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martedì 23 luglio 2013

Sguardo sul festival di Avignone 2013 | Giorno X (19 luglio)

Amore e carne
Conception e mise en scène Pippo Delbono

Questo spettacolo è concepito come una lettura-concerto, accompagnata dall’esecuzione trascinante del violinista Alexander Balanescu e intervallata a tratti da momenti più cabarettistici. Questi ultimi non possono essere che definiti tristi, e probabilmente questo effetto è provocatoriamente voluto: esemplari le due barzellette non sense, di cui quella raccontata da Delbono ha anche uno sfondo lievemente antiebraico. Alcuni ricordi più intimi di Delbono, del periodo dell’infanzia, intervengono nello spettacolo, e introducono per esempio una dolce ninna nanna. Sono per lo più momenti di pausa che spezzano bruscamente l’atmosfera altrimenti poetica della rappresentazione, dovuta soprattutto alle intense emozioni del lacerante accompagnamento musicale. Pippo Delbono legge suoi testi che hanno un buon valore evocativo, insieme a una poesia di Pier Paolo Pasolini, una di Eliot e un estratto di Per farla finita con il giudizio di Dio di Antonin Artaud. Ora, quest’ultima scelta suona un po’ superficiale perché, visto il francese maccheronico di Delbono, egli sceglie giustamente di affidarsi alla traduzione italiana. Ma leggere la traduzione italiana di un testo poetico francese a un pubblico francese non è un’idea molto felice… Per il resto, la lettura di Delbono è disarmonica. Ha accenti molto giusti e intensi, soprattutto quando passa dal parlato al grido cantato, e anche se non possiede una tecnica canora propriamente professionale, riesce a trovare un’intesa con il violino di Balanescu, tanto che in quei momenti, e più in generale, non sappiamo se sia Balanescu ad accompagnare Delbono, o piuttosto il contrario, con un sostanziale risaltare del violinista rispetto al lettore. Se il suono della musica raggiunge la disarmonia, producendo l’angoscia, la disarmonia prodotta dalla lettura a tratti sopra le righe e fumettistica di Delbono provoca solo un imbarazzante sconcerto. Delbono strafà, ricordando in questi momenti più le abilità di un doppiatore di cartoni animati che quelle di un abile lettore di poesie. Soprattutto stonano brutalmente i suoi tentativi grossolani di ballo mentre Balanescu suona e qui non può fare a meno di ricordare l’orso Yoghi nelle sue movenze totalmente scoordinate. È un peccato che queste vistose sbavature rovinino la bellezza di certi passi poetici, e soprattutto la qualità della musica di Balanescu, che rappresenta l’àncora di salvezza di uno spettacolo altrimenti non adeguato al festival In di Avignone.

In scena a Opéra Théâtre




Fabio Raffo

sabato 13 luglio 2013

Sguardo sul festival di Avignone 2013 | Giorno VI (10 luglio)

King size
Conception e mise en scène Christoph Marthaler

All’entrata del pubblico il sipario del teatro all’italiana dell’Opéra Théâtre è chiuso. Si apre a spettacolo iniziato, su un allestimento scenico che ricalca la più classica ambientazione da dramma borghese stile tardo ottocentesco. I mobili e il letto - il King Size - sono di un celeste così smaccato che subito è rivelato l’intento parodistico dell’opera. In apertura, infatti, il classico annuncio di spegnere i cellulari viene trasformato nel suo contrario e proposto in varie lingue, con un effetto comico di leggero straniamento. L’attenzione e il lavoro sul linguaggio è visibile per tutto lo spettacolo: nei momenti in cui la parola non è cantata, si assiste a una scomposizione minuziosa del dettato verbale sillaba dopo sillaba. Questo linguaggio viene a tratti indagato anche in una scomposizione del corpo, per esempio nella proposta, a metà spettacolo, del linguaggio dei segni. In generale, per la maggior parte di King size i quattro attori cantano un repertorio stile lied tedesco, mischiato a canzoni francesi o pezzi anni Ottanta, come I go to sleep di The Pretenders, restituito tuttavia a un ritmo più rapido e straniante del normale. I go to sleep e i temi dei lieder sottolineano peraltro la tendenza degli attori di entrare e uscire dal letto King size, una loro tensione e desiderio continuamente realizzato ma anche frustrato. Sono azioni ripetitive e di una logica surreale compiute sulla scena, che scatenano il riso: come ad esempio l’aprire e richiudere dei mobili, dove si vedono cantare gli attori usciti dalla quinta, azione che mette dunque in crisi la finzione dell’allestimento scenico. King Size propone una comicità del tutto surreale che rende lo spettacolo buffo e lievemente grottesco, anche se l’effetto dopo un po’ risulta scontato e ridondante. I brani musicali sono molto gradevoli, ed è ammirevole il lavoro sulla scomposizione del linguaggio (corporeo, verbale, musicale) proposto da Marthaler. Una tecnica eccezionale e un jeu minuzioso rendono questo spettacolo interessante e divertente, senza molte altre ambizioni in più.

In scena all’Opéra Théâtre




Fabio Raffo