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domenica 13 novembre 2011

Il nuovo nō: continuità di discontinuità

La tavola rotonda
Un progetto ricco e articolato come quello che il CIMES ha pensato per aprire le porte dell’Università di Bologna e della città al Teatro Nō, doveva necessariamente prevedere una tavolata di discussione coinvolgendo storici, studiosi, drammaturghi, registi e attrici: Monique Arnaud, Giovanni Azzaroni, Matteo Casari, Doi Hideyuki,  Lidya Origlia, Bonaventura Ruperti, Umewaka Naohiko.
Un pomeriggio passato in compagnia di donne e di uomini che ci hanno raccontato il loro modo di fare teatro, cercando di mettere in relazione mondi, tra di loro, apparentemente molto lontani. Un pomeriggio trascorso sulla sottile linea che divide Occidente e Oriente, mondo interiore e mondo esteriore, tradizione e contemporaneità, teatro e vita, natura e immaginazione, esperienza e memoria, continuità e discontinuità.

Ci si interroga su un teatro che nonostante sia codificato come teatro di tradizione, vede al suo interno svilupparsi segni di “possibili teatralità ulteriori” come ci ricorda Gerardo Guccini all’inizio dei lavori presente in qualità di responsabile scientifco del CIMES. Portando i suoi saluti e l’approvazione del lavoro svolto da Matteo Casari curatore del progetto Teatro Nō, una tradizione contemporanea, Guccini, con la sua parlata accogliente e brillante, richiama l’attenzione dei molti intervenuti su due spettacoli di Hirata Oriza (La conferanza di Yalta e Tokyo Notes) presentati quest’estate al festival di Santarcangelo che presentavano retaggi di teatro Nō sia a livello testuale e didascalico che determinati da particolari costrizioni fisiche nei costumi  e nelle acconciature. Esemplificativi, quest’ultimi, di come le “dinamiche del teatro contemporaneo hanno profondamente a  che fare con il retaggio della cultura Nō (…) uno sviluppo delle drammaturgie occidentali che sempre più tendono a rapportarsi alle forme del proprio passato come a luoghi di soluzione dell’immaginario da abitare, ma da rideclinare a seconda delle esigenze e delle tematiche della sensibilità del presente”.

A seguire la scena è tutta per il Maestro Umewaka Naohiko che per una settimana intera è stato ospite dell’Università di Bologna e del Dipartimento DMS e che tramite attività laboratoriali e dimostrazioni pratiche ha coinvolto un sostenuto numero di studenti, ricercatori, docenti e appassionati.
Così il maestro Umewaka Naohiko ci racconta di un episodio personale non di natura accademica e quindi non verificabile in senso scientifico dal titolo: Passeggiata in casa. Appunti di un attore No sul confine tra mondo interiore e mondo esteriore.
L’intervento del maestro è tutto rivolto alla ricerca di questo confine tra mondo interiore ed esteriore tramite un metodo del quale naturalmente nessuno ha la formula magica e che neppure il Maestro ci svela, per il semplice e unico motivo che ognuno deve ricercare il suo.
Confini che esistono nella vita quotidiana e in teatro. “Il palcoscenico, luogo di particolare importanza per tutti gli uomini di teatro, è uno dei confini e l’azione che vi si svolge ha un doppio significato; in una situazione tale perciò un artista non può essere indifferente ai metodi che riguardano l’andirivieni sul confine perché se lo fosse non potrebbe mai creare quel momento magico sulla scena”.
Acquisire il metodo quindi con la ripetizione di semplici esercizi, anche se questo può risultare noioso. Acquisire il metodo dei confini affinché esperienze del passato vengano riprodotte nell’interiore. È possibile rifare l’esperienza di una cascata in una piccola sala adibita per la cerimonia del thè o più semplicemente accontentandosi del proprio bagno di casa: riprodurre interiormente l’emozione che ho provato realmente lì, immersi nella natura, indipendentemente dal luogo.

In breve potremmo definire il fenomeno come la riproduzione dell’emozione, il fatto importante è che non è più necessario avere la cascata davanti agli occhi. Il desiderio, concetto caro al buddismo zen, di imbattersi di nuovo in quella cascata.
L’importante non è immaginare la cascata ma andare un poco più in là dell’immaginazione, cioè nel limbo che trasforma l’immaginazione in esperienza.

“Difronte alla cascata tutti i sensi erano a nostra disposizione e si sono riuniti per farci percepire la meraviglia e la potenza della cascata, ma a casa il procedimento è completamente diverso e possiamo considerare che l’assenza della natura costituisce un vantaggio per noi: cercare di controllare il funzionamento dei sensi riportandolo verso l’interiore. Posizione immobile, nel silenzio non cerchiamo di sentire il vento o il flusso dello scorrere dell’acqua, ci possiamo accontentare dello sgocciolamento del rubinetto, il buio ci aiuta alla ricomposizione interiore della sensazione: ognuno deve trovare il suo metodo.
In questa maniera cominciamo a riprodurre internamente la stessa sensazione che abbiamo provato quando eravamo difronte alla cascata. Questo stato d’animo durerà al massimo per dieci secondi e credo che sia impossibile che duri più di un’ora.
Per applicare questo metodo alla rappresentazione teatrale cerco in genere di distribuire durante il fluire dell’azione una decina di momenti della riproduzione dell’emozione guidati dal metodo che conduce all’interiore”.
Bonaventura Ruperti dall’ Università di Venezia Ca’ Foscari, giunge al tavolo per farci fare una storica cavalcata mozzafiato tra i più importanti poeti giapponesi che si sono confrontati con la stesura di nuovi Nō. E il professore ci lascia con una serie di domande: “Il tema fondamentale che si doveva porre chiunque avesse a che fare con la creazione di un nuovo Nō era: cos’è il Nō? Il Nō è il Nō di sogno? Cioè la struttura del Nō, di questa forma per cui un viaggiatore incontra un personaggio poco noto e questo poi si rivelarà un personaggio del passato, uno spettro? Il Nō è poesia e danza? Oppure il Nō è soltanto l’estetica essenziale? O ancora il Nō è la maschera, l’uso della maschera e tutte le tecniche che per seicento, settecento anni sono state tramandate, tecniche non solo attoriali, ma coreutiche e musicali?
Il Nō può essere intepretato in vari modi e i grandi artisti ci sono riusciti utilizzando e traendo suggestioni che sono tuttora molto vive sulla scena”.
È Monique Arnaud dalla Shihan Scuola Kongō che conclude la giornata. Ma come a lei stessa piace ricordare: “le forme si modificano nella vita di un maestro, c’è una trasformazione continua, quindi più che una chiusura cercherò di fare un’apertura. Cosa che si addice al teatro Nō perché ogni nuovo titolo di Nō si chiude con un’apertura”.
Dopo un pomeriggio così, le domande potrebbero non finire mai, ma in tutta onestà non posso non rendervi partecipi dell’aneddoto del caffè preso dal maestro di teatro Nō e da un maestro di mimo.
È un breve scritto contenuto nella premessa del libro sul teatro Nō del maestro Umewaka Nahoiko: La fisicità nell’atto di prendere un caffè.
«Un maestro di Nō e un maestro di mimo stanno per prendere un caffè: che differenza c’è tra i due? Non avendo nessun sentimento particolare, non sono personaggi di una storia, non hanno alcuna scena su cui basarsi, ma comunque non possono fare un gesto quotidiano. Quindi il gesto semplice risulta molto complicato: non si può scadere nella banalità del quotidiano e non si può interpretare nessun personaggio. La cosa più semplice può risultare la più complicata.
Che differenza c’è quindi nell’atto di prendere un caffè sul palcoscenico tra i due maestri? Non oso raccontare le caratteristiche espressive del Nō attraverso un maestro analizzato nell’atto di prendere un caffè ma posso dire che il maestro di mimo cerca di far vedere l’invisibile come se esistesse davvero con capacità interpretative. Nel nostro caso però  il caffè esiste davvero.
Allora la cosa più importante è: in che modo il maestro di mimo coniuga il gesto di prendere un caffè con la sua interiorità? Se ci pensiamo ci sono infiniti modi di prendere un caffè e, anche se sembra strano, è proprio qui che si trova il concetto di infinito. L’infinito non si trova nell’esteriore ma nel nostro interiore sotto forma di opzioni inesauribili. L’anedotto del caffè ci suggerisce come comprendere la fisicità del Nō. I gesti che ci rapiscono l’anima non sono mai vistosi. Tornare all’estrema semplicità è lo scopo ma questo è permesso solo ai maestri che hanno approfondito i segreti di questa forma teatrale. Per quanto riguardo l’aneddoto del caffè, la differenza tra i due maestri, rimarrà un segreto profondo».

Alla fine di questa storiella è solo una la domanda che mi rimbalza nella testa: qual’ è il mio modo di prendere il caffè?

Josella Calantropo

sabato 12 novembre 2011

Il backstage di The Italian Restaurant



Il laboratorio di Teatro Nō organizzato da CIMES, dopo sei giorni di intenso lavoro, volge al termine con lo spettacolo “The Italian Restaurant”.

Quando il critico varca il limite dell'oggettivo, non guarda più gli eventi con distacco, si fa travolgere da una marea di emozioni, non è più critico.
Entrare in punta di piedi (o sgattaiolare) con la premura di non lacerare il drappo setoso di emozioni, intenzioni intessuto fino a oggi.
Una voglia ghiotta di assaporare emozioni, lo ammetto!
Il desiderio di degustare coi ragazzi sconfitte e vittorie, in un tempo presente che fa da cornice a un mai più ripetibile.

Due ore prima dello spettacolo, all'ingresso del teatro c'è Monica, la protagonista, che esegue esercizi ginnici per distendere muscoli e tensione.
Marianna, la cameriera, va avanti e indietro per i palco, furiosa; ripete a tutti che “i segni di scothc sul palco per sistemare i tavoli non li vuole ve-de-re, chiaro?!
Sergio, uno dei due samurai, è al telefono con qualcuno a cui ha riservato dei posti a sedere... eh eh eh, orgoglio d'attore!
E poi un animato vociferare proveniente dal palco: Lucia, Luca, Tommaso, Andrea, Fabio tentano espedienti per sincronizzare i movimenti della scena finale: propongono un'idea, la confutano, ne suggeriscono altre...
Hanno la situazione sotto controllo, dicono!

Oh, ecco il Maestro!
Grazie ragazzi per la devozione con cui avete lavorato, per aver creduto in questo progetto. Godiamoci questa serata, con calma, e ripensiamo a questa settimana... splendida. Grazie.”
Poche parole che rasserenano gli animi. Cosparge calma intorno a sé. Eppure fermenta il suo animo: vuole ancora riferire dettagli ai ragazzi, e poi cerca del cerone bianco per i Diavoli (alle 8 di sera!), e poi chiede un cucchiaio per la scena, e poi una lampadina per dietro e quinte, e la sistemazione dei tavoli! É tutto pronto, Maestro?

Quindici minuti dal debutto: siamo tutti in cerchio.
Monica ha tra le mani una stecca di cioccolato. Frammentare il dolce in segno di condivisione di una stessa energia vitale; a ognuno una piccola parte.
E poi un profondo respiro, tutte le mani al centro, grinta ragazzi!
Merda merda merda!

Angela Sciavilla

venerdì 11 novembre 2011

TEATRO NŌ, il corpo in scena tra continuità e discontinuità: THE ITALIAN RESTAURANT

LA RECENSIONE
10 novembre: il debutto
Laboratori DMS: ultimo giorno per gli studenti-attori del workshop sul teatro nō condotto dal Maestro Umewaka Naohiko.
La tensione è vibrante, le gambe sembrano dover cedere da un momento all’altro. E’ arrivato il momento del debutto.

The Italian Restaurant, regia e testo di Umewaka Naohiko: una scommessa psicologica, oltre che teatrale.

La sala è piena, i volti sono rilassati e piacevolmente stupiti. Fila C, un bambino dorme e si coglie il ritmo del suo respiro. Buio in scena. Si comincia.
Un gioco di tavoli, tovaglie bianche, calici da vino e tre personaggi: una donna e due “samurai giapponesi”. Un letto. Cosa ci fa un letto nel bel mezzo di un ristorante italiano? Ecco, il protagonista e la sua maschera sbucarne fuori. La reazione del pubblico è dubbiosa, la signora nella fila davanti parla, squilla un cellulare.  Si legge, nei volti di tutti, uno spaesamento. Sembrano domandarsi: Dove ci troviamo? Chi abbiamo di fronte?


La trama si infittisce: ci troviamo in un ristorante italiano o, forse, siamo i pazienti di una clinica psichiatrica? Umewaka Naohiko, con abilità registica, affida un ruolo, pur sempre marginale, al suo pubblico; per poi, estraniarlo dalla vicenda e restituirlo alla oscura anonimia della sala teatrale.
Subentrano altri personaggi: una cameriera con un “menù seducente”, un fantasma di donna seduto a un tavolo del ristorante italiano che aspetta di ordinare. Ogni portata è un momento vissuto e ri-vissuto, ogni bicchiere di vino è una data. I personaggi, rinchiusi nei loro drammi, bevoni sorsi della loro passata esistenza. Non hanno futuro, solo un passato infinito. Il pubblico reagisce: ride e si diverte, quando il testo lo richiede, e, con devota commozione, si unisce al profondo malessere dei personaggi. Il protagonista e il fantasma della donna si conoscono, si aspettano, rispettano i tempi l’uno dell’ altro, per poi perdersi. Seduti al tavolo, ordinano: la maschera impedisce al protagonista di bere e mangiare. La donna è la sua “carne ai ferri” e il suo calice di vino: non potrà averla, non potrà saziarsi di lei. La donna appartiene alla Morte. Un incendio al ristorante italiano. La donna esce di scena, non ritornerà più. Unico segno tangibile della sua presenza passata sarà un anello, affidato da un poliziotto alla sua migliore amica. Di fronte alla Morte e all’Infinito c’è bisogno di un filtro: la maschera, filtro drammaturgico, che consente al performer di vivere il personaggio, tra riso e pianto, cibo e veglia, continuità e discontinuità. Solo in maschera si può essere sinceri. L’attore protagonista, grazie alla maschera, è privato e liberato dal peso dell’espressione del volto. Sulla scena, un gioco di ombre e luci, di materie e spiriti. E’ il gioco della vita e della morte. E’ la vita che prende in giro la morte, è la morte che deride il suo opposto. Un gioco di prospettive: spettatori vivi tra i morti e fantasmi in scena che ri-vivono sempre gli stessi interminabili atti e non se ne rendono conto.

Un teatro che si muove tra antichità e innovazione, tra nuovo e vecchio. Il Maestro predilige il nuovo, il contemporaneo, senza però dimenticarsi della tradizione e della tecnica. Quello che chiama “ruolo del corpo in scena” o “cattività fisica”.

Si ricomincia daccapo.

I tavoli si moltiplicano, il protagonista cambia maschera. Il Maestro sembra proporci una “Ultima cena”, sotto nuove vesti. Oriente e Occidente, continuità di discontinuità, gli occhi fissi dei personaggi, una melodia annuncia un trionfo alla Morte, inchiostro rosso sgorga dalla maschera:

“L’io di oggi non è l’io di ieri” (Nishida Kitarō)

Postura retta, cascate di applausi. Gli attori hanno vinto l’ Io, il proprio, e l’Altro, lo spettatore. Hanno avuto rispetto del pubblico. In una sola parola: Respicio.


Angela Grasso

giovedì 10 novembre 2011

Teatro NŌ, una tradizione contemporanea: la quinta giornata di laboratorio al CIMES

8 novembre 2011
Signori cari, a due giorni dal debutto, lo spettacolo è pronto! The Italian Restaurant, scritto e diretto dal Maestro Umewaka Naohiko e interpretato dagli studenti del DAMS, freme per mostrarsi al pubblico.
Dopo cinque giorni di conoscenza tra i partecinpanti, di esercizi di Teatro Nō, di allenamenti, di domande, di dubbi, di rivelazioni, i movimenti in scena concordati, la memoria degli attori è buona, la prova luci superata.


Ora si lavora sui dettagli dei movimenti, sulle intenzioni. Si ripete ogni scena una, due, tre, quattro volte, si cercano espedienti sempre più convincenti ed efficaci.

Il Maestro pretende precisione, coordinazione delle azioni con la musica e lo studio degli spazi.
Ce la stanno mettendo tutta i ragazzi, ma la stanchezza bussa alla porta!
I passi sono giusti, i ritmi rispettati, ma qualcosa viene meno rispetto a ieri: l'energia!
Sanno bene che in scena ogni parte del corpo deve essere attiva, scattante;
sanno che bisogna preparare le emozioni prima della battuta;
sanno che i sentimenti devono intravedersi coi gesti e non solo con le parole;
e sanno che durante la performance il pubblico aspetta con ansia di essere stupito, trasportato in una dimensione surreale, ancora una volta “il confine”, tra il reale e la finzione. Accontentiamoli!
“È questione di good feeling” ribadisce il Maestro. Oggi mancava, però.
Impegnati tutto il giorno in teatro, sotto pressione per i tempi ristretti, concentrazione costante sulle parole del Maestro, ripetitività dei movimenti, si rischia seriamente di scadere nella noia... sarebbe la fine!
Il trucco sta nel “saper ripetere tante volte la medesima scena, ogni volta con intenzioni diverse, con diversa espressività, la gente non si annoia”. Questo è Teatro Nō.
Il trucco sta anche “nell'unire ogni dettaglio sotto l'ala protettrice del protagonista”. Anche questo è Teatro Nō.
Non è il nostro caso”- ribadisce il Maestro - “i dettagli non sono responsabilità solo del primo attore, bensì di ogni partecipante, coalizzati in un unico abiettivo: tendere alla perfezione spettacolare!”.
L'attore deve avere la capacità di essere credibile, e il talento non basta, ci vuole studio. Ciò che arriva a me, spettatore, devono essere i messaggi degli autori, gridati all'unisono, una perfetta fusione di idee e sensibilità.

Devono ascoltarsi e sincronizzarsi: lo spettatore non vorrà vedere una performance frammentata, discontinua, poco coordinata... quel tipo di drammaturgia lasciamola stare, per ora!


Angela Sciavilla

martedì 8 novembre 2011

Teatro NŌ, una tradizione contemporanea: la quarta giornata di laboratorio al CIMES



7 Novembre 2011
Il laboratorio del progetto Teatro Nō: una tradizione contemporanea organizzato dal CIMES centro di promozione culturale del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna continua. Siamo arrivati alla quarta giornata: stiamo imparando a conoscere un po' di più questo maestro e uomo straordinario che è il Maestro Umewaka Naohiko.

La mattina è stata dedicata al posizionamento delle luci e alle musiche. Non ho molto da dire a riguardo, se non un grazie al signor Roberto, il tecnico-luci, per la competenza e la disponibilità accordataci.

Come? Tutto qui?
No!!

Non posso non spendere due parole (purtroppo solo due!) sul Maestro Umewaka Naohiko. Non come artista affermato in tutto il mondo, ma come uomo.

Tutti lo conoscono come uomo “istituzonale”, composto, impeccabile, dai saldi valori morali, regole ferree, zero eccezioni.

Anche noi l'abbiam conosciuto così! 

Impressionante la distanza tra noi e il Maestro il primo giorno, lui seduto nella parte alta della platea, noi ai piedi del palco.

Dovevamo capirlo bene una volta per tutte: rispetto, rispetto, rispetto!

Si percepiva della tensione nel suo sguardo: andava incontro a ragazzi mai visti prima, di nazionalità lingua abitudini diverse, un tempo di preparazione dello spettacolo ridotto...

É bastato che i ragazzi mostrassero entusiasmo e fiducia nel lavoro, voglia di imparare e sfidare il tempo tiranno, et voilà, il maestro dona corpo e anima per il progetto.

Un'ascesa di indizi, consigli, indicazioni...

Sperimenta, spiega, interpella i giovani, mette in discussione il suo punto di vista, svela nozioni di Teatro Nō, ci onora di alcune sue dimostrazioni. Insomma, un Maestro nel teatro e nella vita!


La cosa strana è che questa forma teatrale ha cominciato a contaminare la mia vita quotidiana, a confondere il teatro e la vita. […] Forse sono diventata io stesso il confine. La mia vita scorre ormai su quest due binari”.
Lo direste anche voi se lo vedeste all'ora di pranzo: noi tutti ci allontaniamo dal teatro per “distogliere i pensieri, riposare, distrarsi un po'. Lui no! Mangia nei camerini, continua a lavorare, studiare fino al nostro rientro.

Fine pausa pranzo. Ci sorride, coniunge le mani, china il capo, si ricomincia.
GO!

La vita è teatro, il teatro è vita: potrebbe essere la sua filosofia di vita?

Angela Sciavilla




Teatro NŌ, una tradizione contemporanea: la terza giornata di laboratorio al CIMES



6 novembre 2011
Siamo ormai al terzo giorno di lavoro per il laboratorio di Teatro Nō che avrà come fase conclusiva la presentazione dello spettacolo The Italian Restaurant.
Il Maestro Umewaka Naohiko ha chiesto agli attori “la memoria” delle parti recitate per oggi.
Ed eccoli in sala prove coi copioni in mano che ripetono a bassa voce e abbozzano i movimenti, contano i passi, e giocano con dei cuscini rossi, fantastici!



È arrivato il Maestro. Tra le mani ha una maschera di carta da far indossare al protagonista, Mary Miyagi. Questa è solo una copia che sostituisce la vera maschera del Teatro Nō, fatta di legno, con dei buchi posti all'altezza degli occhi di ridottissime dimensioni; gli attori hanno a disposizione una visuale limitatissima e si servono quindi di punti fissi per orientarsi e di percorsi predeterminati. Non può guardare in basso, né verso l'alto, né di lato, solo di fronte. Ciò che l'attore non vede, lo deve immaginare!
Man mano che le prove proseguono, la performance sembra, tassello dopo tasello, prendere forma. Gli attori si muovono con più sicurezza, cominciano a comprendere le sfumature, i passaggi più complessi. Persino il ragazzo con la maschera prende sempre più coscienza degli spazi!



Stuzzica la curiosità il veder sulla stessa scena Presente e Passato, Esistenza e Non-esistenza. Afferrano lo spettatore, lo lanciano nella finzione, per poi riportarlo nella Verità, come un'eterna trottola costretta ancora sul limite del Confine. Solo implorando pietà al Diavolo potranno risolvere questo stato di inesistenza. Lacrime e... vino rosso!

D'un tratto, non riuscivamo a scollare gli occhi dalla scena, una strana forza attrattiva ce lo impediva.

Kimono, fiori di centocchio, ventagli, e maschere: sembrava si fosse materializzata l'Essenza Orientale in sala. Effimere forze, opposte, si attraevano inevitabilmente in un unico campo magnetico: Oriente e Occidente, in un inevitabile connubio!

C'è il Maestro in scena, mostra movimenti e passaggi intenzioni per i movimenti di Mary Miyagi.

É inutile, non sono in grado di descrivere a parole le sensazioni, è questione di vibrazioni da toccare, frequenza da captare dal vivo.
Fine della dimostrazione, tutto tace in sala! Ci guardiamo increduli, col sorriso sulle labbra: abbiamo sentito vibrare l'Arte Somma, non capita tutti i giorni!



Angela Sciavilla


lunedì 7 novembre 2011

La dimostrazione di Nō del Maestro Umewaka al CIMES è una cascata di petali di fiori di ciliegio

Ascolta il rumore dei petali di un fiore di ciliegio che cadono al suolo, ascolta il rumore dei passi che cadono sul palcoscenico nudo. Ascolta il moto fra Est e Ovest, ascolta l’attore del Polo Sud mettendo da parte quello del Polo opposto.
Domenica 6 novembre: dimostrazione di Nō del Maestro Umewaka Naohiko, presso spazio – atelier di Teatrino Clandestino.
Un fiore raggiunge la massima bellezza un attimo prima che i petali inizino a cadere, un attimo prima della morte (Filosofia zen)
Per la filosofia zen ascoltare i petali di un fiore di ciliegio che cadono al suolo è uno dei più grandi godimenti estetici. La dimostrazione di Nō del Maestro Umewaka è, abusando di questa metafora, una cascata di petali di fiori di ciliegio. Ciò che essenzialmente ci attrae nella figura attoriale, in questo caso specifico nel Maestro, è il modo in cui quest’ultimo ri-modella artificialmente l’energia ricorrendo a un bios scenico, a “salti d’energia”.  Con la stessa minuziosità con cui si allestisce un rito propiziatorio, crea un’atmosfera di ombre e luci, di suoni riverberati, di passi trascinati, di pause e tonfi. Gli spettatori cercano un contatto carnale con il teatro Nō. Viene a crearsi un vero e proprio processo creativo, un legame ombelicale tra maestro e spettatore. Umewaka ci invita ad abbandonare ogni contatto con il mondo reale. Siamo sottoposti a un disorientamento volontario. Naufraghiamo. Scegliamo di essere naufraghi consapevoli. Uno spaesamento che ci ri-conduce alle origini e a verità dimenticate o sconosciute.
Si ricorda, prima dell’inizio effettivo della dimostrazione, lo spettacolo The Italian Restaurant, regia e testo di Umewaka Naohiko che andrà in scena giovedì 10 novembre alle h 21 ai Laboratori DMS via Azzo Gardino, 65 a, e che sarà aperto al pubblico.
In merito a questo, ci viene mostrata in anteprima una delle due maschere che il protagonista indosserà durante la messa in scena. È tipico l’uso della maschera per il teatro Nō. Una maschera, per natura fredda, diventa l’espressione dei sommovimenti dell’animo.
La dimostrazione a cui assistiamo si compone di due fasi: una dimostrazione sulle vocalizzazioni e una danza.
Si alza il sipario, si rompe la convenzionale quarta parete… Luce soffusa, ma non troppo. Un riflettore puntato in scena. Parte del pubblico siede a terra. Suoni, gorgheggi, a tratti melodia/canto, a tratti tonfi. Una spinta diaframmatica bassa per ottenere tutto ciò. Una partitura di suoni/rumori che evoca spazi e storie sepolte dalla memoria. Una orchestrazione di suoni che ci riconducono alla nostra origine, a una condizione fetale. L’aria densa si riempie di onde e vibrazioni, che vengono subito assorbite dagli spettatori. Ci sono un filo venoso, uno strato di tessuto corporeo, un tratto di intestino che legano il performer con lo spettatore. Si forma una triade indissolubile: performer-palcoscenico-spettatore. Il palcoscenico prende vita, diventa legno vitale, diventa albero, terra, muschio, foglie. Un uso studiato e strumentalizzato delle corde vocali suscita immagini visive, intere storie, drammi. Dalla voce si costruisce un vero e proprio spazio scenico.
Applausi scroscianti, rami che si muovono al vento. Piccola pausa e si comincia con la seconda parte della dimostrazione.Il Maestro diventa corpo-interprete, un corpo esecutore di gesti e ritmi extra-quotidiani. Un corpo vivo e vitale. L’obiettivo è eliminare gli automatismi della vita quotidiana ricorrendo ai “salti d’energia” che, in un secondo momento, si evolvono in “salti di pensiero”. Movimenti meccanici che tagliano il palcoscenico come nervi tesi. È puro dinamismo. È movimento frenetico che dai piedi percorre tutto il corpo. Piedi trascinati per attrito sul legno del palcoscenico che costruiscono geometrie ben precise. Nulla è lasciato al caso. Tutto è fermo. Tutto tace. Una pausa. Nulla accade, perché tutto è già accaduto.
Angela Grasso                         


Teatro NŌ, una tradizione contemporanea: la seconda giornata di laboratorio al CIMES

5 novembre 2011
Mancano cinque giorni al debutto, il tempo dimezza a vista d'occhio, la pressione per una buona performace grava sulle coscienze dei ragazzi, e alcuni di loro cede.
E poi c'è chi sente la carenza di insegnametno della tecnica del Teatro Nō, chi dubita dei risultati da ottenere, chi non riscontra validi stimoli per rimanere e chi, addirittura, nega a quest'arte la capacità di migliorare la presenza del corpo sul palco. Molti abbandonano il progetto.
Il professor Matteo Casari spiega che l'approccio alla tecnica sarebbe più proficua se impegni lavorativi del Maestro non lo obbligassero a tornare in Giappone in anticipo, e per il problema della corporeità e del movimento...beh, discutiamone!

The Italian Restaurant è più di un progetto drammatico: è la scommessa giocata dal maestro Umewaka Naohiko che scava nella sperimentazione per una “revisione della tradizione”: il nuovo Teatro Nō.


Ciò che preme insegnare loro è proprio la presenza sul palco: far sentire allo spettatore la potenza del personaggio. Ogni muscolo è contratto, pronto per scattare con agilità, precisione, all'unisono con la musica, in sincronia con l'altro. Il segreto è imparare ad ascoltarsi (e ascoltare!).

Ora i ragazzi sono poco più di una decina, davvero motivati!

In scena c'è una ragazza in piedi, immobile, al centro, e altri due ragazzi sul lato destro, uno dei due con una torcia in mano che si fa luce, e scopre la scenografia: dei tavolini e qualche sedia intorno. Sembra non conoscere il luogo, ne scruta ogni dettaglio.

Fa luce sulla donna, che, come una presenza eterea, si presenta: “Vivo a Kyoto. Gestisco un ristorante italiano vicino al lago Nojiri a Nagano...”

I due ragazzi sono due samurai, reclamano da mangiare e... eh eh signori, non possiamo svelare tutto, la sorpresa la riserviamo per giovedì 10 novembre 2011 ore 21, ai laboratori DMS!


Lasciatemi anticipare però, che l'esistenza dello spettacolo vive sospeso sul confine tra l'essere Uomo e Donna, umanità e bestialità. E che l'uso di semplici oggetti, come la torcia elettrica, rimandano a concetti filosofici e antropologici primordiali come la Vita e la Morte.

I temi sono gravosi per i ragazzi, ma il Maestro li segue passo dopo passo e la complcità che si instaura tra di loro sembrano delle ottime basi per proseguire.

Chissà perché quando si prova con la musica sembra che ogni incertezza scompaia! Le note sostengono i gesti, che acquistano vita propria.

Energia!

Gli attori sono carichi, il Maestro soddisfatto della giornata.

Arigatou!



Angela Sciavilla

sabato 5 novembre 2011

Teatro NŌ, una tradizione contemporanea: la prima giornata di laboratorio al CIMES


-Sai come si scrive respirazione in giapponese? Si scrive con la perfetta combinazione di due ideogrammi... uno significa personalità, l'altro cuore. -Cuore e personalità?
-Precisamente!
-Vuol dire che il mio respiro è il mio cuore?
-Sì, certo!
(da The Italian Restaurant)

Energia, percezione, immaginazione, passione... in una parola sola teatro Nō.
Arte giapponese da secoli ben radicata nel presente, viva grazie all'amore per la tradizione e l'impiego per la sua salvaguardia effettuata dai Maestri giapponesi.

Sei secoli di storia, che dal Paese del Sol Levante, affiorano dagli insegnamenti del Maestro Umewaka Naohiko, per giungere qui, negli spazi del DMS, dal 4 al 10 novembre 2011, impegnato in un laboratorio intensivo con messa in scena finale di The Italian Restaurant, scritto e diretto dal Maestro stesso.

Quindici ragazzi, selezionati in precedenza per il laboratorio, sono pronti per iniziare.

Keirei. Si comincia!


3 novembre 2011

Mancano pochi minuti all'arrivo del Maestro, nell'aria freme qualcosa, di nuovo, di strano, di piacevolmento ignoto.

Sguardi predatori di estesi orizzonti, con la destrezza di una gioventù affamata di esperienze, e la dolcezza di un fiore di loto. Fiore meraviglioso posato sul nono gradino, il più elevato, della scala performativa

Il Maestro è in sala prove. Umewaka Naohiko è un shite professionista di Nō. La famiglia è un ramo della famiglia Kanze, una delle cinque grandi famiglie di attori Nō, che discende direttamente da Zeami, pensatore illustre che rese il teatro Nō un'importante forma teatrale.


Ci spiega che è “arte del cuore”, è espressione del corpo tramite l'energia, è concentrazione, è immaginazione e non percezione.

Ci mostra la posizione fondamentale: postura retta, finalizzata a compiere movimenti successivi. Ogni parte del corpo è vissuta idealmente, un globo di energia in continuo movimento. Si impara ad ascoltarla, a non disperderla.

E poi la camminata. Non è un movimento semplice. É come un'equazione a tre incognite da risolvere: pavimento, corpo, energia. I piedi colgono le informazioni del pavimento (o superficie), percepiscono la superficie che stanno calpestando, sua conformazione, ogni sua deformazione. Solo così lo spettatore potrà immaginare di calpestare, per conto dell'attore, la medesima superficie, si immedesimerà.

Prima di entrare nel vivo del lavoro, “bisogna fornire un punto di riferimento stabile che faciliti l'emersione di inclinazioni altrimenti celate dall'attività superficiale della mente” - ribadisce il Maestro. La meditazione è la soluzione. Un quarto d'ora di fronte al muro - proprio come l'inventore dello Zen (che ci rimase per nove anni!)

Meditare era necessario per la performance finale? Le energie quanto influenzeranno sulla recitazione? Come si “ascolta il pavimento”? E il testo senza logica performativa a cosa porterà? È ora di pranzo. I ragazzi sono un fiume in piena di emozioni: disorientati certo, affaticati, affamati, ma curiosi, entusiasti, affascinati di conoscere nuovi cantucci del proprio io, annebbiati da una quotidianeità che abbiamo naturalizzato, resa come unica, possibile conoscenza della realtà.

Ci si gusta una sigaretta in compagnia per scaricare la tensione-adrenalina-paura. Sarà sufficiente?

Si ritorna a lavoro. Le perplessità verranno svelate, le risposte sono sul palco, non rimane che passare all'atto pratico.

No, è il Maestro a scegliere gli attori, saranno loro a decidere quando sarà il loro momento.


Obiettivo: sperimentare variazioni e innovazioni in ambito drammaturgico e registico dalla tradizione tecnica del Nō, nel rispetto di alcune regole di base.

Movimenti decisi e calibrati, respirazione, cambi improvvisi di espressione, virtuosismi esclusi, cambi di scena nella scena stessa: questo è teatro Nō del Maestro Umewaka Naohiko, innovativo e al tempo stesso rispettoso delle tradizioni.

Si cominciano a scoprire le prime carte del gioco, anzi, le prime regole! Alcuni dubbi si sciolgono - con palese soddisfazione degli attori! Saranno pronti a cominciare l'avventura? Il confronto con lo spettatore? Ma prima... il confronto col proprio Io!
Angela Sciavilla