Visualizzazione post con etichetta Marco Baliani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marco Baliani. Mostra tutti i post

sabato 26 marzo 2011

Piazza d'Italia


Non mi piace. Non mi sta piacendo. Non mi è piaciuto.

Queste sono state le riflessioni molto “complesse” che la mia mente ha prodotto, durante e dopo lo spettacolo diretto da Baliani, tratto dall’omonimo romanzo di Tabucchi Piazza d’Italia. Ora bisognerebbe soffermarsi sul “cosa” non mi è piaciuto e sul “perché”. Anche qui, la risposta è “complessa”: nulla. Non mi è piaciuto nulla, a partire dalla scenografia, passando per la recitazione, fino ad arrivare all’emozione. Il tutto mi pareva finto. Totale mancanza di ironia, e ammetto che qui magari c’entra il mio gusto personale. Visto e considerato che lo spettacolo aveva come tema centrale la monotona ripetizione dell’esistenza umana, durante i 100 anni di storia ripercorsi dall’autore in 90 minuti sul palcoscenico, avrei voluto come minimo farmi una risata. E veniamo alla storia, dato che parliamo di teatro di narrazione. Protagonista è la famiglia di Garibaldo, una famiglia di provincia.


Il dramma inizia e finisce con la morte.
La morte di Garibaldo appunto. La narrazione delle vicende familiari è affidata ai protagonisti stessi, che utilizzano monologhi per spiegare quanto accade sulla scena. Il periodo storico entro cui si sviluppa la trama va dall’Unità d’Italia fino alla fine degli anni ’50. Al centro del palcoscenico è presente un grosso cubo, dal quale gli attori entrano ed escono con ritmo incalzante. Al suo interno si compiono le azioni più significative, che muteranno il corso degli eventi. Anche questo elemento scenografico a mio parere risulta essere troppo ingombrante, togliendo spazio alla recitazione degli attori, che appaiono impacciati, quasi costretti all’immobilismo. Tono narrativo sempre concitato, dialetto quasi mai utilizzato se non per il personaggio dell’apostolo Zeno. Si fa fatica a seguire con attenzione le vicende narrate, con il risultato di non essere coinvolti, e ciò nuoce allo spettatore che invece, degli argomenti trattati dovrebbe sentirsi più che mai protagonista. In fondo è proprio questo che Baliani ha cercato di mettere in evidenza senza riuscirci, la sofferenza prima e dopo l’Unità d’Italia non è cambiata e ci riguarda da vicino oggi, come e più di ieri.

Davide Di Lascio

venerdì 25 febbraio 2011

Tutta l’Italia in una Piazza: la narrazione corale di Marco Baliani

L’Unità d’Italia sta producendo maggiore ricchezza per il nostro Paese oggi, nel suo centocinquantesimo anniversario, di quanta ne abbia portata ai fautori dalle sue camicie rosse.
Nascono come funghi manifestazioni, libri, film, spettacoli che ne ripercorrono le vicende storiche. Tra le diverse opere sul tema, prodotte di recente, anche Piazza d’Italia in scena presso l’Arena del Sole il 24 e 25 gennaio.
 Marco Baliani, che ne firma la regia, è uno tra i maggiori esponenti e innovatori del teatro di narrazione. Qui ci propone un racconto corale, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, attraverso le voci di nove attori.
Lo spettacolo rievoca le vicende di una famiglia del centro Italia dai moti precedenti l’Unità al secondo dopoguerra. I personaggi si fanno portavoce di una storia condivisa dall’intero Paese intrecciando le proprie vicissitudini personali con i fatti storici. Come lo stesso Baliani afferma, l’opera mostra la “possibilità che la Storia grande possa sempre scompaginarsi per un gesto di rivolta, per un sogno, per un crocicchio inaspettato”.
Al centro della scena troneggia un cubo nero e rotante che diverrà casa, granaio, teatrino dei burattini. Il movimento circolare, che esso riproduce, ha lo stesso andamento della storia: si tratta di un continuo ritorno, di una circolarità in cui morti e nascite, amori e lotte, incontri e separazioni si susseguono. 


Lo spettacolo però non riesce ad aggiungere molto alla conoscenza scolastica della storia d’Italia.
Baliani, nome tra i più attesi della stagione dell’Arena del Sole, delude le nostre aspettative. Il racconto appare un po’ troppo retorico e acritico nei confronti dei fatti storici che hanno portato alla nascita del nostro Paese. Il regista non offre la possibilità di comprendere più a fondo le dinamiche politiche e economiche, né di attribuire responsabilità, risolvendo la questione nella lotta tra forti e deboli.

Anna Parisi