza per chi è tornato: non gli resta che difendere la bellezza dei ricordi, il candore dello sguardo diretto verso le altre coste, i momenti di purificazione dal “grigio e verde di questo campo […] dal grigio e verde della merda”. Non gli resta che tornare dietro il filo spinato della credenza fanciullesca, del mito che tutto giustifica. 
Ma alla fine si recupera la libertà anche dai sogni, dalle illusioni infantili: si sorvola sul dolore e si torna indietro, per perdonare chi ha dimenticato. O almeno ci si mette in viaggio per provare a farlo.
“Non c'è cosa più bella che essere italiani”. Davanti al tricolore si spegne la storia di Tonino ma si accende l'attenzione sull'oblio. Da non dimenticare.
Elvira Scorza

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