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domenica 3 giugno 2012

Tre pezzi brevi: Caino, The end, Eretici e Corsari

di Lucrezia Pasini
CAINO -TEATRO VALDOCA


Mercoledì 28 e Giovedì 29 marzo all’Arena del Sole hanno avuto luogo le ultime due repliche italiane di Caino. Tra gli ultimi nati in casa Valdoca, e con oltre due anni di gestazione, Caino vorrebbe raffigurare sottoforma di affresco onirico la dualità di un progenitore mitologico che non  sentendosi amato, ma essendo egli stesso costituito da amore, si mostrifica.
Lo spettacolo risulta molto lungo, con una sproporzione temporale tra brevi momenti di intessissima emozione e consistenti parentesi di noia. Una scena luminosa piena di istallazioni suggestive è sovrappopolata da molteplici figure che agiscono in contemporanea in modo diverso dislocate punti differenti, constringendo così l’occhio dello spettatore a una fruizione parziale, a effettuare una sorta di scelta di “taglio” da seguire.
Il Coro nel testo di Mariangela Gualtieri è una figura molto interessante, che parla e interviene in modo frequente, nella rappresentazione si trasforma in presenza quasi  muta e seminuda.
Una visibile analogia iconografica (e non solo) emerge in maniera molto forte in questo spettacolo: in scena ci sono due Voldemort, Danio Manfredini nei panni di Caino e Leonardo Delogu in quelli di Lucifero. Il paragone è evidente e sorge spontaneo, fattezze, movenze, costumi e caratterizzazione del personaggio sono simili tanto da sembrare citazione e non pura casualità. Lotta interiore tra bene e male, consapevole  scelta del male come unica soluzione al bene negato, la seduzione di male luminoso e irradiante  sono caratteristiche assolutamente comuni sia in questo spettacolo che nella saga della celebre J.K. Rowling.
Un testo meraviglioso in tutte le accezioni del termine, che rimane molto più interessante della sua rappresentazione.

THE END - BABILONIA TEATRI


The End, la fine con la lettera maiuscola, la fine per eccellenza: la Morte. Di questo tratta l’ultimo spettacolo di Babilonia Teatri.
Scena vuota, un Cristo in croce smontabile smontato e un frigorifero. L’interprete entra sola in scena, e sola pronuncia considerazioni sulla morte, unico comune  e certo denominatore di ogni vita. I vari testi che compongono lo spettacolo si collocano perfettamente all’interno della  poetica del gruppo  dello Specchio Riflesso, che vede come unica ragion d’essere del teatro l’essere specchio dei tempi che si vivono, il mostrare le contraddizioni del mondo palesando le proprie domande senza pretesa di risposta pseudo-oggettiva in un mix di toccante sincerità e cinismo. Un testo crudo, a tratti ironico, portatore di infinite riflessioni espresse in forma estremamente limpida e onesta. Idee e posizioni condivisibili o meno, ma enunciate con una chiarezza estrema che non consente possibili cattive interpretazioni.
Una sorta di ode al Boia Personale, come garanzia di possibilità di scelta tra vita vissuta e vita subita,  declamata a braccia aperte e mani stigmatizzate con alle spalle un enorme crocifisso suscita  una sorta di confronto fra analogie e differenze con il  Personal Jesus dei Depeche Mode.
Un frivolo hully gully ballato con estrema fluidità sulle note di Ciao amore ciao, canzone indissolubilmente legata alla morte “consapevole”, diventa un’immagine intrisa di suggestioni e significati, che seguito da un breve silenzio arresta per un attimo il flusso dello spettacolo e permette di prendere fiato.
In un sobrio minimalismo scenico lo spettacolo si chiude con un presepe macabro costituito da Cristo crocifisso tra due teste di bue e di asino mozzate, presepe che mantiene le figure della natività ma le traforma in icone mortifere.

ERETICI E CORSARI -NERI MACORÈ CALUDIO GIOÈ


Una scena portata ai minimi termini, un fondale grezzo stropicciato, quattro musicisti e due o tre luoghi deputati illuminabili all’occorrenza. Eretici e corsari, spettacolo prodotto dal Teatro dell’Archivolto in collaborazione con la Fondazione Gaber, scorre in 75 minuti la scena secondo un principio di ruvida fluidità. Ruvido è l’aggettivo che si addice di più a questo spettacolo. Ruvido è lo sfondo, di un tessuto tipo juta che viene evidenziato nelle sue larghe tessiture da luci radenti creando un arazzo tridimensionale di colore e ombre.
Ruvido è il testo, in parte letto espressivamente da Claudio Gioè e in parte cantato da Neri Marcorè. La drammaturgia si compone di stralci dell’ultima intervista, raccolta da Furio Colombo il 1° Novembre del 1975,  a un Pierpaolo Pasolini ignaro della sua imminente fine fisica, e da brani di teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini reinterpretati da Neri Marcorè. Dalla commistione del sapere di questi due grandi artisti e pensatori ne fuoriesce un sottotesto che sottolinea l’inutilità dello sviluppo senza progresso, l’importanza del concetto di appartenenza e di partecipazione.
Il concreto rischio del prendere in mano materiali di personalità così particolari e così largamente conosciute senza farne una becera imitazione viene apprezzabilmente superato da Marcorè e da Gioè, che riescono sì a evocarne il ricordo in manierà toccante ma consapevole della distanza.
Ruvido è ciò che arriva al pubblico: il sentire parole  e pensieri assolutamente riconducibili al contemporaneo ma con la consapevolezza che  furono già detti nel passato, “come se fosse un grido in cerca di una bocca”.


lunedì 26 marzo 2012

Speciale "Caino": focus sul Teatro Valdoca

PRESENTAZIONE DELLO SPETTACOLO

Caino: la radice violenta e attiva di ognuno
di Carolina Ciccarelli

Il 28 e il 29 marzo, pressol'Arena del Sole, il centro La Soffitta presenterà le ultime repliche italiane dello spettacolo

Caino è noi. Caino è il male che attraversa l'umanità. Caino è anche l'uomo della tecnologia, il primo ad aver fondato una città e ad aver iniziato a lavorare il metallo. È il male, la solitudine del male che, oggi, noi possiamo profondamente capire. Gli siamo vicini, indirettamente e inconsapevolmente, siamo suoi fedeli compagni. Viaggiamo verso la sua stessa direzione. Fratricida per invidia, Caino è colui che fa. Produce, lavora, costruisce, si ingegna.


“Qualunque gesto attivo ha una radice violenta”, dice Mariangela Gualtieri. Noi siamo degni eredi di questa radice. Da quella nasciamo e a quello si ricollegano i nostri rami, consapevoli che siamo nati per agire.

Temi inafferrabili quelli della storia dei figli di Adamo ed Eva. Tanto che il processo di scrittura della drammaturgia poetica è durato ben tre anni, fino al debutto alle Fonderie Limone di Mocalieri per la Stagione del Teatro Stabile di Torino il 13 gennaio 2011.

Un viaggio nella parte buia che è dentro ognuno di noi, quella parte autodistruttiva che ci fa dimenticare il nostro prossimo, il nostro fratello muto, l' Abele che ci è di fianco.

Le immagini create dalla mano registica di Cesare Ronconi, fedele compagno d'arte della Gualtieri, aggiungono concretezza alle parole che la poetessa - che in questo spettacolo torna sulla scena nei panni di un angelo e di una mendicante - ha consegnato alla profonda voce di Danio Manfredini. Tra gli altri interpreti, la giovane promessa Leonardo Delogu, la splendida danzatrice Raffaella Giordano e Giacomo Garaffoni. Susanna Dimitri, Sara Leghissa, Isabella Macchi, Silvia Mai, Daria Menichetti, Mila Vanzini formano il coro tragico e muto che assiste, accompagna e partecipa alle azioni dei protagonisti. La musica è suonata dal vivo da Enrico Malatesta e da Alice Berni, i cui suoni, tra percussioni ed elettronica, riuniscono quel senso di primitivo e di contemporaneo racchiuso nel primo figlio dell'uomo.


RITRATTO D'ARTISTA

La drammaturgia poetica di Mariangela Gualtieri
di Carolina Ciccarelli

In un periodo in cui la parola viene privata del suo peso, svuotata della sua essenza vitale e la poesia sa di qualcosa che appartiene a un passato letterario, noi, oggi, abbiamo la parola poetica di Mariangela Gualtieri.


Cesenate, classe 1951, è fondatrice, insieme a Cesare Ronconi, del Teatro Valdoca, di cui è drammaturga anche se, prima di tutto, è una poetessa. Una di quelle che ama follemente la parola. Che sia detta in teatro o che sia scritta sulla carta, l'importante è che sappia essere portatrice di una carica esplosiva. Scoccata come una freccia, la parola poetica deve colpire. Il cuore, la mente, l'istinto, lo stomaco, il pensiero, non importa. Frutto di un'anima agitata dal mondo esterno, da cui riceve tormento e ispirazione, questa parola si riversa in quello stesso mondo, spinta dalla necessità di dire, urlare.
Non necessariamente ingabbiata nella metrica e nella forma, la parola è sciolta e fluida, scorre libera verso chi è pronto ad accoglierla. Specchio della sorgente poetica da cui sgorga, ne porta i pensieri, le sensazioni, gli stimoli, i traballamenti dell'animo dovuti a ciò che lo circonda.
È una poesia dell' Io. Lo ricerca, lo fa esprimere, lo fa delirare, lo fa confessare.
Intima, tanto da renderlo nudo e disarmato, quella parola poetica trova il suo spazio naturale nel teatro. Spesso accompagnata dalla musica dal vivo, la sua densità si rafforza e si completa con la regia di Cesare Ronconi. Le immagini che costruisce riflettono i suoni e i silenzi della partitura poetica, dilatandone il significato.
Duetti di forze gli spettacoli della Valdoca, di visione e di ascolto, di immagini e di parole, che catturano l'occhio e l'orecchio della platea, travolta da una mandria imbufalita di sensazioni, domande, risposte, emozioni, certezze, inquietudini, dubbi, dolori, gioie e tanto altro di indefinibile, intoccabile, impercettibile. Porta con sé quel senso di disorientamento e insieme di chiarezza che solo la poesia sa dare.
Mariangela Gualtieri ha pubblicato varie raccolte di versi, fra le quali le più recenti sono Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006), Bestia di gioia (Einaudi 2010) e Caino (Einaudi 2010).
Queste ultime due raccolgono la drammaturgia poetica degli omonimi spettacoli che La Soffitta, in collaborazione con l'Arena del Sole, ospiterà negli ultimi giorni di marzo.