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giovedì 26 aprile 2012

“Him” dei Fanny & Alexander: come prendersi gioco del potere con intelligenza e ironia

Un mago, un’affabulatore, una speranza mistificata, un ventriloquo, una sonora delusione, un buffone camuffato da una voce suadente, un buontempone, un cialtrone nel suo castello di smeraldo, un ciarlatano, un fanfarone a cui troppi danno ascolto, un pagliaccio e un imbonitore. Visto all' ITC San Lazzaro di Savena in occasione dei vent’anni della compagnia, ecco cosa racconta o meglio di chi racconta Him, lo spettacolo dei Fanny & Alexander.


Inserito nel progetto O-Z, la compagnia di Ravenna si interroga su chi è il famoso mago di OZ. Dopo un percorso fatto per scoprire chi è veramente Dorhoty, in questo lavoro, Marco Cavalcoli mette in scena proprio il mago. OZ viene messo in ginocchio di fronte al pubblico per tutto il tempo e prende le sembianze di Hitler con in mano una bacchetta da direttore d’orchestra. Dirige la colonna sonora del film Il mago di OZ, che scorre alle sue spalle mentre lui, in preda a un ossessione, si lancia in un doppiaggio disperato: vuole dare voce a tutti i personaggi, a tutti gli effetti sonori e a tutte le musichette. Il risultato comico è immediato e finalmente permette al pubblico di ridicolizzare l’immagine del tiranno.

Grazie a un impeccabile tecnica di voce e maschera facciale, l’attore Marco Cavalcoli, con la drammaturgia di Chiara Lagani e la regia di Luigi De Angelis, diverte e stupisce. Ne risulta uno spettacolo esteticamente bello e contenutisticamente efficace che utilizza mezzi teatrali per svelare una grande menzogna. La piccola Dorothy che vuole tornare a casa nel suo Kansas, e i suoi compagni di viaggio: lo spaventapasseri senza cervello, l’uomo di latta senza cuore e il leone senza coraggio. La compagnia attraversa tutto lo straordinario paese per scoprire solo alla fine di essere stata ingannata da un mago da quattro soldi. Solo alla fine capiranno che non dovevano fare altro che guardare bene dentro se stessi, utilizzando le proprie capacità per raggiungere i propri obiettivi.

La trovata intelligente di dare le sembianze di Hitler a OZ permette un ironia sottile: non è più il grande e temuto mago-dittatore, ma solo un piccolo saltimbanco con degli stupidi baffetti che non fa paura a nessuno.
Josella Calantropo

Benvenuti a “Emerald City”: un’utopia nell’utopia

Emerald City: uno spettacolo costrittivo, incorporeo e biografico da bios "vita". Un viaggiatore esplora un vuoto verde: un prato verde smeraldo. Il verde è colorato, è la ricerca di felicità: la necessità del teatro. Quel viaggiatore cerca, in una frequenza disturbata di voci, un “io” in cui riconoscersi. Cerca in un cuore estetico, in un cervello rozzo, nel coraggio, nel potenziale di vita del ventre materno, nella violenza uterina, nel consenso carnale. Uno spettacolo che scava nelle biografie del singolo. Effetti di immanenza e trascendenza. Una partecipazione emotiva dello spettatore. Sorpresa, felicità, disgusto, paura, rabbia, tristezza, finzione: microespressioni di un attore-dittatore. L’universalità della mimesi facciale dell'attore diventa ipertesto e pretesto. Un teatro per pochi eletti. Il viaggiatore sceglie quel verde di felicità, sceglie di dire no, di dire sì, sceglie il coraggio, i limiti. Sceglie di non portare gli altri nel cuore perché un cuore vuoto e silenzioso è un cuore sano. In occasione del ventennale di Fanny & Alexander, e per la prima volta in Italia, Bologna ospita il progetto Oz appositamente concepito dalla compagnia per la città. Il progetto, ideato da Fanny & Alexander e Elena Di Gioia,  si ispira alla storia del Mago di Oz. Un percorso a itinerario: “Da O a Z”, “Who’s Dorothy?”, “West”, “Him”, “Emerald city”, in scena ai Laboratoti DMS, e, infine, “East”.

Un senso da ricostruire nell’insieme della visione. Il mago di Oz coincide con la figura di Hitler, personificazione del potere. Così come nel romanzo i personaggi rivolgono al mago i loro desideri, nello spettacolo è Hitler a svolgere questo ruolo. L’interprete è Marco Cavalcoli: è il suo volto ad assorbire le frequenze acustiche di voci, preghiere, desideri, confessioni intime, paure. Una sinfonia di linguaggi, volumi e rumori pungenti. Per ascoltare lo spettacolo lo spettatore indossa delle cuffie. Si creano micromondi: ogni spettatore ha la sua cella nell’alveare. Uno spettacolo performativo distante dalla relazione umana con i vicini, ma destinato al singolo soggetto. Una fantasmagoria di espressioni sul volto dell’attore: un dio umano tra gli uomini. Desideri che rimangono sospesi nell’aere. Lo sfondo colorato e sfumato di luci  richiama volutamente i quadri di James Turrell: diapositive illusionistiche. Nessuna parola, solo mimica facciale, colori, l’immagine 3D di Hitler sospeso in alto, scritte che richiamano la partecipazione dello spettatore. Un gioco: chiudere prima l’occhio destro, poi il sinistro. Immagini che tradiscono, le apparenze che ingannano. Le illusioni che prevalgono. “Silenzio! Non parlatemi di queste…piccolezze, ve ne prego! Pensate a me, e al guaio tremendo in cui mi trovo! Io sono un attore. Ecco. This is the question. I’m an actor. But at the same time I’m a ruler. Governo la terra di Oz, che io ho inventato. Io sono un attore. Ho ingannato tutti per tanto tempo che…” Benvenuti a Emerald City, un’utopia nell’utopia.

                                                                                                                                        Angela Grasso