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venerdì 13 maggio 2011

ATTRICI IN PERSONAGGI MASCHILI. Terza tappa: VANDA MONACO WESTERSTÅHL vista dalle studentesse della laurea specialistica

Bologna 7 aprile 2011
Lucia Bellesi

Purtroppo, per problemi di orario, non ho potuto assistere all'intero incontro ma solamente ai primi momenti, perciò la mia osservazione sarà limitata all'impatto istantaneo che una grandiosa attrice mi ha regalato.
Donna multietnica, sì, Vanda Monaco è una persona ricca di molteplici lingue e tradizioni, un insieme di diverse conoscenze teatrali che, nel corso del suo studio, si sono ampliate e continuano ancora ad evadere e ad espandersi.
La lingua è sicuramente il campo di indagine più studiato e, con essa, il suono delle vocali e delle consonanti: le prime, sentite in maniera forte nella lingua italiana, le seconde, marcate nella lingua svedese; un attento studio unito all'uso del corpo, in un rapporto che non è mai fisso, ma mutevole e trasformabile, grazie al quale si creano nuovi personaggi e nuovi “spostamenti” dei personaggi.
Il suo lavoro quindi si divide in diverse terre, inizia in Italia, il suo paese natio, per poi scoprire la Svezia, dove per anni porta avanti quest'idea di multietnicità con la fondazione del Tensta Teater Ensemble, una compagnia formata da attori professionisti provenienti da ogni parte del mondo ed ora varca l'oceano fino agli Stati Uniti in cui la sua ricerca invade il settore scientifico delle neuroscienze. Beh, che dire? Una donna che ama la curiosità, ama la scoperta e ama l'originale.
La sua originalità, per riprendere quest'ultimo termine, riecheggia anche nella sua figura, una figura che fortemente mi ha ricordato i personaggi della Commedia dell'Arte, i movimenti ampi, una forte mimica facciale quasi da essere paragonata, in alcune pose, a quella di una maschera, uno sguardo deciso e diretto. Decisamente una donna di grande effetto.


Yiyi Liu

E’ molto interessante sentire parlare delle influenze delle lingue nel teatro da Vanda Monaco Westerståhl. “A poco a poco si è formata la consapevolezza che non c’è la lingua, ma ci sono le lingue dei testi. In ogni testo la lingua assume suoni diversi.””Scoprire la propria voce, scoprire i ritmi del respiro e le loro infinite variazioni, scoprire il proprio corpo nei suoi suoni e nel suo parlare… ecco tutto questo amplia e approfondisce una conoscenza di se stessi nella prospettiva del lavoro per la scena.” [1] Comunque la voce non riesce ad essere sentita da nessuno testo, per cui gli attori non hanno mai interpretato il Don Giovanni uguale dallo stesso testo. In quale modo si recita una frase, come si controllano i ritmi, gli accenti…  tutto dipende dagli attori diversi.


Nel Don Giovanni, la voce di Vanda Monaco Westerståhl è musicale. Il successo del travestimento  deve essere attributo alla sua performance invece la sua voce secondo me non ha bosogno di essere cambiata perchè non è mai stata molto “femminile”. Lo sguardo seducente e i gesti avidi sono gli elementi principali per realizzare questo simbolo di frivolezza, essendo un contrasto con l’icona della femminilità dalle due giapponesi. Peccato che noi non capiamo la lingua svedese però penso che non sia una cosa del tutto negativa perchè così possiamo essere attenti agli altri elementi della scena.     

P. s. Per l’ultimo momento di questo incontro – Attore e neuroscienze. Un piccolo esperimento, con Vanda Monaco Westerståhl e Wenting Yang – ho avuto l’incarico di scegliere alcune battute dalla Tre Sorelle di Anton Cechov che ho comunicato alle attrici sul momento. Ho scelto le ultime battute del dramma, pronunciate da Irina e Olga.


Lavinia Morisco

Sembrava una maschera della commedia dell’arte Vanda Monaco Westerståhl nell’ultimo incontro previsto da La Soffitta 2011 sul tema: Attrici in personaggi maschili.
Quando inizia a parlare di sé, l’attrice “bilingue” – recita in italiano e in svedese – ha un atteggiamento e una postura teatrali assolutamente spontanee. Addirittura si rifiuta di parlare al microfono: la sua voce arriva al pubblico naturalmente. Quando le si pongono delle domande l’artista dà risposte essenziali, schematiche. Non costruisce lunghi racconti intorno alla sua carriera.
Nel primo punto affrontato nel corso dell’incontro, la prof. Mariani la interroga sul personaggio del Don Giovanni da lei interpretato in Svezia. Le chiede di soffermarsi sul tema dell’eros, del piacere. Ebbene questo tema non ha nulla a che vedere per l’artista con la scena della seduzione di Zerlina: è Vanda Monaco stessa a sentirsi sedotta, ma dalle musiche di Mozart. La fonte del piacere è esclusivamente la musica. Qui si riafferma la sua attrazione per il suono prima che per i personaggi. Quando legge un testo, le interessano le sonorità della lingua. E’ per questo che adora la lingua svedese: le permette di porre e concentrare l’impatto emotivo sulle consonanti.

Ad un certo punto hanno inizio gli “spostamenti” di Vanda Monaco. Quando interpreta un ruolo teatrale l’attrice si “sposta”, non si traveste. Questo termine potrebbe trovare una spiegazione in un’affermazione dell’attrice: “Il personaggio nasce sulla scena, non esiste prima”. La creazione dei suoi personaggi non ha niente a che vedere con la psicologia, non c’è niente di interiore, niente di pensato: è lo spostamento sulla scena il punto di partenza del personaggio, la sua formazione coincide con il processo delle prove. Tutto questo fa pensare che nell’arte attoriale della Monaco non ci sia nulla di metafisico, nulla di concettuale, piuttosto qualcosa che ha a che fare con la pratica. Perciò non deve stupirci quando afferma che al sapere della conoscenza, l’attore deve accostare il “sapere della concretezza”. La Westerståhl è un esempio emblematico di questo accostamento: è anche dramaturg, drammaturga, regista e saggista. Forse quando Fabio Acca le domanda come faccia a dissociarsi nelle sue identità plurime, lei la sua risposta l’ha già data precedentemente in maniera implicita: il personaggio si fa sulla scena, quindi la componente teorica dell’attrice prevale quando non è sulla scena. Ma la parola attore non racchiude nel suo stesso appellativo il significato di azione? L’attore è colui che agisce sulla scena. Capiamo bene che Vanda Monaco è una perfetta donna di teatro.
A questo punto l’attrice si “sposta” e diventa Andrea: indossa un cappellino con la visiera portato a rovescio, è di spalle al pubblico. Inizia a recitare un frammento tratto dallo spettacolo Fuori dal paradiso, esibendo un passaggio naturale dalla lingua italiana allo svedese. L’esibizione è sensazionale, ma piuttosto fredda, distaccata, non trasmette emozioni. Vanda Monaco è tecnica, essenziale, ma paradossalmente naturale.
Poi esce di scena e dopo poco si “sposta” in Luigi Da Ponte: recita un frammento tratto da un altro spettacolo, Colore di Carne. Qui Vanda diventa “un vero uomo”: si sistema del gel tra i capelli facendo una smorfia tipicamente maschile di fronte a uno specchio immaginario. Sorseggia una birra direttamente dalla bottiglia e parla del mondo di oggi, un mondo di ingiustizie e di assurdità. E’ un parlare per “mostrare” e non per “dimostrare” qualcosa, dichiara. Mostrare la degradazione  dei corpi femminili nella società odierna. Questa volta l’attrice ha il microfono: fa sentire tutte le inflessioni vocali, i cambiamenti di tono, le intensità poste su alcune parole. E’ un monologo molto comunicativo, cattura l’attenzione, è intenso, è sentito. Vanda qui risulta meno fredda, è assolutamente dentro la parte e trasmette emozioni.
Nel terzo “spostamento” indossa una maschera nera, curva la schiena e entra in scena Pulcinella il bastardo.  E’ il monologo dei mandarini, tratto dallo spettacolo Pulcinella è un bastardo! La maschera della commedia dell’arte viene catapultata nella Napoli contemporanea e fa emergere la perversione maschile.
L’incontro si conclude con un piccolo esperimento: applicare le neuroscienze ad un frammento tratto dal testo teatrale Le tre sorelle di Cechov. Qui la Westerståhl è affiancata da Wenting Yang con cui collabora su un progetto che ha l’intento di verificare quali apporti possono dare le neuroscienze al teatro. Le due attrici leggono individualmente le rispettive parti dal testo di Cechov, poi le leggono ad alta voce al pubblico. Infine, si lanciano uno sguardo di intesa e l’esperimento ha inizio: sembra un esercizio di improvvisazione su un testo. Ma in realtà si tratta di qualcosa di più: associare colori, suoni e movimenti ad un testo teatrale. Queste associazioni non sono legate alle vicende personali delle due attrici. Vanda Monaco tende a precisare che, ad ogni recita, nell’attore cambiano completamente i meccanismi neurobiologici, afferma: “le sinapsi si addestrano a spostarsi”.

A questo punto ci si deve domandare: l’esperimento è riuscito? A mio parere sì. Ma si è trattato più di un percorso interiore delle due attrici, mentre ciò che si vedeva dall’esterno non era molto diverso da una recitazione improvvisata.
Le due attrici escono di scena, si siedono. Alcuni non riescono a capire cosa c’entrino le neuroscienze con la loro esibizione. Altri invece hanno capito l’esperimento a pieno. Forse il percorso con le neuroscienze è solo all’inizio, ma personalmente trovo l’idea della Monaco molto interessante e da sviluppare ulteriormente. Afferma la Westerståhl: “le neuroscienze offrono strumenti per capire meglio cosa facciamo”. L’incontro de La Soffitta si conclude qui, ma non quello con le neuroscienze. Aspettiamo e stiamo a vedere quali sorprese ci riserva questo progetto.


Chiara Pesce
Nell’ambito della rassegna tenutasi ai laboratori DMS Attrici in personaggi maschili, Vanda Monaco ha chiuso il cerchio delle tre attrici intervistate dopo Ida Marinelli ed Ermanna Montanari, prestandosi all’intervista in cui ha parlato del suo percorso professionale. Vanda Monaco è un’attrice dall’identità composita e multietnica e la sua carriera è costellata da personaggi maschili. Il suo percorso ha radici lontane nel tempo ed è caratterizzato dal nomadismo. Attrice eclettica, prima allieva di Gian Maria Volonté e poi di Erland Josephson, oltre a quello di attrice ha praticato i mestieri di drammaturga, saggista, autrice drammatica, regista e dramaturg. È stato molto interessante ascoltare dalle parole di Vanda Monaco, definita da Meldolesi “donna teatro” che cosa ha significato per lei interpretare personaggi maschili. Poiché ha praticato sulla scena molti mestieri, ha più registri linguistici: uno legato alla pratica teatrale, quindi un linguaggio molto concreto basato su esempi ed esperimenti, e un altro più legato al suo lavoro si saggista e storica che la colloca nella generazione dei grandi studiosi di teatro come Meldolesi, Cruciani e Taviani.
In apertura dell’incontro abbiamo visto alcune parti del video sul Don Giovanni da Da Ponte, spettacolo presentato in Svezia, con la compagnia Tensta Teater, in cui Vanda Monaco interpretava il protagonista. Nell’interpretazione di questo ruolo si pone come non mai il quesito su come un’attrice possa incarnare un ruolo tradizionalmente maschile come Don Giovanni.
Vanda Monaco, come da tradizione svedese, concepisce l’arte dell’attore come mestiere della metamorfosi e il teatro come luogo della trasformazione, ma non definisce i suoi ruoli maschili travestimenti, bensì spostamenti. L’attrice ha una grande esperienza di recitazione in Svezia dove, trasferitasi per amore ha fondato il Tensta Teater, una compagnia composta di attori professionisti provenienti da tutto il mondo. Cominciando l’intervista Vanda Monaco spiega che è necessario distinguere l’occhio dello spettatore dal sentire dell’attore che incarna il personaggio. Poiché l’attrice ha un processo di pensiero diverso rispetto a chi guarda. Non si sente “in bilico” tra il suo essere donna e l’interpretare un uomo, nel caso di Don Giovanni, poiché lo affronta dal punto di vista concreto del gesto e della parola, mentre chi guarda, può farsi una sua idea che si costruisce attraverso un altro processo, che ha meno del concreto da cui l’attore non può mai prescindere. Vanda Monaco nel suo processo di ricerca del personaggio non parte da nessun assunto dato per scontato e segue le sue fascinazioni nel costruirlo. Nella sua interpretazione Don Giovanni è un conoscitore della sensualità femminile, ma ciò non comporta che l’attrice sia partita da questo elemento per dargli corpo; la caratteristica che ai nostri occhi può apparire predominante fa parte di una costellazione di elementi uniti insieme nel corpo e nella voce dell’attore, il quale però può essere partito da tutt’altro per incarnare la sensualità.
È l’occhio dello spettatore quindi che crea il travestimento, mentre per l’attore si tratta di un lavoro minuzioso sul suo corpo, lo spettatore vi costruisce sopra un significato che però è di altra natura rispetto al materiale che ha usato l’attore, forse quindi è lecito affermare che Vanda Monaco non si sia mai travestita in scena, ma che partendo da un livello di espressività neutro si avvicini al personaggio senza idee preliminari, ma reinventandone un’identità. In questo modo l'attrice si forma di spettacolo in spettacolo e il suo sapere si condensa e sedimenta attraverso l'esperienza della creazione scenica come afferma lei stessa: Il modo in cui lavoro con gli attori è dettato di volta in volta dall'evento scenico che voglio costruire e non da una pratica che lo precede”.
 Un‘altra riflessione che ha attraversato tutto l’incontro ha messo al centro la lingua svedese, definita da Vanda Monaco come una “lingua dalla straordinaria bellezza teatrale” per sua natura. Oltre ad avere sperimentato questa lingua come attrice Vanda Monaco l’ha sperimentata anche nel suo lavoro di drammaturga. Riflettendo sulla teatralità della lingua svedese rispetto a quella italiana, adatta invece al canto lirico, si è aperta una riflessione sul ruolo del testo. Vanda Monaco attraverso lo studio dello svedese ha riscoperto la necessità della parola e del testo che dia corpo e ritmo alla recitazione, attraverso le sue pause e i suoi suoni, e che non la limiti. Negli ultimi venti anni del ‘900 si è diffuso un teatro che ha accantonato i testi per indagare il corpo o per sconfinare nelle arti visive. Vanda Monaco nel suo percorso di attrice ha sentito, una volta a contatto con lo svedese, la necessità di parole da inscrivere nel corpo, soprattutto di suoni attraverso i quali ampliare le capacità espressive della voce e dell’attore, poiché la voce è espressione del delicato e mutevole equilibrio tra la mente e il corpo. Trovando nello svedese una lingua ideale.
Come scrittrice di drammi, ma anche come interprete ha avuto sempre interesse per la degradazione sia maschile sia femminile. A proposito di questo tema Vanda Monaco durante l’incontro ha recitato una parte tratta da Colore di carne, lungo monologo da lei scritto che racconta la giornata di un inquietante pittore. Questa pièce è prova della sua costante ricerca verso l’altro da sé e il diverso, non soltanto perché il personaggio che interpreta è di sesso maschile, ma perché incarna un modo di vivere ai margini della società. Infatti, Vanda Monaco negli anni ha dimostrato un interesse costante verso la rappresentazione dei“confini”, non solo della società, ma anche della mente dell’uomo, luoghi in cui un essere umano può trovarsi nel corso della vita. Oggi si occupa a New York come art producer di un esperimento su attore e neuroscienze.
Dato l’eclettismo di quest’attrice e i suoi molteplici interessi approfonditi nel corso degli anni, l’unica costante che si può rinvenire nel suo lavoro è “il mutamento”, che, per tornare al tema degli incontri, è la sostanza del travestimento: il saper mutare personaggio senza avvertire distanza incarnando panni maschili è forse la prerogativa di un’attrice che vede nel teatro, come nella sua vita, il mutamento come un cardine.

sabato 7 maggio 2011

VANDA MONACO WESTERSTHAL UN'ATTRICE ILLUMINATA DALLA LONTANA SVEZIA


È una calda giornata di primavera, e i vostri inviati preferiti sono pronti a portare a termine una nuova missione per il vostro gentile diletto. Illustre ospite sarà, questa volta, l’indipendente e originalissima Vanda Monaco Westerstahl. Di origine napoletana, la signora Vanda ha avuto un passato prestigioso nel mondo accademico fino a quando non ha deciso di abbandonare tutto per recarsi in Svezia. Qui si è dedicata anima e corpo al teatro nelle vesti non solo di attrice ma anche di regista, dramaturg e autrice drammatica. Consacrata alle scene più prestigiose del regno, ha esportato in  modo intelligente e efficace la sua arte in Italia, creando un nuovo polo di sperimentazione e ricerca a Bologna. Enigmatica e esaustiva, gentile come una zia, vagamente somigliante nell’aspetto a Marisa Laurito, ci riceve nella sua deliziosa casa di Bologna. Il soggiorno è arredato in modo essenziale ma con gusto. Una grande porta finestra è aperta su terrazzino inondato di sole. È seduta al tavolo e smanetta allegramente con il suo PC portatile. Noto immediatamente il suo abbigliamento, osa una maglia lunga di velo plissettato a fantasia floreale dai toni pastello composta però all’interno di una giacchetta nera dal taglio elegante da signora. Ci accomodiamo e l’intervista dopo qualche convenevole ha inizio.

Ci spieghi perché ha abbandonato la sua promettente carriera accademica per realizzare il suo sogno d’attrice.
(sorride ed esclama senza quasi pensarci) Non lo so!...avevo voglia di fare teatro,o meglio di tornare al teatro. Prima di laurearmi infatti facevo teatro politico e sociale con Gianmaria Volonté (3 anni di collaborazione ndr), ma devo dire che questa dimensione del teatro non mi interessava particolarmente malgrado fossi molto impegnata in prima persona su quel fronte. Nel teatro ricercavo l’aspetto volto alla creazione di  una comunicazione d’arte che raggiungesse il pubblico. Un aspetto su cui Volonté lavorava molto bene ma che al pubblico non era manifesto. Dunque passata questa prima esperienza, mi laureai in Storia del teatro e dello spettacolo con Giovanni Macchia presso l’ateneo di Roma e cominciai una fulminante e gloriosa carriera universitaria. Ero diventata quasi professore ordinario. Ero l’unica donna pronta a prendere la libera docenza. Dopo qualche tempo però mi annoiai. Sentii questo bisogno di rigettarmi nel teatro, volevo fare teatro! Rinunciai all’ordinariato e quando lo comunicai a colleghi e amici tutti  mi guardarono esterrefatti e lo stesso Macchia mi giudicò matta.
Perché ha scelto di recarsi proprio in Svezia?
Volevo andar via dall’Italia, ma non sapevo di preciso dove andare. Avevo pensato alla Francia perché conoscevo già il francese, mentre non conoscevo l’Inglese. Poi per caso, conobbi mio marito. Un matematico e linguista di origine svedese e ci innamorammo. Mi recai pertanto in Svezia e  lì “caddi in piedi”, in fondo cado sempre bene io!! (sorridiamo tutti divertiti). Lì c’era un gruppo di attori che lavoravano  insieme a Ingram Bergman. Io ho lavorato con loro. Mi hanno fatto da maestri e mi hanno fatto crescere: io sono di fatto un’allieva di Erald Josephson che è stato il maggiore attore del grande regista.
Ci parli del sistema teatrale svedese.
Il sistema teatrale svedese è sostanzialmente costituito da una rete incredibile, con uno sviluppo territoriale enorme di teatri stabili, teatri regionali e poi c’è il teatro nazionale Reale svedese che all’epoca era  diretto da Bergam. Esiste inoltre il Rik’s theater, finanziato col denaro pubblico e caratterizzato da una politica di tournèe in giro per la nazione. E poi vi sono i Fyar Grupper, coloro cioè che si occupano di teatro di ricerca. Questi sono composti da giovani artisti dalle competenze finissime. Professionisti formati nelle scuole, e ciò alza il livello di creatività.
Cosa ci può dire in merito alla sua professione d’attrice svedese rispetto a quella italiana?
Per rispondere è necessario fare una precisazione. In Svezia la preparazione attoriale si fonda sulle basi della scuola teatrale anglosassone e americana. Si forma così l’ attore della metamorfosi. Sono attori capaci di lavorare nel cinema, nel teatro nella televisione e nella pubblicità. Per esempio Helen Mirren, che ha interpretato sul grande schermo Elisabetta II d’Inghilterra (The Queen 2006) per il regista Stephen Frears mentre in televisione recita nel ruolo di un detective nella serie televisiva Prime Suspect. La  base della cultura protestante è basata sul lavoro, su ciò che l’uomo fa non su ciò che l’uomo è (lunghissima pausa di silenzio volto a sottolineare questo aspetto) e io mi sono riconosciuta molto in questa cultura. La civiltà anglosassone pone  il primato del fare e questo diventa molto importante per l’attore (l’attore è uno che fa). In Italia oggi non è così, poiché vige il primato della teoria e del pensiero filosofico. È questa una battaglia fortissima, penso che l’attore nella lettura del testo ad esempio non dovrebbe essere guidato da un pensiero teorico-filosofico ma da un pensiero pratico che implichi la conoscenza diretta delle cose. Altra caratteristica interessante della cultura teatrale svedese è che il potere del regista è molto limitato, Bergman stesso per i suoi lavori partiva dai consigli e dalle richieste degli attori. Dava loro, in un secondo tempo, i ritmi e i tempi. In Italia il regista sembra invece il portatore di una verità assoluta. A me piacciono le parole e i personaggi. Il teatro svedese come quello americano e anglosassone è molto basato sul testo e sui personaggi. Prima che l’attore cominci a lavorare, il personaggio non è mai dato. Questo alza le possibilità creative dell’attore. Stessa cosa avviene con l’analisi del testo come un plot in modo tale da comprenderne le istanze per manipolarlo come meglio si crede.


Tre personaggi legati dall’Eros: Pasolini, Don Giovanni, Giambattista Marino … cosa l’ha affascinata di questi personaggi?
Lo spettacolo su Pasolini mi fu proposto da Gunnel Lindblom, lo spettacolo si intitolava L’Eros, il Tempo e la Morte tematiche molto forti nell’opera pasoliniana. In questo caso,  ma anche per ciò che concerne gli altri due spettacoli, sono sempre partita dalle opere e da ciò che provocavano dentro di me e non dalla vita dei personaggi-autori, di cui mi importava poco o nulla. Attraverso le opere ricostruiamo l’essenza del personaggio. Le lettere su Parigi del Marino a esempio sono bellissime e divertentissime e la platea alla prima rideva da matti. “Mi guardo allo specchio e non so che faccia ho” questa è una frase che ha scritto Josephson nelle sue memorie e riassume l’idea che permea il concetto di attore di metamorfosi.
Che ricordi ha delle sue esperienze laboratoriali presso l’università di Bologna?
Ricordo gli effetti magnifici sugli allievi. Innanzitutto venivano posti come protagonisti veri dell’esperienza e io dovevo solo guidarli. Facevamo un vero lavoro di prove moderne e contemporanee, mettendo in moto impulsi sulla voce e sul corpo e poi si cominciava un percorso che si fa di solito con gli attori professionisti fermandosi però alla prima filata. Questo perché non si poteva chiedere di più. Ma gli allievi erano meravigliosi e la loro disponibilità rimane nella mia memoria come una delle cosa più belle che abbia incontrato nella mia vita.
Nel Febbraio del 2009 le cronache teatrali riportano la notizia di una Vanda Monaco a seno scoperto sul palcoscenico all’età di 60 anni nel contempo le cronache televisive si indignano per il seno in bella vista di Patty Pravo al festival di Sanremo.  Che significato ha dato a quell’evento?
Interpretavo per la regia di Fabio Acca Giacinta Pezzana , un personaggio che aveva un rapporto molto complicato con il suo corpo. Mi diedero l’indicazione di spogliarmi. Ma io non conferii a quel gesto nessun significato particolare, è questo il bello dell’attore di metamorfosi. Io, in quel momento, ero un'altra persona in un altro posto e di conseguenza mi sentivo a mio agio. E penso, altresì, che gli artisti pop, come Patty Pravo in questo caso specifico, vivano delle sensazioni simili allorquando entrando su un palcoscenico si proiettano (alcuni purtroppo “aiutati” dalla cocaina) su un altro pianeta divenendo altro da se stessi per poter reggere un pubblico tanto vasto.

A questo punto è giunta l’ora di andare, la signora Monaco ha un nuovo appuntamento. È stata tanto gentile e affabile, ci ha rallegrati con i suoi improvvisi divertissement in dialetto napoletano e incantati con la sua verve e condivisibile forma-mentis. Ripensandoci la immagino così: intenta a cucinare un dolce napoletano nella sua casa in Svezia e nel contempo  a cantare a gran voce un aria del Don Giovanni  di Mozart. Seduta sul divano di casa ma sempre pronta a reinterpretare il monologo “essere o non essere” dell’Amleto di  Shakespeare anche quando, divertita, guarda in tv  la Mary Poppins di Disney e chatta allegramente su face book con un amico lontano. Una donna formidabile, una lietissima conoscenza.
                                 
Enrico Rosolino, Mariangela Basile