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martedì 5 febbraio 2013

L'Origine del Mondo parte da Ravenna: sold out per il Teatro Rasi


Senza sipario, senza finzione: il due febbraio sul palco del Teatro Rasi di Ravenna vive la paura del quotidiano. Tra cambi a vista e tecnici impassibili, si torna all'Origine del mondo. O meglio, all’origine del male del mondo: la solitudine.
Un gineceo di silenzi che passano da madre in figlia e da figlia in madre, senza tormenti né ipocrisie, privo di frasi fatte e ricco di semplici realtà quotidiane vissute mille e mille volte ma rese incredibilmente vere e straordinariamente divertenti dall’incombenza di un palco, dalla bravura di Daria Deflorian, Federica Santoro e Daniela Piperno (a cui perdoniamo qualche frase ciancicata e dimenticata). 


L’Origine del mondo, ritratto di un interno supera la prova del vincitore, mostrando di meritare l’Ubu per il nuovo testo italiano: la fluidità dei dialoghi, la freschezza dei monologhi lunghi ma non per questo pesanti, l’ironia calzante nel trattare le disgrazie della solitudine vincono la pioggia battente che accompagna l'accesso degli spettatori al teatro ravennate. Tre atti che si scolano uno dopo l’altro senza problemi, tre momenti di incursione nella quotidianità di Daria (la Deflorian, vincitrice dell’Ubu come miglior attrice) affamata di felicità, o semplicemente di serenità, che cerca di saziarsi davanti a un frigo in piena notte mentre la figlia le sussurra la sua impotenza, la sua forza nel cercare di starle vicino senza pretendere di poterla aiutare, semplicemente cercando di esistere. Per lei, con lei, vicino a lei. Fino a diventare come lei. Alla tenue luce elettrodomestica ci grava sullo stomaco la clausura di una donna-madre-figlia insoddisfatta, apatica, collerica e beatamente cosciente di esserlo che rovescia il suo male di vivere, la sua paura di conoscersi troppo o troppo poco sulla piccola Federica (la Santoro, altro premio Ubu) che dapprima tenta di reggerla al limite del baratro, poi continua a vederla scivolare, lentamente, e si ritrova a sentire l’apatia galleggiarle nelle viscere. “Il dolore dell’origine non si ripeterà” scrive Lucia Calamaro, regista oltre che autrice, ma in realtà è proprio quel dolore la cesoia tra cordoni ombelicali che rimpolpa i dialoghi domestici, le fami notturne e si intrufola nel rapporto figlia-vocabolario-madre come unica risposta possibile ai tanti perché dell’infanzia. Ma non vi è nulla di drammatico, apoplettico o statico: si ride da matti a sentir parlare di depressione.
“Ѐ successo di nuovo. Sono tornata alla casella iniziale. Io non esisto più”.


Poi Federica chiude gli occhi e diventa l’analista, questo santone che alla luce improvvisa e accecante dei fari sembra voler fare un po’ di paura con quegli occhioni neri disegnati e quei gesti perfetti, cadenzati. Ѐ l’alter ego di Federica, è colei che riesce a dialogare con la madre o almeno l’unica con cui Daria parla credendo di essere capita, ascoltata. Vana speranza: nell’ultimo atto l’analista si prende tutta Federica, non solo i suoi occhi, ma usa tutto il suo corpo per urlare la sua fragilità routinaria, scostante e divertente. E per chiarire la sua più totale sordità alle paure di Daria. Nel mezzo, arriva la nonna (Daniela Piperno) che irrompe nell’intimità sonora madre-figlia. E urla tutta la sua incapacità di comprendere, di capire. Lei filosofeggia sui canovacci e sul loro rimuovere le tracce dell’esistere, ma per il semplice gusto di filosofeggiare, lei sbatte in faccia alla nipote in pigiama la sua teoria sull’andare avanti sempre e comunque sopravvivendo alla noia senza morirci dentro e non riesce a vedere sua figlia oltre le barriere del “pigra e viziata”; non vede il suo dolore. Al contrario della non più tanto piccola Federica, cerca di accollarsi il ruolo di salvatrice e porta in scena tutte quelle figure nominate ma non viste (il marito, la donna di servizio) che vivono sulla soglia dello spazio, tra dentro e fuori, tra esserci e fregarsene, tra aiutare e disperare. Assiste, basita, all’impotenza di una ragazzina che urla i pensieri sussurrati da sua madre tra uno sguardo attento e un gesto ripetuto, senza possibilità di salvezza, senza possibilità di ritorno.
“[…] io non faccio fatica a svegliarmi. Faccio fatica ad alzarmi”.
Sono battute come questa che ti fanno capire quanto labile sia il confine finzione-realtà vissuto sul palco senza sipario del Teatro Rasi, sono piccole scosse che ti salgono su tra un piattino e l’altro del buffet, tra un atto e l’altro della pièce, mentre stai lì a ridacchiare perché ti stai divertendo, ma stai anche pensando, terrorizzata, che quella frase l’hai pensata anche tu, una mattina, prima di scuoterla via nel tran tran quotidiano.
Tra frigoriferi realmente pieni, denti vivamente masticanti, lavatrici umoristicamente funzionanti e agrumi rotolanti, si arriva alla fine. Si arriva al testamento finale di una donna che sa di cadere e chiede scusa del suo cadere, del suo tardare a rialzarsi, del suo non saper amare. In realtà Daria continua, disperatamente, a ricercare la chiave di lettura per capire se stessa, il suo dentro ma anche quel fuori che la terrorizza con i suoi personaggi così perfetti, così bisognosi di salvare le apparenze e categorizzarle senza riserva e senza scopo: dichiara la sua lontananza rispetto all’“arte della torta ben lievitata” e si apre al disgusto nel parlare della vita e di tutte quelle micro cerimonie fatte di pranzi tra parenti, feste comandate e vacanze al mare. E mentre osserva sua figlia somigliarle sempre più, tra un piatto lavato e un bicchiere asciugato il suo sguardo di madre torna a governarle il volto: dopo lunghi monologhi a due, dopo ansie urlate e voci represse, dopo compleanni ignorati e affetti spezzati arriva la battuta finale: “dai, quanto ti serve?”.
Non se ne esce, da uno spettacolo così.
E mentre ti fai strada, all’uscita, tra spettatori frettolosi di recuperare il proprio ombrello e martiri a cui la pioggia battente l’ombrello l’ha già divelto, te ne stai lì a pensare su come sia difficile gestire, nella vita di tutti i giorni, l’infelicità con un sorriso. Sarà perché siamo tutti davanti alla stessa realtà, sullo stesso palco. E il più delle volte senza applauso finale.


Elvira Scorza

martedì 29 gennaio 2013

Tre premi UBU per un solo spettacolo: L'Origine del mondo. Ritratto di un interno


Ricetta del buon spettatore:
prendete tre tre premi UBU, affidateli a tre magnifiche donne; amalgamate originalità, ambizione e maestria; aggiungete un pizzico di sorpresa; pazientate altri tre giorni e lo spettacolo sarà pronto!
Daria Deflorian, Federica Santoro e Daniela Piperno calcano il palco del Teatro Rasi di Ravenna per portare in scena L'origine del mondo. Ritratto di un interno, sabato 2 febbraio ore 20.30.
La regista anticipa che la linea traccia iniziale è una crisi individuale che travolge un gruppo familiare, nella fattispecie la crisi di una madre Daria, che fagocita la figlia Federica. Crisi dovuta ad una depressione che si installa, e rende obbligatoria l’esplorazione psicanalitica ma anche drammaturgica-diciamo gestaltica- di dinamiche affettive e familiari.
Si indaga la coscienza di una Madre, quello che lei ne sa, di tutto quello che in fondo lei significa e a cui appartiene; si esplorano gli stati d’animo mortificati di una Figlia adultizzata, la sua assenza di modelli, la sua tenacia; tratteggia l’indifferenza, la rabbia e l'impotenza di tutti gli altri, quelli che si ritrovano a gestire una persona depressa, senza sapere come. Intanto, diversamente, ma certo si vive.

In occasione dell’unica data in Emilia Romagna, e in assegna di treni notturni per raggiungere Ravenna, è stato organizzato un autobus da Bologna.
PREZZO SPECIALE 18€ (autobus + biglietto spettacolo) durante gli intervalli verrà offerto un buffet.
Partenza dalla stazione degli autobus di Bologna sabato 2 febbraio alle ore 18.45. 
La prenotazione
è obbligatoria e va effettuata entro mercoledì 30 gennaio.
Informazioni e prenotazioni tel. 333 7605760 / 0544 36239
organizzazione@ravennateatro.com
Angela Sciavilla
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Ravenna Teatro / Teatro delle Albe 
Teatro Rasi
sabato 2 febbraio ore 20.30
Lucia Calamaro
LOrigine del mondo, ritratto di un interno
spettacolo in tre atti
 

scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Daria Deflorian, Federica Santoro, Daniela Piperno
disegno luci di Gianni Staropoli
realizzazione scenica di Marina Haas
aiuto regia Francesca Blancato
produzione 369gradi

Premi Ubu 2012 come "nuovo testo italiano o ricerca drammaturgica";
a Daria Deflorian come "miglior attrice";
a Federica Santoro come "miglior attrice non protagonista"

Lucia Calamaro torna al Rasi con Lorigine del mondo, ritratto di un interno, una commedia umana al femminile in tre quadri, tre elettrodomestici e tre voci. Un viaggio dentro la solitudine umana composto di gesti, immagini e parole su uno sfondo bianco come un luogo dell’inconscio. Tre episodi, ognuno un elemento della vita quotidiana di una casa enorme, vuota, in cui coesistono tre età della stessa donna, o tre donne in successione di una stessa famiglia, poco importa: c’è l’universo donna in scena, questo conta. Tre attrici sapienti, guidate da una regista drammaturga tra le più interessanti del panorama italiano, ci proporranno l’edizione integrale dello spettacolo. 

durata 3h con 2 intervalli
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Note di regia

Di fronte al tempo, alle crisi alle mutazioni esistenziali
Magari sotto pressione, impotente, spesso isolato
Comunque inadeguato al rapporto ma lo stesso presente.
Decisamente depresso e si vede, uno fa fatica però vive, trova strategie, si inventa.
Si tratta di reagire.
O al meglio: adattarsi.
Come si sta di fronte alle cose, quando peggio del rapporto con Uno, c’è solo il rapporto con gli Altri?
Lo sappiamo? Lo possiamo sapere? Esiste un IO generico guida?
Non so. Non mi pare. Da qui non mi azzardo alla teoria.
Passiamo allora allo studio di un caso.
Daria non esce più. Da qui, dalla tana, constata che lei di umano ne conosce veramente solo uno, convivono nello stesso corpo, e a volte si distrae anche da lui. Se lo perde, non lo capisce.
Questa relazione fluttuante e disattenta spesso fa si che si ritrovi a non essere contemporanea neanche di se stessa.
Un convivente, anche lui suo malgrado familiarizzato con l’umano di Daria, visto che ne dipende affettivamente, la richiama a lei e al tempo: la Figlia.
È lei che mantiene il mondo. Lei, Federica, è il suo Atlante domestico.
Tanto che a volte uno si chiede chi ha messo al mondo chi, in questa faccenda.
Nella casa in cui si muove con sua figlia, temporaneamente rinchiuse in cerca di un senso ritrovato, appaiono figure della soglia, abitanti del dentro-fuori, che irrompono e agiscono. Figure queste, tutte animate dalla stessa volontà: tirarla fuori. Si avvicendano su scena strappandole alla loro intimità duettistica l’analista, sua madre, la cameriera, suo marito. Gente che sta più fuori che dentro, ma a volte anche troppo dentro o troppo fuori.
Insomma, ma che ne sanno loro della fatica necessaria a snodare gli intrecci traumatici nascosti nelle geometrie del profondo? Eppure.
L.C.