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giovedì 10 luglio 2014

Le Parole e la Città: venti anni di teatro raccontati attraverso le parole dei cittadini

«Un teatro lungo 20 anni, un progetto nutrito nove mesi»: nove mesi per interrogare la città e i suoi cittadini, per chiedere alle varie realtà che in essa si compongono le parole-chiave da cui ripartire per ricreare una città fatta di azioni, di relazioni, di parole che acquistano senso perché non si fermano solo all’essere dette, ma riescono a tradursi in realtà: questo è il materiale di cui si nutre il progetto che la Compagnia Teatro dell’Argine ha presentato nella Sala Tassinari di Palazzo d’Accursio nel corso della conferenza stampa tenutasi il 3 luglio 2014. Un programma ricco di numeri, oltre che di parole, le cui battute finali rientrano nell’ambito di bè bolognaestate: uno spettacolo itinerante che dal 14 al 20 luglio vedrà in azione cento attori e un ospite diverso per ogni sera, un convegno, un laboratorio che dal 7 al 20 luglio racconterà su vari canali il progetto spettacolare, cinque incursioni teatrali, video-installazioni e più di cento abbecedari che potrebbero essere pubblicati, un domani, per dare futuro alle parole che ispirano la rinascita e il cambiamento della città, nella città.


LeParole e la Città è il nome che contiene tutto questo. Un nome semplice e immeditato, capace di raccontare il tipo di teatro che ha caratterizzato le attività della Compagnia Teatro dell’Argine nel corso di questi vent’anni: «un teatro per le persone, con le persone, insieme alle persone», come lo definisce Andrea Paolucci, membro del direttivo artistico della compagnia con Nicola Bonazzi e Micaela Casalboni e con loro rappresentante, nel corso della conferenza stampa, della grande famiglia della Compagnia TdA. Il progetto presentato si qualifica come sconfinato non solo per i numeri, ma anche per la portata esperienziale che propone: lavorando anche a livello internazionale, quest’operazione fonda la speranza di poter rinforzare il senso di comunità partendo dalle relazioni. È esemplificativa, a tal proposito, la rete intessuta tra le varie associazioni nazionali e non conosciute dalla compagnia in questi anni, costruita grazie all’impegno costante della stessa nella mediazione culturale. Nove mesi di lavoro, d’interviste, di ascolto hanno reso, alla fine, tutti protagonisti nel gioco del raccontarsi, sviluppando una drammaturgia partecipata poiché creata da persone che hanno regalato pensieri, ore e parole a questo progetto.
«Il nostro teatro è fatto di relazioni, è fatto di persone che conducono esperienze e relazioni. Ecco perché il nostro spettacolo per festeggiare il ventennale è una relazione tra persone. I cittadini recitano se stessi, a fianco di attori professionisti, e il tutto si svolgerà in un campo da calcio trasformato in luogo teatrale», spiega ancora Paolucci. Nel suo svolgersi, lo spettacolo si rivela un viaggio per spettatore solo, impegnato a tu per tu nella scoperta della bellezza di questa città “ideale”; un viaggio però sempre di matrice teatrale, da terminarsi nella relazione che il teatro esige oltre che creare, strappando lo spettatore alla sua solitudine e restituendolo all’unione del pubblico partecipante nella parte conclusiva, di volta in volta affidata a ospiti diversi. Un grande regalo fatto dalla Compagnia Teatro dell’Argine alla comunità, ma anche un’importante occasione di autoriflessione sul bisogno di definire la portata di “un teatro che vuole farsi territorio in un territorio che forse può farsi teatro, o meglio cultura”, come suggerisce Micaela Casalboni nel presentare i punti alla base del convegno Teatrocentrocittà, che verrà ospitato il 17 luglio all’Arena del Sole. Un convegno che prende le mosse da un dato allarmante, reso noto da Francesco De Biase nel corso delle ultime Buone Pratiche (Milano 2014): il 60% dei cittadini europei non mette mai piede in un luogo di cultura, e in Italia la percentuale sale all’ 80%.  Dati che rivelano come la maggior parte dei cittadini non trovi spazio per la cultura nella sua quotidianità, probabilmente perché continuano a ritenerla elitaria; dati che denunciano il bisogno di dimostrare l’infondatezza di questi preconcetti e dare luogo a tentativi di soluzione, come proveranno a fare i relatori impegnati nel convegno, appartenenti a svariate categorie impegnate nel mondo teatrale (artisti, critici, tecnici ma anche spettatori) e invitati, alla fine dello stesso, a esporre le loro idee in quattro tavoli di lavoro attorno ai quali applicarsi attivamente nella ricerca di una possibile soluzione: ancora una volta, tutto parte dalla relazione. Inoltre, cinque incursioni cittadine invaderanno Bologna dal 10 al 19 luglio, sviluppando azioni teatrali itineranti che vedranno comunità di persone, contraddistinte dalla gioia propria della partecipazione teatrale, impegnate nel raccontare la città con parole usate da scrittori, pensatori, poeti e non solo. Tra le possibilità offerte da questo progetto, rientra il laboratorio condotto da Massimo Marino, non a caso intitolato Il teatro La città Lo sguardo: queste tre parole guideranno lo spettatore nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza  nel relazionarsi allo spettacolo, consentendo ai partecipanti di rapportarsi con il difficile lavoro dello “sguardo che racconta” la magia teatrale.


Il progetto si rivela interessante anche per le modalità di fruizione offerte al pubblico, accompagnato nel suo visitare i luoghi di questa città “ideale” da un’audioguida che racconterà le parole e le storie all’origine della città, prevedendo ben tre lingue diverse e modalità di fruizione apposite per bambini e audiolesi. Ancora una volta, la Compagnia Teatro dell’Argine pone alla base del suo lavoro l’importanza dell’inclusione culturale, e la validità del suo impegno in questa direzione viene sottolineata dalle parole usate da Isabella Conti, sindaco di San Lazzaro, nel raccontare come «questo spettacolo chiarisce il ruolo che la Compagnia Teatro dell’Argine ricopre per il territorio e per la comunità: da vent’anni crea cultura, genera ricchezza e slanci verso la cultura, e il modo con cui questi vent’anni vengono celebrati ribadisce l’appartenenza del teatro alla città come luogo ma anche come comunità di persone, e soprattutto l’importanza delle parole: le parole creano identità e aprono possibilità riflessive, inducono all’autocoscienza e permettono a ciascuno di essere attore, nel senso di essere persona che agisce per creare rete, relazione, comunità».  Parole forti, se si pensa al particolare stato di disinteresse in cui, a livello nazionale, spesso languiscono realtà teatrali di questo tipo e al ruolo importante che i cittadini ricoprono, nel dimostrarsi lungimiranti rispetto alle pubbliche istituzioni nei confronti di realtà impegnate nella creazione di relazioni e nella consapevolezza dell’utilità pubblica della cultura, come osservato nel suo intervento da Alberto Ronchi, assessore alla Cultura e ai Rapporti con l’Università del Comune di Bologna.

È un progetto grande, grande quasi quanto una città, al cui centro vi è un’idea di teatro e di relazione capace di abbracciare vent’anni di attività nel corso dei quali l’identità della Compagnia Teatro dell’Argine si è consolidata attorno alle persone, alle azioni che coinvolgono le persone, alle possibilità che apre l’arte. È la celebrazione di quello che il teatro dovrebbe essere: un luogo, un tempo fatto di relazioni, uno sguardo tra persone capace di creare comunità. 

Elvira Scorza

giovedì 13 marzo 2014

Dossier Liberata: tra laboratorio e via Crucis

“Questa è la Via Crucis di Liberata, povera donna.
Alla prima stazione è condannata alle pene d'amore,
Alla seconda cade e si rialza,
Alla terza si degrada mangiando ossa di animali,
Alla quarta vede l'innominabile,
Alla quinta inchiodata sul muro del pianto,
Alla sesta trasfigurata, ma è solo un'impressione,
Alla settima mostrata al pubblico ludibrio,
All'ottava venduta ai farisei,
Alla nona salva ed è dannata,
E alla decima, messa in croce, sconta tutto il dolore del mondo
E muore.”

Ogni via crucis, ha i suoi simboli: il sudario, la croce, la corona di spine. Per raccontare la storia di Liberata servono: pentole di rame, come quelle di una volta, un velo da sposa, un vestito da serva, un mazzo di carte, una corda, lucine da fiera, un muro di mattoni, una gabbia di catene e ferro e le ombre su un tappeto bianco. È la storia di una Romagna immaginaria: dell'ignoranza che, in un'Italia anni '60, certo contribuiva a rimettere continuamente la donna al suo posto di madre-serva-angelo del focolare. La storia delle vittime.


In scena quattro sedie, quattro personaggi condannati beckettianamente a raccontare sempre la stessa storiella di provincia sospesa tra la nebbia e il mare, i baracchini da fiera, col tiro a segno e i calcinculo, e il furgoncino di Italo (Andrea Gadda), uno spiantato ambulante, il bellimbusto di provincia, l’uomo dei sogni “con la sua sigaretta in bocca come un attore del cinema” che all’immagine ci tiene perché è la seduzione la sua sola arma. Dunque sarà meglio che la Liberata (Micaela Casalboni), sua moglie, si sbrighi a prepararlo bene prima che esca di casa per andare a lavoro.
L’8 marzo, festa internazionale della donna, Liberata, scritto nel 2006, è alla sua seconda ripresa all’ITC Teatro di San Lazzaro di Savena: arriva come un pugno nello stomaco a ricordarci la ciclicità di un gioco feroce, la crudeltà di un circo di violenza domestica che, con tinte surreali e felliniane, racconta storie di catene mai spezzate che riguardavano i nostri nonni e ci riguardano ancora. Quotidianamente storie simili coinvolgono i lettori e i cronisti di nera che, complici l’uno dell’altro, ricercano morbosamente il particolare e spiano dal buco della serratura proprio come gli spettatori cui si fa spesso riferimento durante lo spettacolo. Certo la nera a teatro ha lo scopo opposto di ciò che si legge sui giornali: Liberata non è uno spettacolo che sazia la sete di sangue ma spinge piuttosto alla riflessione, non porta in scena ricostruzioni e plastici e neanche una storia reale ma una vicenda tanto verosimile nei suoi impulsi elementari da trovare, a fine spettacolo, una platea coinvolta, curiosa e partecipe al dibattito con attori e regista.
Liberata, donna di mezza età, bianca di pane, tutta casa e chiesa, è sedotta e martirizzata da quell’uomo di cui sopporta ogni angheria perché minacciata con la forza, soffocata dall’ansia di non dare scandalo nel paese (la platea) i cui occhi le sono sempre addosso. Se ci mettiamo nei suoi panni la storia, che assume tinte da melò, è già scritta prima di cominciare: è il suo carnefice l’ultimo uomo rimasto per lei sulla terra. Italo, altrettanto perfetto contraltare, è affezionato solo alle terre della povera madre di lei e progetta di lucrarci sopra. I due si sposano, ma solo in comune, così che lui si senta giustificato nel tradirla con altre donne fino a progettare di venderla all’assessore locale. Liberata non può accettare quest’ultimo sopruso e prega un Dio che non si vede, che gioca a mosca cieca, affinché le faccia la grazia: ecco allora spuntarle la barba come all’omonima santa che nel calendario cristiano si festeggia tutt’oggi l’11 gennaio. La leggenda medievale narra di Santa Liberata che, promessa in matrimonio a un re, decide di essere solo sposa di Cristo, e invoca un miracolo per scampare le nozze. Dio le dona la barba e lei finisce crocifissa per avere contraddetto la volontà paterna. La nostra Liberata prima di soccombere sopraffatta dal martirio, compie il miracolo di salvare Italo dal degrado totale. Il racconto però riparte, in eterno: le due bambine, rimaste sole, possono ricominciare l'estenuante gioco di soprusi e umiliazioni.


Italo infatti è vedovo e ha due bambine: sono loro che attraverso un gioco di disegni portano avanti la storia scaricando paure e sensi di colpa sulla nuova venuta. Le bimbe sono interpretate da Giulia Franzaresi (Primo, la ragazza più grande che cela nei suoi sguardi duri gli abusi del padre) e Frida Zerbinati (Fiorina, bipolare, liliale e demoniaca bambola, minata nella sua innocenza) che hanno saputo tener testa ai due eccellenti protagonisti. Le musiche raccontano gli ambienti della storia: vanno da Casta diva a Besame mucho fino a un popolare motivetto della Cinquetti.
Influenze, latenti più che esplicite, per questo lavoro si ritrovano, oltre che nelle suggestioni del circo di Fellini, di Beckett, della danza macabra medievale anche in Romeo e Giulietta, infine in Grotowski. A quest’ultimo ci riferiamo non tanto pensando al martirio del Principe Costante, quanto piuttosto a come le idee del maestro polacco -il suo teatro povero, ricerca in primo luogo di un rapporto autentico e diretto tra gli attori e col pubblico- siano fonte inesauribile di ispirazione. Quando scrisse Liberata, Nicola Bonazzi veniva dall’esperienza dei monologhi per Perrotta, voleva cambiare e assumersi il rischio della sperimentazione forte della solidità degli attori dell’Argine che conosceva bene. Una drammaturgia non autosufficiente dunque, piuttosto la pagina bianca di una scena che non conclude e che spiazza, perché lascia liberi gli attori di masticare e metabolizzare il copione restituendo gesti, comportamenti e suoni, direttamente dal proprio vissuto, dalle proprie esperienze. Infatti agli attori veniva naturale parlare il loro dialetto in scena e la storia acquistava, grazie agli accenti tronchi e leggeri di una lingua in disuso, una forza altrimenti difficile da trovare. Il dialetto da solo non basta, e in più rischia di ingabbiare la storia nel provincialismo che essa stessa stigmatizza, dunque bisogna ricorrere ai gesti: il training psico-fisico tenuto da Caterina Bartoletti assieme agli attori li ha impegnati dalle quattro alle sette ore al giorno ma alla fine il vocabolario fisico dei loro personaggi ha assunto accenti talmente netti che, in vista della ripresa, è bastata una sola settimana di prove a far riemergere ciò che si era sedimentato in questi otto anni.
L’idea di teatro povero, oltre che nell’ attenzione agli attori, è nella scenografia minimalista di Nicola Bruschi (ridotta agli essenziali oggetti elencati sopra), è nei costumi di Cristina Gamberini, è nel testo in sé e per sé incompleto, perché, come ammette l’autore Nicola Bonazzi, a contare in questo caso è il pretesto offerto dai contorni sfumati della tematica, apologo per una scrittura scenica, una drammaturgia consuntiva. Liberata è caro al Teatro dell’Argine e rimarrà in cartellone perché nella sua semplicità romagnola contiene tutto e il contrario di tutto: il dialetto di una piccola provincia e il gesto universale; l’impegno politico ma anche il gioco, il riso e il pianto, la performance del grande attore e il lavoro d’ensemble; l’attenzione alle piccole storie e lo sguardo ai grandi pubblici che hanno fatto di un teatro così attento alla marginalità un teatro internazionale.



Visto all'ITC Teatro di San Lazzaro di Savena, l'8 marzo 2014


Edoardo Pitrè

giovedì 27 febbraio 2014

Italiani Cincali: la migrazione in Belgio prende il nome di Mario Perrotta

Squinzano, Brindisi, Ostuni, Monopoli…
Il treno ci porta indietro nella memoria di sessant’anni fa: un’Italia martoriata dalla guerra rincorre uno spiraglio di luce, trovato per paradosso nella fuliggine delle miniere di carbone in Belgio. La storia degli immigrati pugliesi diretti oltre il confine in cerca di fortuna e destinati a lavorare a fianco alla morte fino alla pensione… di invalidità perché ammalati di silicosi.


L’attore leccese Mario Perrotta indaga, intervista, scava nel proprio passato da figlio di emigrato per tirare le somme in una storia di discriminazioni e di soprusi, nata come speranza di riscatto di un popolo sul lastrico del  secondo dopoguerra. I cunicoli asfissianti dei cantieri, le temperature esorbitanti, il buio che offuscava anche i pensieri pendono dalle labbra dell’attore che usa solo una sedia in scena per raccontare e poi naturalmente gli sguardi, i gesti e le tonalità della voce modulate per i personaggi interpretati. Sì, perché in scena ci sono il piccolo Mario, che racconta i momenti autobiografici e di cronaca, e  Pinuccio il postino, il testimone oculare dell’intera vicenda.

Cerignola, Foggia, Vasto, Pescara, S. Benedetto del Tronto, Ancona, Fano.
Un lungo dialogo di memorie intrapreso con ‘a Signuria vostra, visto dagli occhi di chi l’emigrazione l’ha vista scritta sulle lettere spedite dai mariti lontani, recapitate alle mogli rimaste sole al paese. L’unico uomo capace di scrivere, leggere e fare di conto racconta la storia della povera Puglia, dall’arrivo dei Longhibardi contrastati dai Bizantini, alle invasioni di Svevi, Normanni, Turchi, Saracini, Angioini, Aragonesi e Barboni di Napoli  «che non trovarono più niente, neanche gli occhi per piangere».
Il Postino è la memoria del paese, conosce le storie di tutti gli emigrati del posto. Legge, immagina, racconta alle famiglie di quanto sia bella la vita fuori dall’Italì: Brussèl, Stuttegarte, Zuricche e Lièsce, complice di mariti che nascondono alla famiglia l’orrido della vita da minatore, in cambio di stipendi, sacchetti di carbone e silicosi.

Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola, Bologna.
Promesse di lavoro in Belgio, buon lavoro retribuito, la possibilità di trasferimento dell’intera famiglia sembrano essere il miracolo, la salvezza per questo popolo. Cinquantamila operai nazionali sotto i 35 anni di età, con l’ignoranza in spalla e armati di buona salute, non hanno esitato a partire. Ovviamente in condizioni disagiate: viaggi di 50 ore, alloggi nelle baracche dei campi di concentramento, imprigionati e accusati di rescissione di contratto se si rifiutavano di non scendere in miniera. In cambio della manovalanza prestata al Belgio, l’Italia riceveva 200 Kg di carbone al giorno per ogni minatore italiano: un ottimo affare per la produzione di energia che andava appunto a carbone.

Modena, Reggio Emilia, Parma, Fidenza.
Perrotta porta in scena l’inferno con il sudore che trasuda dai ricordi e dalla sua fronte. Sguardo diretto al pubblico che immedesimato si fa piccolo per entrare anche lui nelle strettoie di fuoco delle miniere dove il gas grisù penetra i pori della pelle e dei  polmoni. Scendendo per sette-ottocento metri sotto terra, i racconti indossati al posto dei cappotti ci stanno stretti e sporchi di nero, ricordano le nostre radici, che non sono lontane da quelle dei minatori lissù: Italiani cincali ci chiamavano, ovvero Italiani zingari che rubano lavoro ai Belgìc disoccupati. 


Piacenza, Lodi, Milano Garibaldi.
Le storie tragiche sono decorate da divertenti aneddoti del postino che, oltre a recapitare lettere, deve far compagnia e “dare conforto” alle vedove bianche del paese, sole e senza marito. L’uomo fa sani gesti di altruismo verso le  donne in preda a bollori ormonali: dunque si ride un po’.

Charleroi, 1956: a Marcinelle esplode la miniera di carbone per una serie di disgraziate coincidenze e assenza di norme di sicurezza sul posto di lavoro; 262 morti, su 274 lavoratori presenti.
San Lazzaro 2013: gli applausi vanno a Perrotta, a tutti gli ex lavoratori attaccati a un respiratore per sopravvivere alla silicosi, e a tutti i morti riportati in vita dai testi di Mario Perrotta e Nicola Bonazzi.
Applausi.

Visto all’Itc Teatro di San Lazzaro il 22 febbraio 2014

Italiani Cìncali! 
Parte prima: minatori in Belgio
di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta 
interpretato e diretto da Mario Perrotta 

dedicato a Lucio Parrotto

Angela Sciavilla

mercoledì 26 febbraio 2014

Riportare al cuore: il ricordo e il ritorno al centro del secondo lavoro di Mario Perrotta sull’emigrazione



Avete mai chiesto a un vecchio di raccontarvi la sua storia? Riusciti a vincere la riottosità e il senso pudico, chissà quante volte la storia narrata si perdeva oltre i confini personali, e la sua storia diventava la vostra, la nostra storia… La Turnàta – Italiani cìncali parte seconda ci porta a confrontarci con le sinapsi scollegate di una cultura ipocrita, la nostra, che dopo anni di lotte per il riconoscimento di diritti umani insindacabili richiede e ottiene l’espressione da parte del popolo delle proprie chiusure ideologiche sull’immigrazione (è tragicamente illuminante il referendum che due settimane fa ha riportato la memoria sulle viziosità dell’idealismo nazionalistico europeo). Protagonista è l’emigrazione, ma non solo: protagonista è uno stato europeo che sfrutta manodopera proveniente da un sud che oltre ad essere povero è dimenticato da Dio e dalla Patria, imponendo agli immigrati condizioni dittatoriali. Protagonista è un bambino di 14 anni che ha passato gli ultimi dieci in un paese straniero, chiuso in casa a sognare la luna, vittima di un ergastolo perché colpevole di essere figlio di immigrati e quindi futuro ruba-lavoro. Come in tutte le storie, i protagonisti hanno un nome: il paese cattivo è la Svizzera, il sud del sud è la Puglia e il bambino si chiama Antonio detto Nino, ma questo perché questa storia nasce da un’esigenza personale, da un uomo alla ricerca della sua identità cha ha riallacciato il suo cammino con il suo passato e ha trovato sulla sua strada testimonianze di uomini partiti, schiavizzati, incattiviti da un mondo di patruni e garzuni. Quest’uomo risponde al nome di Mario Perrotta; ed è lo stesso Perrotta, nell’incontro post-spettacolo, a ricordare come quel bambino che ieri si chiamava Nino, oggi si può chiamare Assef e il paese disumano che sfrutta emigrati per i lavori che i suoi cittadini non si abbassano a fare può tranquillamente prendere il nome di Italia.


Seduto, con una gestualità e uno stile narrativo meravigliosamente meridionale, Perrotta dà corpo a un testo dove le trovate narrative riescono a guidare il pubblico dal riso più genuino al silenzio della meditazione (e il merito va riconosciuto anche all’altro autore, Nicola Bonazzi); un pubblico che non solo riempie la platea dell’ItcTeatro ma invade anche il palco, circonda la voce di questo attore-cantore che riscuote le ceneri del nostro essere: in un’ora e mezza di spettacolo scopriamo di essere figli di quelle sofferenze, di quegli uomini che hanno permesso all’Italia di rialzarsi mettendo sotto i piedi la loro dignità di lavoratori, e che nessuno lo vuole ricordare, nemmeno i protagonisti. Perrotta riparte con la seconda tappa del progetto Cìncali, questa volta per raccontarci il ritorno e i differenti tipi di ritorno: nna enùta è solo nna enùta, mentre la turnàta è per sempre… una venuta è il tempo di mettere piede sulla tua terra, e respirare la tua aria. Una venuta è quella che negli anni sessanta costringeva i lavoratori stagionali a tornare a casa, dopo undici mesi di lavoro in Svizzera, e sperare nella chiamata del padrone, nella conquista del permesso da lavoratore annuale, nella possibilità di ripartire ma con la tua famiglia e di vivere insieme sotto lo stesso tetto, liberi. Il ritorno, è un’altra cosa: è quando arrivi perché non devi partire più. Questa è la storia di una turnàta raccontata da Nino all’indomani della morte del nonno, l’unica voce che regalava sapere, ricordi, coraggio al bambino costretto a vivere nell’oscurità, nella paura. Sogna la luna, il piccolo Nino, perché il nonno gli ha confidato il segreto della vita dopo la morte: il corpo rimane, noi ce ne andiamo e diventiamo altro. In quella sera del ’69, il nonno si abbandona al sonno eterno e si unisce alla cordata Armstronge compagni, alla conquista italiana della luna. Sogna la sua terra, Nino, perché il nonno gli ha raccontato che è la terra più bella che ci sia, e sogna di ritrovare, nascosto in quella terra, il segreto che ha spinto il nonno a partire, a sradicarsi con il rischio di non tornare più. Pensa al nonno, Nino, quando chiuso nel bagagliaio oltrepassa il confine e gli dice di non aver paura, quando sarà chiuso nella sua bara, che basta ascoltare il battito del cuore e tutto passa. Vive in un mondo altro, Nino: in un mondo dove il comunismo è una squadra scarsa ma combattiva di terza categoria con una formazione internazionale dove spiccano Tito e Marx, i bambini solitari si confidano paure solo nei sogni e nei pensieri e Albano dedica le canzoni a quella terra mai conosciuta, a quella paura mai superata. Mentre il nonno parte alla conquista della luna, Nino si avventura verso un passato ascoltato ma mai vissuto. Riconquista con i suoi piedi la sua terra e lì riporta le sue radici. 


È lui il depositario del passaggio, della circolarità del tempo, della giusta fine: scavando alla ricerca del segreto promesso dal nonno, ai piedi degli ulivi colmi di frutti, Nino trova un foglio di carta con sopra scritta la promessa che quella terra diventerà casa per i suoi figli e i figli dei suoi figli. Il viaggio dell’eroe si conclude con la conquista del tesoro e dell’identità: nella sua terra il piccolo Nino costruisce la sacra dimora dei suoi ricordi, si riallaccia alle volontà dei padri e con le sue mani riscatta il loro dolore. Ma siamo pronti a scommettere che anche in questo caso la storia si presti a sostituzioni di personaggio, e al posto del quattordicenne che torna in un paese sconosciuto possiamo immaginarci un uomo sulla trentina che scava nel suo passato dimenticato, e ce lo regala sulle tavole di un palcoscenico ancora, dopo dieci anni, con le lacrime agli occhi. Perché anche Mario Perrotta, come Nino, ha avuto paura del buio e probabilmente anche a lui, per salvarsi, è stato necessario ricordare.


La Turnàta – Italiani Cìncali parte seconda
di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta
diretto e interpretato da Mario Perrotta

Visto all’ITC Teatro di San Lazzaro il 23 febbraio 2014

 


Elvira Scorza

domenica 17 novembre 2013

Un dipinto per un bacio d’amore: Perrotta riscopre la sofferenza di Antonio Ligabue

Chi ha il coraggio di negare un bacio al povero matto del paese? Nessuno, così come nessuno ha il coraggio di offrigli una carezza spontanea, un sorriso, o anche solo uno sguardo che non sia di commiserazione: nessuno dice di no, tutti si limitano a lasciare in sospeso, a rimandare al domani. E il bacio non arriva. Arriva la fama, arriva la gloria, arriva la critica a dirti che sei bravo, ma nessuno scaccia via la solitudine. È da questa triste presa di coscienza che parte Mario Perrotta, da questa richiesta diretta e innocente… un bès, dam un bès: Antonio Ligabue, di soppiatto, punta gli occhi verso il pubblico e chiede un bacio. 


Quella del pittore naif scoperto per caso dall’artista Marino Renato Mazzacurati nei boschi reggiani è una storia difficile da raccontare, perché tira in ballo davvero troppi temi: dalla follia all’emarginazione, al periodo storico tragico (si parla della seconda guerra mondiale), tutto porterebbe alla creazione di un personaggio complesso, aulicamente tragico, impostato. Nulla di tutto questo, per Perrotta: si parte dall’uomo che è dietro all’artista folle e osannato, dai suoi dolori e dalle sue sofferenze e si recupera il suo rapporto con il mondo attraverso il disegno.


È il carboncino sulla tela a guidare lo spettacolo, a dargli quel binario parallelo senza il quale, probabilmente, ci saremmo ritrovati davanti all’ennesimo monologo a effetto; le immagini che nascono dalle parole sono il punto più alto di riflessione sul personaggio, nel loro generarsi ed esaurirsi urlano al pubblico il perché del loro esistere, la ricchezza del vissuto che si portano dietro.


Insieme alla bravura del Perrotta-attore, le immagini costruiscono il personaggio Antonio Ligabue: fanno da antagonista, da co-protagonista, da servo di scena, da scenografia. Il disegno diventa parte integrante della vita raccontata e il racconto non può staccarsi dalle immagini. Allora lo sguardo puro dell’artista autodidatta e istintivo si allarga, arriva a inglobare tutta la scena perché si proietta nelle sue opere. 


L’incomprensione, l’emarginazione, la follia e il genio portano il Toni a scontri diretti con il mondo del reale, con quelle immagini ben più dure e crude dei suoi disegni: con gli uomini. E alla fine, Perrotta lo riconduce al suo rapporto univoco con la natura, all’essenziale che salva dalla sterilità dell’uomo e dalla sua cattiveria. Fugge da Gualtieri, El Matt, fugge da quelle radici impostegli dalla società, da quel paese che lo rifiuta e si rifugia tra i pioppi, portandoci via con sè: una scenografia di sole luci che riesce ad annullare le poltroncine dell'Itc Teatro, a catapultarci sulle rive del Po tra l’argilla usata per le sculture e le grandi aquile che ossessionano la memoria del povero folle fino al suo riconoscimento come artista, al suo successo, al suo isolamento definitivo. Se c’è un colore caldo nella storia di Ligabue raccontata da Perrotta, è quello della natura; della simbiosi con gli animali, con l’acqua che scorre, con il fieno che riscalda e la coscienza di come questo immenso tesoro sia rivelato solo a chi ha occhi ancora capaci di vederlo. Nei palazzi romani, santuari dell’arte che si mostrano ben lieti di ricevere il genio di Ligabue, i piedi scalzi risuonano più dei tacchi a spillo e la società è pronta ad accettare l’estro, l’irruenza, il carattere bieco e scontroso dell’artista ma rimane indifferente alla sua sete di affetto, ai suoi occhi che implorano.
Finisce così, la storia di Ligabue, con un rifiuto testimoniato su video. Perrotta si presta al racconto anche dopo la morte, non si nega alla rabbia del “poi”: milioni di occhi che piangono, ma cosa?  La perduta occasione, l’incapacità di saper valutare, il quadro ormai regalato che ha perso ogni valore mentre l’uomo resta solo, nella sua bara. A chiudere la storia di continui rimandi, rifiuti e delusioni, Perrotta lascia la scena a Ligabue, alle sue immagini, ai suoi quadri. Ai suoi occhi strabuzzati che donano un disegno in cambio di una carezza, ancora una volta negata.

Un Bès – Antonio Ligabue di Mario Perrotta / primo capitolo del Progetto Ligabue

Visto all’ ITC Teatro di San Lazzaro, il 13 novembre 2013.

Elvira Scorza

domenica 10 novembre 2013

A teatro con un solo euro! L'inaugurazione della Stagione di Prosa dell'ITC Teatro a prezzo agevolato per gli studenti universitari


Riceviamo e pubblichiamo la comunicazione last minute che l’Itc Teatro di San Lazzaro propone a tutti gli studenti universitari:

DA NON PERDERE!!
Martedì 12 novembre un’offerta speciale per tutti gli studenti universitari: biglietto di ingresso a un euro per lo spettacolo “Un bès – Antonio Ligabue”, che inaugura la nuova Stagione di Prosa teatrale.
 

E non dimenticate di portare il libretto o il badge!

 

Mario Perrotta torna da solo sul palcoscenico con una storia di marginalità, arte e follia dedicata al pittore Antonio Ligabue. Protagonista della scena sarà lo spettacolo Un bès - Antonio Ligabue, primo capitolo del Progetto Ligabue, una trilogia completamente incentrata sulla figura del pittore reggiano che si svilupperà con altri appuntamenti anche nel 2014 e nel 2015. 



«"Un bès... Dam un bès, uno solo! Che un giorno diventerà tutto splendido. Per me e per voi". Provo a chiudere gli occhi e immagino: io, così come sono, con i miei 40 passati, con la mia vita - quella che so di avere vissuto - ma senza un bacio, Neanche uno. Mai. Senza che le mie labbra ne abbiano incontrate altre, anche solo sfiorate. Senza tutto il resto che è comunione di carne e di spirito, senza neanche una carezza. Mai. E allora mi vedo - io, così come sono - scendere per strada a elemosinarlo quel bacio, da chiunque, purché accada. Ecco, questo m'interessa oggi di Antonio Ligabue: la sua solitudine, il suo stare al margine, anzi, oltre il margine - oltre il confine - là dove un bacio è un sogno, un implorare senza risposte che dura da tutta una vita. Voglio avere a che fare con l'uomo Antonio Ligabue, con il Toni, lo scemo del paese. Mi attrae e mi spiazza la coscienza che aveva di essere un rifiuto dell'umanità e, al contempo, un artista, perché questo doppio sentire gli lacerava l'anima: l'artista sapeva di meritarlo un bacio, ma il pazzo intanto lo elemosinava. Voglio stare anch'io sul confine e guardare gli altri. E, sempre sul confine, chiedermi qual è dentro e qual è fuori» (Mario Perrotta).

Sabato 16 novembre, dopo lo spettacolo, incontro con Mario Perrotta.

Maggiori informazioni su www.itcteatro.it

domenica 20 ottobre 2013

Prosa, teatro ragazzi, progetti internazionali e una nuova rassegna di poesia: la stagione 2013 – 2014 a cura della Compagnia Teatro dell’Argine


Riprende la Stagione dell'ITC Teatro: un ventaglio di rassegne, dalla prosa al teatro ragazzi alla poesia, che avranno inizio a fine ottobre a San Lazzaro di Savena (Bo).

Quando si fa buio - Per ascoltare la poesia non servono gli occhi


Le novità sono presenti già in apertura di stagione con Quando si fa buio - Per ascoltare la poesia non servono gli occhi: una rassegna a cura di Azzurra D’Agostino e del Teatro dell'Argine in collaborazione con SassiScritti - associazione culturale impegnata nella promozione e ricerca delle arti contemporanee, in particolare teatro, musica e scrittura - per portare la poesia a teatro.

Giovedì 17 e giovedì 24 ottobre i protagonisti di questo viaggio saranno Pierluigi Cappello e Fabio Franzin, Fabiano Alborghetti e Matteo Fantuzzi, affiancati dalla curatrice Azzurra D'Agostino e accompagnati dalla voce di Micaela Casalboni, in un esperimento con lo scopo di non perdere quello spazio per la letteratura all’ITC Teatro inventato e coltivato da Stefano Tassinari.
             
Si prosegue, da martedì 12 novembre, con L’arte dell’utopia, la stagione di prosa dell’ITC Teatro, con la direzione artistica del Teatro dell’Argine. Ospiti di quest’anno: Eugenio Allegri, Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano, Collettivo InternoEnki (vincitore del Premio Scenario per Ustica 2013), Roberto Corradino, Marta Cuscunà, Fanny & Alexander, Punta Corsara, Teatro delle Temperie, oltre ai padroni di casa del Teatro dell’Argine.

 Un bès - Antonio Ligabue

Come dichiara la direzione artistica: «Gli artisti e gli spettacoli in cartellone sapranno condurre gli spettatori in un mondo dove l’arte possa essere una forma di riscatto (Un bès - Antonio Ligabue di Mario Perrotta) e l’artista una figura scomoda ma necessaria (Le Braci di Roberto Corradino); un mondo dove le differenze culturali non siano un limite ma una risorsa (Il circo capovolto di Andrea Paolucci); dove le risorse delle donne diventino forma di resistenza politica (La semplicità ingannata di Marta Cuscunà e Liberata di Nicola Bonazzi); dove la politica sia servizio e progettazione e non gioco al ribasso (Berlinguer di Giorgio Gallione); dove il gioco diventi una nuova forma di comunicazione (The Shoe Must Go On di Andrea Paolucci); dove la comunicazione serva a formarci come persone e non formi un popolo di bambini (Discorso Grigio e Discorso Giallo di Luigi De Angelis - Fanny & Alexander); dove un popolo che migra diventi coscienza di un intero popolo (Italiani Cìncali di Mario Perrotta e La Turnàta di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta); dove la coscienza dei disastri sociali sia stimolo alla riflessione attraverso l’arte (La Merda di Cristian Ceresoli, Il Convegno di Emanuele Valenti e M.E.D.E.A. Big Oil di Terry Paternoster); un mondo dove l’arte non sia marginale, ma sia di tutti e per tutti; un mondo dove l’arte non deroghi mai al compito di immaginare un mondo migliore».

 Berlinguer

Inoltre, domenica 16 febbraio debutta sul Teatrobus nel cortile dell’ITC lo spettacolo X e Y: un universo di famiglie: una performance inserita nel progetto per la scuola CuraUgualeFamiglia, che promuove una riflessione sui nuovi modelli di famiglia presenti nella società contemporanea. Realizzato grazie al contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. 

Discorso Giallo - Fanny & Alexander

E per ultimo, non per importanza, si ricorda che a maggio 2014 il Teatro dell’Argine festeggia venti anni di attività. A partire dal mese di luglio 2014 e per tutta la stagione 2014-2015 ci saranno occasioni per momenti di riflessione, spettacoli, in attesa dell’evento speciale di festeggiamento.

Per informazioni, visita il sito: www.itcteatro.it
Non mancate!

Angela Sciavilla

lunedì 6 maggio 2013

ITC Teatro di San Lazzaro: il via al Festival delle scuole 2013

Si presenta la XIII edizione del Festival delle Scuole a cura della Compagnia del Teatro dell’Argine con la conferenza stampa  del 3 maggio all’ITC Teatro di San Lazzaro (Bologna).
Dal 4 al 26 maggio 2013 duemilasettecento giovani attori dai 3 ai 18 anni, provenienti da scuole dell’infanzia, elementari, medie, superiori e gruppi extra-scuola della regione daranno vita a spettacoli che saranno valutati da una giuria composta da ragazzi in rappresentanza di tutte le scuole del territorio circostante. Alla scuola vincitrice verrà assegnato un premio in denaro pari a 1.500 euro, da spendere nell’organizzazione di attività culturali destinate ai ragazzi.

 giuria del Festival delle Scuole 2013

Oltre al concorso di teatro, il Festival delle scuole più grande d’Italia propone un concorso di scrittura aperto a bambini e ragazzi delle elementari, medie e superiori, sul tema Ho visto cose… Scrivo, descrivo, immagino la mia vita. A valutare le opere, una giuria mista di esperti e di ragazzi: l’attrice Marinella Manicardi, lo scrittore Patrick Fogli, la poetessa e critica teatrale Azzurra D’Agostino, Carmela Delle Curti e Sanaà Selfaoui, due ragazze che fanno parte di gruppi teatrali nati intorno a progetti internazionali del Teatro dell’Argine. In palio premi per tutte e tre categorie di età: computer, console, videogiochi, corsi di teatro, telefonini, iPod, libri, CD, DVD, abbonamenti a teatro e viaggi.

La cerimonia di premiazione si terrà il 26 maggio 2013 all’ITC Teatro di San Lazzaro.

foto di L. Paselli

Continuano le proposte con Acting Diversity, un progetto di teatro interculturale per rifugiati politici e giovani del Teatro dell’Argine in partnership con Al-Harah Theater (Palestina) e Badac Theatre Company (Regno Unito). I Ragazzi di Acting Diversity si esibiranno in The Shoe Must Go On, uno spettacolo che racconta la dura vita di chi è solo contro tutti, quotidianamente.

Prosegue inoltre il gemellaggio con il Festival Internazionale Teatro Lab del Centro Etoile di Reggio Emilia, grazie al quale le scuole vincitrici porteranno il loro spettacolo sul palco dell’altro festival. I vincitori del Festival Internazionale Teatro Lab sono i ragazzi dell’I.T.C.G. Cattaneo e del Liceo Dall'Aglio di Castelnovo ne’ Monti (RE) con lo spettacolo Marionette in Manette.

fotografia di Renee Moorà Ferri

Infine il Festival vede altre un’altra fruttuosa collaborazione, quella con l’Università Primo Levi, presso la quale per la prima volta quest’anno il Teatro dell’Argine ha avviato un percorso laboratoriale incentrato su Il povero Piero di Achille Campanile, che si concluderà con un saggio finale domenica 19 maggio all'ITC Teatro all'interno del Festival.


Programma del festival:

Sabato 4 maggio, ore 21:
Una tranquilla luna di miele -  gruppo Artisti senza tetto.

Domenica 5 maggio, dalle ore 15:
Nemo - dell’I.I.S. Almerico da Schio di Vicenza

Marionette in Manette (gruppo vincitore del Festival Internazionale Teatro Lab) - I.T.C.G. Cattaneo con Liceo Dall'Aglio di Castelnovo ne’ Monti (RE)

Lunedì 6 maggio, ore 19.30:
Le Avventure di Filippotto - gruppo di Teatro Bambini dell’ITC Studio del lunedì 6-10 anni, fuori concorso

Martedì 7 maggio, ore 17:
La storia di Madame Spezzindue - classe 4^ A della Scuola Primaria Fornace di San Lazzaro di Savena (BO) spettacolo fuori concorso

Giovedì 9 maggio, ore 19:
 Ma che storia è mai questa? - gruppo di Teatro Adolescenti dell’ITC Studio

Venerdì 10 maggio, ore 20.30:
Rumors  - gruppo di Teatro Adolescenti dell’ITC Studio del venerdì 14-17 anni.


Per approfondimenti:
www.itcteatro.it - www.festivaldellescuole.it
Info: biglietteria 051.6270150 || e-mail: info@itcteatro.it

venerdì 1 febbraio 2013

Studio per uno spettacolo presidenziale: Celestini e i suoi Discorsi alla Nazione


Dittatori parodiati, sbeffeggiati e alla fine eliminati con un colpo di pistola. Nel nuovo studio per un possibile spettacolo, Ascanio Celestini, attore ma soprattutto narratore, esamina gli uomini di Stato, i pontefici, i potenti, i governatori, i capi di Governo e di regime. Fa satira ma non cade nella trappola della banalità; non ha in mente questo o quel personaggio; non tratta questa Italia o quella passata; non si riferisce solo alle politiche di destra o solo a quelle di sinistra; non sono raccontati gli atteggiamenti solo della nostra cultura o solo i costumi di Paesi stranieri. Celestini, con Discorsi alla nazione - Studio per uno spettacolo presidenziale, è interessato a deridere ogni sistema di regime presente, passato e futuro. L'unica cosa che hanno in comune, i personaggi immaginati, è l’essere affacciati a una finestra o a un balcone e che tutti diventano, con le frecce dell'ironia, bersagli, con tanto di cerchi concentrici bianchi e rossi, da colpire.

Sul palco c'è solo una sediolina di legno e un microfono. E se è vero, come ci tiene a precisare il protagonista all'inizio dello spettacolo, che la condizione per cui ci sia teatro è la compresenza di “almeno un attore e di almeno uno spettatore”, è anche vero che teatro vuol dire vedere. E Celestini galoppando le parole è perfettamente in grado di far apparire immagini incollando al racconto il pubblico per oltre due ore.


Uno sketch dopo l'altro Celestini racconta i disagi del popolo dal punto di vista dei dittatori; racconta con il suo solito stile pieno di anafore lapidarie e confermatrici; ma questa volta come già aveva sperimentato con il precedente lavoro - Pro patria - prova toni di voce da dare ai personaggi; non è più il narratore onnisciente che tutto sa e tutto può, piuttosto incarna ruoli: e se lui è il dittatore, gli spettatori senza troppa difficoltà si prestano a essere i cittadini-sudditi.

I temi trattati sono molti: dal lavoro alla politica, dallo sfruttamento al capitalismo, dalla coscienza di classe alla guerra, dagli abusi e i soprusi a ogni forma di violenza. Critica tutte le forme di potere e di controllo.


 Studia Celestini, cerca di capire come reagisce il pubblico e fino a dove si può ancora spingere nella sua personale battaglia per la libertà. È un'operazione per interfacciare storie inventate con la Storia ufficiale. È un lavoro che ci mette allo specchio facendoci quindi prendere consapevolezza delle nostre stesse azioni.

Lo spettacolo, che è stato la punta di diamante della stagione dell' ITC Teatro di San Lazzaro di Savena, ribadisce ancora una volta il legame dell'artista con il teatro bolognese.

Celestini continua a essere presente a Bologna con la presentazione del libro Pro patria che si terrà giovedì 7 febbraio 2013 all'oratorio San Filippo Neri in via Manzoni 5, alle ore 18. L'artista sarà intervistato da Massimo Marino che curerà l'incontro.

Visto al Circolo Arci Bellaria a San Lazzaro (Bo) lunedì 28 gennaio.

Josella Calantropo

mercoledì 23 gennaio 2013

Dalle pagine di un libro al palco di un teatro


Dal 16 al 20 gennaio Pietro Floridia lascia la cabina di regia e calca la scena dell’ITC Teatro di San Lazzaro per raccontarci il suo Teatro in Viaggio. Lungo le rotte dei migranti.

Sì, viaggiare. Lasciarsi guidare dalle storie che ti entrano nella pelle in anni e anni di lavoro con i rifugiati politici, con gli immigrati, con “quelli che vengono da...” che poi nessuno si chiede davvero da dove vengono, ma che adesso sono qui. 

O meglio, che sono quasi qui. Nasce da questo “quasi”, dal bisogno di capire perché un immigrato ti rimprovera di dimenticare la sua parte altrove, il viaggio di Pietro Floridia. Verso il Senegal, verso Diol Kadd dove ha casa Mandiaye, attore della Compagnia delle Albe che da quel villaggio era partito, da quella casa era scappato ma che adesso lì torna. Forse anche lui ha lasciato un “quasi” in sospeso dall’altra parte del mare? Non resta che scoprirlo, non resta che mettersi in cammino: Floridia, il Gabo e il Lando; l’uomo dal pizzetto, il contadino-guerriero maori parmense e il Land Rover trentenne si mettono in viaggio. O almeno il Lando ci prova, tra nuotatine nell’oceano e avventurosi combattimenti contro la lancetta del carburante degni di un mezzogiorno di fuoco nel Sahara. E mentre Floridia ci stupisce e si stupisce per la sua capacità di raccontare, di portarti dentro la storia, di farti ridere fino alle lacrime con la sua non-padronanza del francese e di farti commuovere un attimo dopo, davanti a una giovane che racconta di come un amore lontano l’abbia spezzata in due portandosi dietro una parte di lei, Gabo guarda. Ogni tanto fa si con la testa, Gabo, e ogni tanto se la ride, come i vecchi amici che quella storia non solo l’hanno vissuta pelle a pelle con te, ma l’hanno già sentita mille volte e ogni volta se la gustano con lo stesso piacere. Mentre scorrono immagini sullo schermo, mentre le parole si traducono in pensieri, il viaggio nello spazio diventa viaggio nel tempo e Floridia si mette al centro del cerchio, quel mitico cerchio che in tutti i laboratori teatrali richiede una persona coraggiosa da ascoltare, da interrogare o semplicemente da osservare. Ritorna bambino, 
Pietro, smette di essere il regista, l’uomo che guida e si lascia guidare dal tempo che sembra affondare, da Issan e dalle sue mani bruciate nel tentativo di spegnere i propri sogni, dal racconto di Said, sceso dalla propria vita per recuperare quella di un padre assente. E mentre ci osserva commuoverci nel sentire la storia del suo, di padre, e di come in questo viaggio forse non avrà ritrovato sé stesso ma ha riscoperto il sonno, gli incubi e i modi con cui si vincono, Pietro ci regala momenti di alta riflessione, ci regala la similitudine Madre–Casa e Padre-Viaggio: ogni viaggio nel mondo è un viaggio alla ricerca di un padre, e padre nella Bibbia è colui che sa partire. Come Telemaco viaggiamo e come Enea salviamo. Come quelli là, noi siamo un “quasi” spesso senza un padre da salvare. Pietro si trasforma nel piccolo Ercole e il Gabo/Lando diventa il centauro Chirone fatto di ferro e carne. Poi, come in ogni cammino che si rispetti, arriva lo sconosciuto dal sorriso buono a farti tremare le gambe e la voce: arriva il dubbio che in realtà gli anni passati a cercare storie, i silenzi in cui hai raccolto le tragedie di chi vive il teatro come una forma di salvezza dalla sofferenza estrema non sono altro che goffi tentavi di illudere te stesso e gli altri, spudorati meccanismi di autodifesa che metti in atto per non vedere il confine. 
Un vecchio sdentato ti racconta di suo figlio, chiuso in un campo circondato da un muro. Tu gli racconti di come un muro si può bucare trasformandolo in uno schermo su cui proiettare un intero festival cinematografico e ti ritrovi ammutolito davanti a una bocca urlante che ti mette davanti alla nuda verità: un muro è sempre un muro, se lo trasformi lo accetti e invece i muri devono essere abbattuti, non devono essere coperti, non devono essere dimenticati. <<Perché io non voglio un film, voglio riabbracciare mio figlio>>: in un attimo il nostro eroe muore affogato dall’ansia che forse quel vecchio non ha tutti i torti ma in un attimo ritorna la luce nei suoi occhi; torna alla mente Badolato, torna alla mente Sied che ha imparato a recitare per salvare la vita a sua nipote. Sherazad torna alla vita, e da quel nero assoluto sorge la scoperta di un “quasi”:eccolo, è quel muro di letteratura che protegge dalla vita il “quasi” del piccolo Pietro ora diventato grande. Si arriva alla terra di nessuno, si arriva lì dove non c’è identità perché non c’è diversità, dove tutto è l’opposto di tutto e vedi bambini vivere da grandi, dromedari brucare nelle caserme, macchine far da salotto. Qui, in pieno Senegal, ritroviamo Mandiaye e la storia di sua nonna e del baobab che decise di sposare una volta vedova. Qui troviamo chi è partito senza sapere che, un giorno, sarebbe tornato per salvare quella terra mangiata dal deserto, quel villaggio abbandonato dai sogni, quegli uomini che sono lì. E stavolta il loro stare non conosce “quasi”.

Elvira Scorza