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mercoledì 23 marzo 2011

Il gioco del silenzio

 Il braccio di Armando Punzo si alza, la sua mano si appoggia al mento, per poi slanciarsi in avanti. Non una parola esce dalla sua bocca, il movimento si ripete come un gioco, mentre la platea bisibigliando sempre meno, si abbandona all’ansia e all’attesa che qualcosa succeda. Un silenzio straordinario invade la sala… il gioco è fatto. 


Il regista della Compagnia della Fortezza si presenta sul palco così. Rompe il silenzio dopo qualche minuto per presentare il detenuto Krapp, interpretato da Placido Calogero, attore storico della compagnia . Chiaro appare il riferimento a Lultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett.

 L’anziano protagonista dell’opera teatrale dello scrittore irlandese diventa dunque per Punzo un internato che, per ingannare la solitudine scandita dal silenzio, non fa altro che riascoltare nastri dove è registrata la sua voce, e contemporaneamente ingozzarsi di banane. Krapp compie essenzialmente un’opera di sdoppiamento, diventando l’allucinazione di se stesso. Risultano dunque fondamentali le bobine in scena, che restituiscono al protagonista il suo passato attraverso la sua voce registrata. Il suo monologo di chiaro stampo beckettiano, non ha un filo logico, va avanti senza operare pause di rilievo, ed è un continuo entrare e uscire da sé. Lo spettatore cerca di seguire affannosamente, compiendo uno sforzo notevole quanto vano. L’attore riesce però, utilizzando sapientemente corpo e voce, ad evidenziare i momenti nei quali Kraap diviene “altro”, per poi procedere con ritmo serrato al recupero del sé perduto. 
 

In scena, oltre all’attore, vi è anche Punzo che siede nella penombra del palcoscenico, immobile e in silenzio, dando una sensazione di controllo passivo di quanto accade. Una scrivania, un tavolino e due poltroncine disposte ai lati completano la scenografia. Lo spaccato che la compagnia tenta di riproporre non è quello di una prigione come luogo fisico, ma soprattutto di un prigione quale luogo mentale. Un uomo solo è certamente più impegnato di chiunque altro ad addolcire il silenzio contro il quale lotta ogni giorno della sua vita. La prigione di Krapp può certamente rievocare le quattro mura spesse entro le quali talvolta richiudiamo, proteggiamo, isoliamo la nostra mente. Una socialità repressa, che fa i conti con i confini troppo vicini entro cui celiamo la nostra paura del confronto. Le camminate improvvise di Krapp, lungo il perimetro del palco scenico, sono il tentativo vano di eludere le barriere che lo separano dal mondo. Un girotondo che lo riporta tristemente al punto di partenza. Sul finale il suo percorso cambia improvvisamente, Krapp sconfina in platea dando in quell’attimo un senso ai suoi sforzi, al suo sudore. L’argine è divelto, il silenzio è rotto, il gioco è finalmente finito.

Davide Di Lascio

giovedì 10 marzo 2011

La Compagnia della Fortezza esplode in Un silenzio straordinario

Gli spettatori si accomodano lentamente nella sala dei Teatri di Vita a Bologna. Si vocifera, si incontrano amici, ci si racconta del 3 marzo appena trascorso e le ultime sulla politica: nel frattempo si cerca il proprio posto. Distrattamente si nota sul palco una scrivania disordinata con cassetti strabordanti bucce di banana e sul piano scartoffie accatastate. A completare la scena altri tavolini sui quali vecchie radio e registratori ci ricordano che lo spettacolo è liberamente ispirato all’Ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett. Si discute del più e del meno mentre si aspetta che si faccia buio in sala e che un attore cominci a parlare. E invece a luce piena entra Armando Punzo, drammaturgo e regista della Compagnia della Fortezza, alza un dito, guarda la platea chiassosa e come per magia uno splendido diminuendo avvolge il teatro. Un silenzio straordinario (titolo dello spettacolo) incombe ora su tutto, riempie la scena e dà inizio alla recita.

Ogni drammaturgia germoglia da un seme, da un input, da una cellula che avvia alla creazione di un nuovo lavoro. Questa volta Punzo pone le basi per lo spettacolo su una situazione irreale. La drammaturgia parte dal silenzio assordante del carcere affollato di Volterra. Ascolta attentamente: è come se qualcosa avesse tolto la parola a tutti i detenuti, come se qualcuno avesse spento le speranze di ognuno. È così, mentre i componenti della compagnia si interrogano sul cosa e sul perché di quello stato inverosimile, che arriva Krapp.

L’idea del drammaturgo irlandese Samuel Beckett lega perfettamente con gli ambienti, con le solitudini e le angosce di un carcere. L’assurdità del teatro beckettiano risulta drammaticamente reale e perfettamente calzante. Punzo si appoggia sulle spalle del gigante per far vivere in scena le giornate di un detenuto. Piene di vuoto, colme spesso di voci registrate: un’umanità che non riesce a rompere il muro della solitudine di una prigione.


 Sul palco Placido Calogero si esibisce in un monologo tragicomico. Lo storico attore-detenuto si muove dentro quella stanza che anche se non ha le sembianze di una galera ne condivide l’aspetto claustrofobico. Corre a farsi un giretto, ma poi deve ritornare al suo posto, dove altro potrebbe andare? Si fa forza con la sua voce, urlando, a volte, per sentirsi meno solo, forse, cercando di procurare almeno un eco, ma la camera-bunker è blindata anche per quello. Si ingozza di banane, accende le radioline: alcune gli ricordano la sua vita fuori da lì, con altre spera che il mondo libero, quello che non perde mai le previsioni del tempo, possa per un attimo entrare in quello spazio chiuso e isolato e accorgersi di quest’ultimo inedito Krapp. Il tempo sembra non passare mai, la routine è massacrante, le tre cose da compiere si esauriscono in breve e dopo non resta che fare i conti con il passato. L’attore si confonde così con la sua vera condizione di detenuto e pare abbozzare una confessione delle colpe commesse. Per tutto il tempo Punzo rimane in scena, in disparte, in penombra, a osservare la tragedia del quotidiano carcerario che si consuma sotto il suo sguardo impotente come quello dello spettatore e della società contemporanea.


L’esperienza della Compagnia della Fortezza inizia ventidue anni fa nel Carcere di Volterra da un’idea di Armando Punzo.
Da allora, l’attività teatrale nelle carceri si è notevolmente evoluta in Italia, grazie a un impegno sempre più generalizzato del mondo del teatro nei luoghi del disagio.
 In questo ambito, la Compagnia della Fortezza rappresenta ancora oggi un vero e proprio modello per i risultati ottenuti sia nel campo dell’intervento sui detenuti sia per l’alto livello raggiunto sulla scena.

Josella Calantropo