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mercoledì 12 febbraio 2014

Il discorso e ciò che ne consegue: i primi due spettacoli nati dal nuovo progetto della compagnia Fanny&Alexander fanno tappa all’ITC


Parole,parole, parole… una babele di frasi fatte che pulsano nel cervello come ricordi fastidiosi e occludono le orecchie con il loro carico di vuoto, di nulla. Parole che perdono significato, si trasformano in esercizi di articolazione per bocche meccanicamente abituate a parlare che ormai hanno perso la strada del senso, dimentiche della loro potenza di agire, di creare ponti significanti, di unire uomini: di fondare comunità. Gli ingredienti usati dalla compagnia ravennate Fanny&Alexander nella costruzione dei loro Discorsi spingono a una riflessione civile sul significato del parlare nei vari contesti di utilizzo e, soprattutto, nei diversi rapporti individuo-comunità che di volta in volta si definiscono. 
Si parte con Discorso Grigio, con questo rigurgito di memorie uditive composto da discorsi ufficiali, fuori onda, motti di spirito e trovate più o meno raccapriccianti della nostra classe politica. A dare corpo e voce in maniera encomiabile al purtroppo vasto repertorio è Marco Cavalcoli: gesti secchi e parole mozze formano la partitura scenica di un allenamento ai limiti dello sfinimento per questo politico in maniche di camicia (senza giacca, a imitazione dell’immagine restituita dall’emergente classe politica nei discorsi pubblici). Cuffie calate e microfono alla mano, l’attore si barcamena nel mare nero del dire, dove tra tutti spicca il reiterato “credevo fosse ancora una prova, eh…dovevate dirmelo”. È un crescendo di ilarità per il pubblico, ma è un riso amaro quello che ne consegue, come giustamente riflette Nicola Bonazzi nell’incontro post-spettacolo con la compagnia: la potenza catartica del teatro ha ancora il suo ruolo nella comunità che si riconosce come co-protagonista portata in scena (la presenza, poi, di Romano Prodi tra il pubblico dell’ITC rende la presa di coscienza ancor più esilarante). Per fortuna, siamo ancora coscienti, non fagocitati del tutto dalla cultura del vuoto ridondante in cui viviamo, e per fortuna riusciamo ancora a riconoscere l’ironia del tragico quotidiano e sociale sul palco. L’attore in scena, adesso con la giacca, non rappresenta tanto un politico in particolare, quanto un corpo pronto alla possessione a cui adegua gesto e parola con una capacità imitativa notevole. Man mano che lo spettacolo va avanti tutto si frammenta: le frasi diventano parole mozze, il gesto arriva allo spastico e il discorso politico lascia spazio alla costruzione del suo simulacro.


Entra in scena un mascherone che ricorda tratti fisiognomici dei vari volti responsabili dell’ultimo ventennio italiano, arricchito da un paio di mani smisurate che rimandano a gestualità caratteristiche del nuovo MoVimento politico. Il fantoccio si lancia poi in un girotondo senza sosta, in cui la partitura fisico-vocale diventa completamente surreale, grazie anche al ruolo fondamentale della musica (merito di Mirto Baliani) che accompagna  questo corpo non più umano, ma puramente iconico. Il risultato è un disco rotto di parole buttate a caso che hanno perso a tal punto il loro senso da trasformarsi in canzone e un corpo schiavo di questa circolarità di rimandi che non riesce a far altro se non muoversi in tondo.


Arriva il tanto agognato e sofferto “discorso” fatto di parole vuote a cui sopperisce  un silenzio altamente comunicativo: occhi negli occhi Cavalcoli ci riporta nel cerchio dell’orchestra, nel teatro dell’origine dove il dialogo è continuo ma senza voce. Dove c’è comunità.


La seconda tappa, Discorso giallo, non è da meno per complessità dell’argomento trattato: se nella “prima parte” il discorso del medium radio-televisivo aleggiava nella dimensione totalizzante del parlato, qui diventa punto vitale dello spettacolo insieme alla pedagogia. È una riflessione che si costruisce “nel nome di Maria”: partendo dalle lezioni scolastiche televisive del maestro AlbertoManzi, per poi trattare del luccichio inquietante del talento infantile portato alla ribalta da Sandra Milo, Chiara Lagani arriva infine all’incontro surreale De Filippi-Montessori. Qui, più che al riso amaro, lo spettatore è indotto al silenzio riflessivo: l’icona della pedagogia italiana si trova a dialogare delle sue passate difficoltà con il sistema scolastico di fronte al nume tutelare dello share televisivo, Maria De Filippi. Maria Montessori, l’immagine dell’insegnamento (che coerentemente l’attrice, nei panni della conduttrice di talent, denota come la signora delle mille lire) è ospitata in quello che è l’odierno spazio riservato alla pedagogia in televisione: il talent-show. 


Viene evidenziata la perdita di ogni valore della pedagogia, nel momento in cui le dinamiche dell’insegnamento vengono strumentalizzate e ingabbiate nella logica dello share televisivo. Tuttavia il modus operandi non cambia anche in questo secondo discorso: il legame con la realtà è sempre presente grazie a rimandi chiari, la partitura scenica è un continuum fisico-vocale che spesso arriva a momenti di vitalità e schizofrenia estrema grazie all’utilizzo da parte di entrambi gli attori di auricolari, con i quali vengono impartiti ordini in diretta. Il metodo usato è dunque quello dell’induzione, ormai caro alla compagnia.  
A questo punto il riferimento all’educazione tradizionale è reso evidente da una Chiara Lagani in grembiule e codini: schiaffi improvvisi interrompono il racconto di cinquant’anni di storia del costume, dagli albori tentennanti di una società che tenta di usare un nuovo mezzo per formare individui non più vittime dei loro limiti, fino al pericoloso binomio talento-successo inculcato a una massa adolescenziale. Si respira un’atmosfera repressiva: voci infantili interrotte nei loro risolini da divieti chiari e perentori, gli schiaffi già citati che percuotono le guance di menti troppo innocenti per capire la “misura del buonsenso”. La pedagogia porta a una negazione dal reale, tramite due strade diverse ma entrambe dominate dall’ipocrisia della nostra cultura educativa: da un lato la società del sorriso e del finto perbenismo del palinsesto televisivo, dall’altro la dimensione scolastica che non consente la libera espressione del singolo. Il futuro cittadino, e quindi membro della comunità, recepisce perciò questo metodo educativo come una gabbia di regole inculcata e che non ha nulla a che fare con la sua crescita quotidiana: la scuola non è come l’amore, recita l’attrice seduta al suo banco nel ruolo di bambino sognatore. 


Alla fine arriva l’icona della pedagogia italiana, ovvero il faccione della Montessori, dei cui insegnamenti e della cui personalità c’è rimasto, nel ricordo, il sorriso bonario sul vecchio conio. Il silenzio nel finale viene rotto dalla risata noncurante di una maschera di plastica: una bambola senza identità si scopre sotto il mascherone, e si contrappone alla scritta IO che Chiara Lagani porta incisa sui palmi sin dall'inizio del suo discorso. 



Una riflessione sulla perdita di coscienza del ruolo del discorso nella società, portata avanti grazie anche alla potenza denotativa del colore: le tonalità scelte sono proprio gli spettogrammi di ciascun discorso, come il grigio è il colore dell’indefinito, così il giallo è il colore dell’ammonimento. Tuttavia, la scelta non è così univoca: come ogni colore ha le sue sfumature e i suoi possibili significati, così ogni discorso ha le sue possibilità di interpretazione, di ipotesi.


 È ancora un lavoro in corso quello che articola il progetto di messa in scena dei sette Discorsi: una ricerca che non si affanna nel redigere tesi, ma continua ad interrogarsi. La prossima tappa toccherà a marzo Castrovillari, con Discorso Celeste che nella sua indagine unisce, in un curioso binomio, i due campi religione e sport: la ricerca si eleva verso l’alterità del corpo e dello spirito, verso un cielo che, si spera, è sempre più blu.

Disorso Grigio – Disorso Giallo di Fanny&Alexander

con Marco Cavalcoli, Chiara Lagani
regia di Luigi de Angelis
Visto a ITC –  Teatro di San Lazzzaro, l'8 febbraio 2014

Elvira Scorza

giovedì 26 aprile 2012

“Him” dei Fanny & Alexander: come prendersi gioco del potere con intelligenza e ironia

Un mago, un’affabulatore, una speranza mistificata, un ventriloquo, una sonora delusione, un buffone camuffato da una voce suadente, un buontempone, un cialtrone nel suo castello di smeraldo, un ciarlatano, un fanfarone a cui troppi danno ascolto, un pagliaccio e un imbonitore. Visto all' ITC San Lazzaro di Savena in occasione dei vent’anni della compagnia, ecco cosa racconta o meglio di chi racconta Him, lo spettacolo dei Fanny & Alexander.


Inserito nel progetto O-Z, la compagnia di Ravenna si interroga su chi è il famoso mago di OZ. Dopo un percorso fatto per scoprire chi è veramente Dorhoty, in questo lavoro, Marco Cavalcoli mette in scena proprio il mago. OZ viene messo in ginocchio di fronte al pubblico per tutto il tempo e prende le sembianze di Hitler con in mano una bacchetta da direttore d’orchestra. Dirige la colonna sonora del film Il mago di OZ, che scorre alle sue spalle mentre lui, in preda a un ossessione, si lancia in un doppiaggio disperato: vuole dare voce a tutti i personaggi, a tutti gli effetti sonori e a tutte le musichette. Il risultato comico è immediato e finalmente permette al pubblico di ridicolizzare l’immagine del tiranno.

Grazie a un impeccabile tecnica di voce e maschera facciale, l’attore Marco Cavalcoli, con la drammaturgia di Chiara Lagani e la regia di Luigi De Angelis, diverte e stupisce. Ne risulta uno spettacolo esteticamente bello e contenutisticamente efficace che utilizza mezzi teatrali per svelare una grande menzogna. La piccola Dorothy che vuole tornare a casa nel suo Kansas, e i suoi compagni di viaggio: lo spaventapasseri senza cervello, l’uomo di latta senza cuore e il leone senza coraggio. La compagnia attraversa tutto lo straordinario paese per scoprire solo alla fine di essere stata ingannata da un mago da quattro soldi. Solo alla fine capiranno che non dovevano fare altro che guardare bene dentro se stessi, utilizzando le proprie capacità per raggiungere i propri obiettivi.

La trovata intelligente di dare le sembianze di Hitler a OZ permette un ironia sottile: non è più il grande e temuto mago-dittatore, ma solo un piccolo saltimbanco con degli stupidi baffetti che non fa paura a nessuno.
Josella Calantropo

Benvenuti a “Emerald City”: un’utopia nell’utopia

Emerald City: uno spettacolo costrittivo, incorporeo e biografico da bios "vita". Un viaggiatore esplora un vuoto verde: un prato verde smeraldo. Il verde è colorato, è la ricerca di felicità: la necessità del teatro. Quel viaggiatore cerca, in una frequenza disturbata di voci, un “io” in cui riconoscersi. Cerca in un cuore estetico, in un cervello rozzo, nel coraggio, nel potenziale di vita del ventre materno, nella violenza uterina, nel consenso carnale. Uno spettacolo che scava nelle biografie del singolo. Effetti di immanenza e trascendenza. Una partecipazione emotiva dello spettatore. Sorpresa, felicità, disgusto, paura, rabbia, tristezza, finzione: microespressioni di un attore-dittatore. L’universalità della mimesi facciale dell'attore diventa ipertesto e pretesto. Un teatro per pochi eletti. Il viaggiatore sceglie quel verde di felicità, sceglie di dire no, di dire sì, sceglie il coraggio, i limiti. Sceglie di non portare gli altri nel cuore perché un cuore vuoto e silenzioso è un cuore sano. In occasione del ventennale di Fanny & Alexander, e per la prima volta in Italia, Bologna ospita il progetto Oz appositamente concepito dalla compagnia per la città. Il progetto, ideato da Fanny & Alexander e Elena Di Gioia,  si ispira alla storia del Mago di Oz. Un percorso a itinerario: “Da O a Z”, “Who’s Dorothy?”, “West”, “Him”, “Emerald city”, in scena ai Laboratoti DMS, e, infine, “East”.

Un senso da ricostruire nell’insieme della visione. Il mago di Oz coincide con la figura di Hitler, personificazione del potere. Così come nel romanzo i personaggi rivolgono al mago i loro desideri, nello spettacolo è Hitler a svolgere questo ruolo. L’interprete è Marco Cavalcoli: è il suo volto ad assorbire le frequenze acustiche di voci, preghiere, desideri, confessioni intime, paure. Una sinfonia di linguaggi, volumi e rumori pungenti. Per ascoltare lo spettacolo lo spettatore indossa delle cuffie. Si creano micromondi: ogni spettatore ha la sua cella nell’alveare. Uno spettacolo performativo distante dalla relazione umana con i vicini, ma destinato al singolo soggetto. Una fantasmagoria di espressioni sul volto dell’attore: un dio umano tra gli uomini. Desideri che rimangono sospesi nell’aere. Lo sfondo colorato e sfumato di luci  richiama volutamente i quadri di James Turrell: diapositive illusionistiche. Nessuna parola, solo mimica facciale, colori, l’immagine 3D di Hitler sospeso in alto, scritte che richiamano la partecipazione dello spettatore. Un gioco: chiudere prima l’occhio destro, poi il sinistro. Immagini che tradiscono, le apparenze che ingannano. Le illusioni che prevalgono. “Silenzio! Non parlatemi di queste…piccolezze, ve ne prego! Pensate a me, e al guaio tremendo in cui mi trovo! Io sono un attore. Ecco. This is the question. I’m an actor. But at the same time I’m a ruler. Governo la terra di Oz, che io ho inventato. Io sono un attore. Ho ingannato tutti per tanto tempo che…” Benvenuti a Emerald City, un’utopia nell’utopia.

                                                                                                                                        Angela Grasso