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giovedì 10 luglio 2014

Le Parole e la Città: venti anni di teatro raccontati attraverso le parole dei cittadini

«Un teatro lungo 20 anni, un progetto nutrito nove mesi»: nove mesi per interrogare la città e i suoi cittadini, per chiedere alle varie realtà che in essa si compongono le parole-chiave da cui ripartire per ricreare una città fatta di azioni, di relazioni, di parole che acquistano senso perché non si fermano solo all’essere dette, ma riescono a tradursi in realtà: questo è il materiale di cui si nutre il progetto che la Compagnia Teatro dell’Argine ha presentato nella Sala Tassinari di Palazzo d’Accursio nel corso della conferenza stampa tenutasi il 3 luglio 2014. Un programma ricco di numeri, oltre che di parole, le cui battute finali rientrano nell’ambito di bè bolognaestate: uno spettacolo itinerante che dal 14 al 20 luglio vedrà in azione cento attori e un ospite diverso per ogni sera, un convegno, un laboratorio che dal 7 al 20 luglio racconterà su vari canali il progetto spettacolare, cinque incursioni teatrali, video-installazioni e più di cento abbecedari che potrebbero essere pubblicati, un domani, per dare futuro alle parole che ispirano la rinascita e il cambiamento della città, nella città.


LeParole e la Città è il nome che contiene tutto questo. Un nome semplice e immeditato, capace di raccontare il tipo di teatro che ha caratterizzato le attività della Compagnia Teatro dell’Argine nel corso di questi vent’anni: «un teatro per le persone, con le persone, insieme alle persone», come lo definisce Andrea Paolucci, membro del direttivo artistico della compagnia con Nicola Bonazzi e Micaela Casalboni e con loro rappresentante, nel corso della conferenza stampa, della grande famiglia della Compagnia TdA. Il progetto presentato si qualifica come sconfinato non solo per i numeri, ma anche per la portata esperienziale che propone: lavorando anche a livello internazionale, quest’operazione fonda la speranza di poter rinforzare il senso di comunità partendo dalle relazioni. È esemplificativa, a tal proposito, la rete intessuta tra le varie associazioni nazionali e non conosciute dalla compagnia in questi anni, costruita grazie all’impegno costante della stessa nella mediazione culturale. Nove mesi di lavoro, d’interviste, di ascolto hanno reso, alla fine, tutti protagonisti nel gioco del raccontarsi, sviluppando una drammaturgia partecipata poiché creata da persone che hanno regalato pensieri, ore e parole a questo progetto.
«Il nostro teatro è fatto di relazioni, è fatto di persone che conducono esperienze e relazioni. Ecco perché il nostro spettacolo per festeggiare il ventennale è una relazione tra persone. I cittadini recitano se stessi, a fianco di attori professionisti, e il tutto si svolgerà in un campo da calcio trasformato in luogo teatrale», spiega ancora Paolucci. Nel suo svolgersi, lo spettacolo si rivela un viaggio per spettatore solo, impegnato a tu per tu nella scoperta della bellezza di questa città “ideale”; un viaggio però sempre di matrice teatrale, da terminarsi nella relazione che il teatro esige oltre che creare, strappando lo spettatore alla sua solitudine e restituendolo all’unione del pubblico partecipante nella parte conclusiva, di volta in volta affidata a ospiti diversi. Un grande regalo fatto dalla Compagnia Teatro dell’Argine alla comunità, ma anche un’importante occasione di autoriflessione sul bisogno di definire la portata di “un teatro che vuole farsi territorio in un territorio che forse può farsi teatro, o meglio cultura”, come suggerisce Micaela Casalboni nel presentare i punti alla base del convegno Teatrocentrocittà, che verrà ospitato il 17 luglio all’Arena del Sole. Un convegno che prende le mosse da un dato allarmante, reso noto da Francesco De Biase nel corso delle ultime Buone Pratiche (Milano 2014): il 60% dei cittadini europei non mette mai piede in un luogo di cultura, e in Italia la percentuale sale all’ 80%.  Dati che rivelano come la maggior parte dei cittadini non trovi spazio per la cultura nella sua quotidianità, probabilmente perché continuano a ritenerla elitaria; dati che denunciano il bisogno di dimostrare l’infondatezza di questi preconcetti e dare luogo a tentativi di soluzione, come proveranno a fare i relatori impegnati nel convegno, appartenenti a svariate categorie impegnate nel mondo teatrale (artisti, critici, tecnici ma anche spettatori) e invitati, alla fine dello stesso, a esporre le loro idee in quattro tavoli di lavoro attorno ai quali applicarsi attivamente nella ricerca di una possibile soluzione: ancora una volta, tutto parte dalla relazione. Inoltre, cinque incursioni cittadine invaderanno Bologna dal 10 al 19 luglio, sviluppando azioni teatrali itineranti che vedranno comunità di persone, contraddistinte dalla gioia propria della partecipazione teatrale, impegnate nel raccontare la città con parole usate da scrittori, pensatori, poeti e non solo. Tra le possibilità offerte da questo progetto, rientra il laboratorio condotto da Massimo Marino, non a caso intitolato Il teatro La città Lo sguardo: queste tre parole guideranno lo spettatore nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza  nel relazionarsi allo spettacolo, consentendo ai partecipanti di rapportarsi con il difficile lavoro dello “sguardo che racconta” la magia teatrale.


Il progetto si rivela interessante anche per le modalità di fruizione offerte al pubblico, accompagnato nel suo visitare i luoghi di questa città “ideale” da un’audioguida che racconterà le parole e le storie all’origine della città, prevedendo ben tre lingue diverse e modalità di fruizione apposite per bambini e audiolesi. Ancora una volta, la Compagnia Teatro dell’Argine pone alla base del suo lavoro l’importanza dell’inclusione culturale, e la validità del suo impegno in questa direzione viene sottolineata dalle parole usate da Isabella Conti, sindaco di San Lazzaro, nel raccontare come «questo spettacolo chiarisce il ruolo che la Compagnia Teatro dell’Argine ricopre per il territorio e per la comunità: da vent’anni crea cultura, genera ricchezza e slanci verso la cultura, e il modo con cui questi vent’anni vengono celebrati ribadisce l’appartenenza del teatro alla città come luogo ma anche come comunità di persone, e soprattutto l’importanza delle parole: le parole creano identità e aprono possibilità riflessive, inducono all’autocoscienza e permettono a ciascuno di essere attore, nel senso di essere persona che agisce per creare rete, relazione, comunità».  Parole forti, se si pensa al particolare stato di disinteresse in cui, a livello nazionale, spesso languiscono realtà teatrali di questo tipo e al ruolo importante che i cittadini ricoprono, nel dimostrarsi lungimiranti rispetto alle pubbliche istituzioni nei confronti di realtà impegnate nella creazione di relazioni e nella consapevolezza dell’utilità pubblica della cultura, come osservato nel suo intervento da Alberto Ronchi, assessore alla Cultura e ai Rapporti con l’Università del Comune di Bologna.

È un progetto grande, grande quasi quanto una città, al cui centro vi è un’idea di teatro e di relazione capace di abbracciare vent’anni di attività nel corso dei quali l’identità della Compagnia Teatro dell’Argine si è consolidata attorno alle persone, alle azioni che coinvolgono le persone, alle possibilità che apre l’arte. È la celebrazione di quello che il teatro dovrebbe essere: un luogo, un tempo fatto di relazioni, uno sguardo tra persone capace di creare comunità. 

Elvira Scorza

giovedì 26 giugno 2014

Un'isola piena di suoni: il workshop internazionale di teatro dei Cantieri Meticci

Cantieri Meticci
presentano

Un'isola piena di suoni

Laboratorio Internazionale
di teatro, danza, scrittura, fotografia, video e musica

30 giugno – 6 luglio ore 18-20
Performance finale 6 luglio ore 21
Cortile del Pozzo di Palazzo D'Accursio - Bologna

Ogni giorno, dal 30 giugno al 5 luglio, dalle 18 alle 20, lo splendido Cortile del Pozzo di Palazzo D'Accursio si trasformerà in una fucina di pratiche artistiche condivise, in un’installazione multimediale, in un mercatino dove si scambiano storie, in un grande atelier in cui partecipare a laboratori di teatro, danza, scrittura e video.



In occasione della terza tappa di un percorso di ricerca che ha già attraversato Parigi e Varsavia e che toccherà dopo Bologna, Helsinki, Milano, Berlino e Anversa, un team di artisti internazionali, coordinati da Pietro Floridia, guiderà i partecipanti al laboratorio nella creazione di testi teatrali, scene, coreografie, video a partire da La Tempesta di Shakespeare, messa in relazione con parole/concetti chiave quali ghetto, colonizzazione, stigma.

I materiali artistici creati verranno presentati nell'ambito della grande performance finale Un’isola piena di suoni che andrà in scena il 6 luglio alle ore 21 presso il Cortile del Pozzo.

Il laboratorio è condotto da:
Pietro Floridia (Cantieri Meticci, Bologna), per regia e drammaturgia
Alicja Borkowska (Strefa WolnoSłowa, Varsavia), per assistenza alla regia
Linda Fahssis (Cie Check Points, Parigi), training degli attori e ricerca drammaturgica
Tomasz Gromadka (Strefa WolnoSłowa, Varsavia), drammaturgia
Sebastian Klim (Istituto Teatrale, Varsavia), illuminotecnica
Marek Płuciennik (Ptarmigan, Helsinki), videomaking
Alejandro Olarte (University of Arts of Helsinki – Center for Music and Technology), suono e musica
Viviana Salvati (Cantieri Meticci, Bologna), drammaturgia
Luana Pavani (Cantieri Meticci, Bologna), scenografia
Yulia Vorontsova (Cantieri Meticci, Bologna), coreografia.

In collaborazione con l'intero ensemble dei Cantieri Meticci.


Questa isola è piena di suoni” dice Calibano, personaggio de La Tempesta. A partire da questo verso, [...]andremo ad indagare l'isola sì come luogo di esilio, come campo ristretto, dentro il quale la convivenza si fa forzata e si surriscalda fino a generare sopraffazioni ma anche come luogo protetto, luogo in cui forse abbiamo una chance di dare vita ad un'organizzazione del mondo differente, forse più a misura d'uomo, in cui l'agire politico ha meno bisogno di intermediari, in cui diventa possibile percepire l'impronta del nostro agire.



Info e iscrizioni:
info@cantierimeticci.it
339 5972782

venerdì 18 aprile 2014

Senz'aria da vedere: il desiderio di vita di Maisia Teatro

Lo spazio stretto, quasi mentale, in cui lo spettatore si ritrova a essere catapultato, fa dello spettacolo Senz’aria della compagnia Maisia Teatro una pièce psicologica. Ci accomodiamo in una piccola sala, in via De’ Malcontenti a Bologna, che solo dopo scopriremo contenere segreti impronunciabili.
Dalle parole del foglio di sala conosciamo le sorelle De Montis: Addolorata detta Ada (Elina Nanna) e Immacolata detta Imma (Francesca Bagnara). Forte e severa la prima, debole e sorridente la seconda. Una indossa vestito e trucco total black,  l’altra uno spezzato bianco e nero. È un rapporto ambiguo che affonda le radici in un passato nascosto, ma che emerge lento e tormentato. La storia procede con gesti lenti, solenni, e dialoghi funerei, che smorzano qualsiasi accenno di vitalità della secondogenita.


La dimora è rappresentata sul palco da un tavolo e sedie rivestiti di stoffa bianca, con un set di tazzine da tè: uno scorcio che con le sue piccole quinte allude ad angoli della casa che devono rimanere segreti. Luci bianche e ombre fanno pressione a un’atmosfera macabra, accompagnata da strumenti a corda pizzicati e tamburelli salentini.
Ritroviamo le due protagoniste in sala da pranzo a disquisire della poca serietà di Imma, a cui dover imporre più rigore e arte del risparmio economico. 


Tra urla, pianti e imposizioni emerge chiaro il carattere psicolabile delle donne, in fondo ancora bambine. Comportamenti figli di traumi infantili che sono stati somatizzati e rinchiusi in un carillon (simbolo della spensierata fanciullezza) che le donne-bambine regalano a ogni ospite che le va a trovare. A varcare la soglia di casa è la giovane Bianca Nicolini (Irene Geninatti Chiolero), che cerca una stanza in affitto. Una presenza equilibrata, anche nei colori che indossa, tanto che incute quasi timore alle sorelle: coalizzate in una relazione ambigua in bilico tra amore fraterno e carnale, desiderano offrire l’invadente affetto anche all’ospite, che scappa spaventata.
Poi c’è Remo, il maggiordomo calvo. Il narratore vestito di grigio, interpretato dal regista Gianvito Pascale, apparecchia e sparecchia la tavola. Costretto a fingersi sordo muto, nella seconda parte svelerà la psicosi della vicenda: il carillon regalato a ogni ospite della casa simboleggia l’uccisione di questi ultimi, “loro non uccidono, ma è come se lo avessero già fatto”.


Tra le distese di ulivi centenari e nenie di chiesa, a cui le due fedeli non mancano mai una domenica, la sorella più piccola confessa al suo animo – e allo spettatore – il disprezzo per una madre presente ma prigioniera delle pasticche.  Incapace di badare alle figlie, di capirle, di giocare con loro, e nemmeno di ascoltarle suonare: le note del pianoforte suonate dai pargoli si infrangevano contro le pareti, invano, disprezzate dal mal di testa della madre, ormai senza forze. E ci confessa ancora di urla straziate, mentre accarezza le sue bambole.
Le mura della casa stanno strette, restituiscono soffocamento e inquietudine. L’unico barlume di luce sono le immagini proiettate sul fondale del palco, che raffigurano una foto delle bambine in tenera età e un muro di mattoni rossi.  La madre, incarnata ora nel corpo della sorella maggiore, fissa il vuoto e giustifica la sua scelta di murare vive in casa le sue figliolette per una vita intera. Intendeva proteggerle dalle maldicenze del paese, dalla sozzura del mondo.  Passano una vita senz’aria, ma protette: da cosa?


Così il teatro ritorna alla sua antica funzione, quella di ricordare i sacrifici umani: le due donne, uccise dalla madre, ritornano a presentare le loro vite tormentate solo tramite il racconto. Il delitto, compiuto tanto tempo prima, viene in questo modo espiato tramite l’incontro col pubblico. Sembra quasi che la morte, anche se terribile e per soffocamento, sia una liberazione da quella casa che toglie il respiro: la corda annodata al collo che “co-stringe” dunque alla libertà.


Visto all'Officina Teatrale dei Malcontenti, Bologna

A.S.

venerdì 14 febbraio 2014

Dario Fo, giullare di Dio

Chi conosce il teatro di Dario Fo (e risulta difficile non sapere almeno il nome del premio Nobel), sa cosa aspettarsi: una bellissima parabola, una lezione di storia popolare, lontana da ogni canone ufficiale e arricchita con lazzi fisici e verbali caratteristici del grande maestro. E quale migliore parabola se non quella del suo alter ego Francesco, il santo, ma anche giullare di Dio?
A quasi 88 anni – a giorni il suo compleanno, confida agli spettatori che gli regalano uno dei tanti fragorosi applausi – l’attore riesce ancora a tenere con facilità il pubblico, grazie a una gestica semplice (per forza di cose), ma precisa e pulita come sempre, grazie a un senso del tempo di attenzione della belva da domare in platea, grazie al mix folgorante e inventivo di dialetti con cui infarcisce anche questo spettacolo. Come negli ultimi allestimenti – basti pensare al recente Fuga dal senato – il palco presenta una delle tele che Fo ha dipinto con gli allievi dell’accademia di Brera: un dipinto molto grande, che ricorda per certi versi lo stile di Bosch e per altri il cubismo, ma l’atmosfera è molto più celeste, quasi epica, visto che vediamo “la scarruccata”, ovvero la caduta delle torri da parte dei ribelli guidati da san Francesco, come spiega lo stesso Fo.


Oltre alla tela, Fo, insieme a due collaboratrici, mostrerà per tutto lo spettacolo dei disegni e dipinti sulla storia di San Francesco, che poi ripone su un leggio che sembra uscito fuori da un monastero. Così facendo riprende lo stesso stile pedagogico della Chiesa ai suoi albori, quando doveva illustrare i Vangeli al popolo analfabeta.
Com’è solito fare Fo, lo spettacolo è introdotto da questa lezione sulla vita di san Francesco e sull’attualità del suo modello. Non a caso, spiega l’attore magari idealizzando un po’ il personaggio di riferimento, papa Bergoglio ha deciso di adottare il nome di san Francesco, cercando di seguirne l’esempio. Dopo questa lezione inizia il vero e proprio spettacolo, in cui Fo racconta alcuni aneddoti della vita di san Francesco meno conosciuti e censurati dalla versione ufficiale tramandata dalla Chiesa. Fuoriesce così un personaggio molto più brioso, giocondo, provocatorio ma affascinante. Come Fo, anche san Francesco si rivela un vero e proprio affabulatore: dimostra quest’arte ad esempio durante un matrimonio, raccontando della trasformazione dell’acqua in vino da parte di Gesù Cristo durante le nozze di Cana. S’innesca così un mirabolante meccanismo da Le mille e una notte, come quando il papa Innocenzo terzo racconta a san Francesco della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte del Salvatore.

In sostanza Dario Fo riesce in modo ammirevole a lasciare ancora una volta senza fiato gli spettatori, a catturarne l’attenzione, con uno spettacolo che, seppur storico, mostra ancora e sempre l’attualità di una figura come san Francesco. L’attore, con la sua arte affabulatoria, dimostra come ancora oggi sia necessario un predicatore giullare che ci illumini con le sue verità, anche scomode, ma quanto mai preziose. 


Lo Santo Jullare Françesco,
Visto martedì 11 febbraio 2014 al Teatro Duse
               

Fabio Raffo

lunedì 10 febbraio 2014

Momix, l’Alchimia dell’Umanità

Moses Pendleton non delude mai il suo pubblico e l’ultimo lavoro portato in scena ne dà piena dimostrazione. Alchemy è più di una coreografia, più di un’installazione luminosa, più di un crogiolo di effetti visivi tecnologizzati. Quando si assiste a questo spettacolo si è testimoni della divulgazione di una storia: la Storia dell’Uomo, di tutti noi.


La fusione dei quattro elementi naturali, Acqua Aria Terra e – soprattutto – Fuoco, genera un’atmosfera tanto affascinante quanto esoterica, palpabile anche a molti metri di distanza dal palcoscenico.
La genialità del coreografo statunitense non tarda a presentarsi, proiettando sull’imponente sipario dell’Europauditorium l’immagine di Dante Alighieri, Poeta per eccellenza, amante spassionato dell’Umanità e, sicuramente, emblema di quel Medioevo artistico e culturale in cui le pratiche alchimistiche facevano da padrone.
Ogni singolo elemento dell’azione scenica emana calore: i costumi rossi e purpurei, le luci infuocate, i teli del fondale utilizzati dai danzatori come quinte di entrata e uscita. Persino la riproduzione sonora dell’abisso marino sembra in realtà rievocare lo scricchiolio dei tizzoni ardenti. E l’incanto del pubblico della platea, sold out per l’occasione, è talmente pregnante da non lasciare spazio ad alcun applauso nella prima mezz’ora: difatti neppure qualche lieve defaillance, che in altre circostanze avrebbe compromesso del tutto la buona riuscita dello spettacolo, ne ha scalfito in alcun modo il magico potere persuasivo.
La scelta musicale combacia perfettamente con l’incalzare delle prese, giravolte e acrobazie che sprofondano nelle più remote pratiche di animismo, trivialità e persino stregoneria: impossibile, a tal proposito, non pensare al passo a sei (quattro uomini e due donne) sulle turbinose melodie della colonna sonora di Requiem for a dream.


All’improvviso, come di tradizione nel repertorio dei Momix, la scena muta radicalmente, lasciando spazio alle tenebre, habitat ideale di cinque figure dall’aspetto umanoide che simulano esercizi ginnici di vario tipo, dalle corse ai piegamenti su assi parallele. Le tute aderentissime corvine, innervate di luci fluorescenti, non sono altro che radiografie del corpo umano, quasi come se le sculture della mostra di Gunther von Hagens avessero voluto renderne ancor più suggestiva la visione.
Alchimia assume anche un significato più metaforico: l’unico pas de deux, infatti, trasuda romanticismo e la perfetta coordinazione dei movimenti pone i danzatori in un ordine di splendore così sovrumano da confondersi con le stelle del firmamento.
Inevitabilmente il primitivismo terrestre ripiomba sulla scena, ma questa volta sembra rivolgersi più alla mente che al cuore degli spettatori. Dapprima tre ballerine, avvolte da abiti incarnati, gironzolano appese ad imponenti altalene elastiche (visibili ad occhio nudo fino al disturbo) assumendo le posture più asimmetriche; poi, altri cinque personaggi giocano a rifrangere la propria immagine in una struttura di specchi tagliata a zig-zag. Il processo alchemico, sviluppato dagli elementi della Natura, ha raggiunto il suo scopo: convergere in un’unica essenza, quella dell’Uomo, inesorabilmente destinato a confrontarcisi per poter sopravvivere.
Dulcis in fundo, il coreografo di Lyndonville saluta il suo pubblico con un’ultima creazione sbalorditiva: due costruzioni molleggiate a staffa di cavallo ospitano quattro danzatori disposti in pose marmoree, riecheggianti il lustro di eroi ed eroine della notte dei tempi.
È, dunque, l’Arte la consolazione al tormento dell’Uomo? Ebbene, sì: essa è la vera alchimia di cui egli non smetterà mai di fare parte.


Visto al Teatro Europauditorium di Bologna
Giovedì 6 febbraio 2014

Marco Argentina

domenica 9 febbraio 2014

La danza di Zorba fra speranze e tradizioni

Il sipario non ha ancora svelato la sorpresa della scenografia magistralmente illuminata che già il ritmo cadenzato del sirtaki fa capolino nelle orecchie del pubblico del Teatro Duse. Quasi suggerisce: benvenuti a Creta, isola di amori, fatiche e lealtà.
Zorba, interpretato dall’aitante quanto portentoso Balázs Pátkai, e i suoi compagni guidano gli occhi ammaliati degli spettatori in un itinerario avvincente, senza celare alcun frangente della propria indole sanguigna e fedifraga.


Il gruppo delle donne, tecnicamente eccelso ma fin troppo inespressivo, anima il palcoscenico di un’altra danza, originaria di una terra non troppo distante dall’isola persa nel grande Mediterraneo: la pizzica-pizzica delle tarantolate salentine. Non tutte le interpreti femminili, però, personificano il folklore ellenico: Barbara Ströck, nei panni della futura moglie di Zorba, quasi sfiora il pavimento con le scarpette da punta, miscelando l’eterea bellezza di un piccolo fiore campestre agitato dalla brezza di primavera all’arguta gelosia di una donna assai cosciente d’avere accanto un farfallone.
E quale migliore occasione se non una festa per confermare questi sospetti!
I popolani, avvolti da lunghi mantelli di scintillante laminato bronzeo, inneggiano alla goliardia, ignorando un tenero amore appena sbocciato tra gli effluvi di cotanta voluttà: un giovane scrittore inglese, approdato a Creta e subito entrato nelle grazie di Zorba, s’innamora di una giovane autoctona, a sua volta desiderata ardentemente da un altro uomo.


L’intramontabile trio amoroso, protagonista d’innumerevoli storie e leggende, culminerà nella follia più disperata, rischiarata da un fascio di luce verde che gradatamente si disperde nelle tenebre di una morte suicida. La deflagrazione di dolore penetra nel profondo di ogni cuore e non rimane che un dito minaccioso a palesare il volere di tutta la popolazione: vendetta. La furia assassina, cieca e inarrestabile, si avventa sull’esile malcapitata e per qualche attimo lo spigoloso paesaggio cretese si fa simulacro delle disgrazie di Malena e Roxanne, vividamente bollate nella memoria attraverso la pellicola cinematografica.
Ma la Morte non ha ancora completamente assolto i suoi oneri: a Zorba non sarà concessa la felicità di avere una sposa al suo fianco, ma solo un triste ricordo intrecciato nelle candide fila del velo nuziale. Il Destino sembra ormai aver compiuto il suo scacco matto sul povero mercante, ma l’alba di un nuovo giorno fortifica la Speranza in un futuro migliore, per il quale i popolani gioiscono danzando il più celebre sirtaki della propria tradizione.



Visto al Teatro Duse di Bologna
Mercoledì 11 dicembre 2013

Marco Argentina

mercoledì 27 novembre 2013

Bologna-Ravenna: navetta gratuita. Al Teatro Rasi per lo Splendore dei Supplizi

Non possiamo perdere le occasioni di andare a teatro, specie se il trasporto per raggiungere il teatro è gratuito, e il biglietto ha prezzi ridotti per gli under 30!
Al Teatro Rasi di Ravenna, sabato 30 novembre ore 21 sul palco con Lo Splendore dei Supplizi ci sarà la Compagnia Fibre Parallele, che per la prima e unica volta andranno in scena in Emilia Romagna.
Candidati ai Premi Ubu 2013 come "migliore novità italiana o ricerca drammaturgica" e a Riccardo Spagnulo come "miglior attore under 30" (www.ubuperfq.it).


Ravenna Teatro / Teatro delle Albe
Teatro Rasi presentano
FIBRE PARALLELE
Lo Splendore dei Supplizi 
di e con Licia Lanera e Riccardo Spagnulo
e con Mino Decataldo
produzione Fibre Parallele e Festival delle Colline Torinesi

Quattro storie costituiscono Lo Splendore dei Supplizi. Vicende che raccontano le condanne di un presente schizofrenico: c’è la coppietta in crisi, un giocatore compulsivo di videopoker, la convivenza forzata di una badante straniera con un vecchio un po’ razzista un po’ infame e ci sono due operai che rapiscono un vegano per sfogare l’insoddisfazione di una vita che non ha più senso. Fibre Parallele è tra le realtà più sorprendenti delle nuove generazioni teatrali.
Spettacolo realizzato nell’ambito di Teatri del Tempo Presente - progetto interregionale di promozione dello spettacolo dal vivo, a cura del MiBAC - Direzione Generale per lo spettacolo dal vivo e delle Regioni: Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto.
durata 2h

BIGLIETTI Lo Splendore dei Supplizi

intero
12 €
ridotto
10 €
under30 e over65
8 €
partecipanti non-scuola
5 €

soci Coop Adriatica e Abbonati alla Stagione di Prosa

NAVETTA DA BOLOGNA
Partenza dall'autostazione di Bologna alle ore 19.20.
La prenotazione è obbligatoria e va effettuata entro giovedì 28 novembre.
Informazioni e prenotazioni tel. 333 7605760 / 0544 36239
organizzazione@ravennateatro.com


Scarica qui il programma di Ravenna viso-in-aria in PDF