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venerdì 13 maggio 2011

ATTRICI IN PERSONAGGI MASCHILI. Prima tappa: IDA MARINELLI, vista dalle studentesse della laurea specialistica


Bologna 21 febbraio 2011
Lucia Bellesi

Si è parlato di “fascino androgino” naturale e la prima impressione, l’impatto visivo e, naturalmente, estetico, affermano senza ombra di dubbio questa caratteristica. Ida Marinelli si presenta in abiti semplici, quasi mascolini, contornata dal taglio corto di capelli e dalla completa assenza di trucco, il tutto completamente in tema con il titolo dell’incontro.
Inizialmente sembrava come intimidita, a momenti quasi imbarazzata dalla presenza di noi spettatori in un contesto diverso dallo spettacolo, come se non fosse abituata al pubblico che era lì per conoscerla e non solo per ammirarla in veste di attrice. L’umiltà fa di lei un’attrice ancor più lodevole e per me è stata una piacevole sorpresa vedere come, nonostante la notorietà, riesca a mantenere alti questi valori; ciò è dovuto probabilmente ad un passato in cui i sacrifici per arrivare dove è arrivata siano stati tanti e faticosi, partire da un lavoro come operaia e calcare poi la scena, applicandosi, studiando e, perché no, lottando. Questi credo siano degli ottimi incoraggiamenti per noi studenti, anche se le condizioni in cui sta vivendo il teatro non sono delle più buone.

Ida Marinelli dice che per interpretare i ruoli maschili, sottrae elementi più che mascherare il proprio corpo, questa affermazione mi fa pensare ad un aggettivo che si può aggiungere al citato “fascino androgino”, quello di camaleontica; si sa che la principale caratteristica del camaleonte è quella di cambiare colore per adattarsi all’ambiente, e questo è ciò che lei stessa fa! Ce ne ha dato la prova in un paio di trasformazioni, che non erano solo dei cambi d’abito, ma dei veri e propri adattamenti (per riprendere il termine del camaleonte) al personaggio: la postura, il movimento, la voce, tutto muta.
La mia maschera è la mia faccia aggiunge in seguito. È incredibile come in un attimo diventi il rabbino di Angels in America e un minuto dopo sia di nuovo lei, donna; tutto in pochi passaggi, pochi mascheramenti ma grandi trasformazioni!
Di grande importanza per i suoi personaggi è stato ed è senza dubbio il training vocale. Nella breve dimostrazione, si avverte un cambiamento di tono notevole, arrivando all’imitazione del vecchio rabbino: una sonorità stridula e rauca.

Per l’adattamento al personaggio di Petra Von Kant, lei si è ispirata a Paolo Poli, e qui troviamo un’ispirazione al contrario e contorta, nel senso che, mentre per  i ruoli maschili di Angels in America c’è questo passaggio quasi naturale da donna a uomo, per Petra si passa da donna a uomo che a sua volta è donna. Di originale rilevanza questa sua musa.

L’incontro si è rivelato educativo e tutt’altro che noioso; questa donna è stata una scoperta, non solo a livello attorico, nonostante la sua bravura fosse già conosciuta, ma anche umano.


 
Livia Ferracchiati

Ho trovato interessante la semplicità con cui, a livello di trucco e costume, Ida Marinelli s'immerge nel personaggio. I due fuochi del lavoro sono il corpo e la voce, metto al secondo posto la voce perché, almeno nel caso del dottore, come ci ha spiegato, viene sottoposta ad una distorsione tramite microfono.
La Marinelli non è fisicamente "mascolina" come mi ero fatta l'idea che fosse dalle foto, dove appunto è già personaggio (mi riferisco a Doppio senso).
Il suo atteggiamento naturale, almeno per quel che ho potuto vedere durante l'incontro, è piuttosto morbido. Forse non si "maschera" da donna assecondando gli stereotipi, ma la femminilità, che è più che altro nei modi, nei gesti, è molto presente in lei. Tant'è vero che in Petra von Kant questa stessa femminilità viene portata prima a consapevolezza e poi ad esasperazione. Mi è sembrato di vedere, durante l'intervista, un lieve imbarazzo di Ida Marinelli (segno, oltretutto, della gradevolezza della persona), che potrebbe aver falsato la percezione del suo modo di porsi. In ogni caso, quanto la Marinelli sia “femminile” nella vita di tutti i giorni è relativamente interessante, perché è un'attrice e il suo mestiere è essere qualcun altro.
Il rabbino è il risultato di un lavoro prevalentemente incentrato sulla camminata e sulla modulazione dei gesti, soprattutto sull'utilizzo delle braccia.
I movimenti sono rigidi, incerti e a scatti, come è tipico di una persona molto anziana. Il limite (per noi che in questo momento ci interessiamo ad attrici in personaggi maschili) è che il personaggio è un uomo anziano, appunto. Il fattore dell'età azzera in questo senso il fattore del genere. L'attrice si trova di fronte ad un personaggio che prima di essere un uomo, nell'accezione di “maschio”, è un vecchio.
Questo può addirittura comportare il rischio di cadere nella “macchietta”, cosa che la Marinelli è però brava ad evitare.
Un mio gusto personale: preferivo la voce del rabbino nella prima versione che abbiamo ascoltato nel video, piuttosto che quella più lavorata sentita dal vivo, mi sembrava più efficace.
Il dottore è interessante per la postura assunta dall'attrice, da lontano sarebbe difficoltoso capire che in quel camice c'è una donna. Quindi troviamo di nuovo il corpo come veicolo principale nella comunicazione del genere sessuale del personaggio. La voce modificata è, nel risultato, molto interessante, però non dà modo di assistere ad un vero e proprio lavoro su di essa. E' più una scelta registica (a prescindere che sia stata fatta dalla stessa attrice o dal regista), che un lavoro d'attore.
Concludo tornando a  Petra von Kant. Anche qui il lavoro su corpo e voce è forte. É facile rinvenire le modalità recitative di Paolo Poli, anche se la Marinelli conferisce al suo personaggio una credibilità che in Paolo Poli non deve esserci.


Yiyi Liu

L’incontro con Ida Marinelli è stato un’esperienza preziosa per conoscere da vicino un’attrice che ha interpretato moltissimi personaggi maschili con grande successo in teatro. A dire la verità i personaggi travestiti non sono molto comuni nel teatro contemporaneo nel mio paese come in occidente. La ragione per cui gli attori nel tempo antico dovevano fare i personaggi femminili è venuta a mancare.

Il personaggio del più vecchio bolscevico vivente interpretato da Marinelli mi ha fatto molta impressione perché non avevo mai immaginato che un carattere maschile interpretato da una donna potesse essere così drammatico e stupendo.
I personaggi sulla scena incarnano in generale un’idea oppure un certo carattere rinforzato, quindi gli attori devono afferrare questi caratteri del personaggio invece di imitare completamente una persona nella vita reale. Il corpo degli attori è il mezzo per cambiare l’identità.

Secondo me gli spettacoli di Paolo Poli non sono la stessa cosa di quelli fatti da Ida Marinelli, anche se tutti e due interpretano personaggi travestiti. Quello che Paolo Poli fa è creare un personaggio da commedia e le donne interpretate da lui sono artificiali e capricciose.


Lavinia Morisco

“Il timbro della voce è una specie di impronta digitale.”
Lo ha dichiarato l’attrice Ida Marinelli nel primo degli incontri previsti dal programma de La Soffitta 2011 sul tema: Attrici in personaggi maschili.
Chi è Ida Marinelli? Una grande attrice dall’aspetto curioso, riservato, ambiguo. Di una modestia e semplicità inaudite, ha parlato di sé attraverso la ‘storia’ di tre ruoli importanti da lei interpretati in tre spettacoli del Teatro dell’Elfo di Milano: Doppio Senso, Angels in America, Le amare lacrime di Petra Von Kant. Elemento comune di queste tre interpretazioni è l’ambiguità sessuale o il travestimento fino ad assumere su di sé i tratti comportamentali e vocali di una figura maschile.
Da cosa partire per assumere su di sé i tratti del sesso opposto? Elemento cardine è la voce, una specie di impronta digitale. La domanda a cui la Marinelli si trova a rispondere è: “come far uscire da sé un certo tipo di suono?” Diventano così di primaria importanza i verbi ‘osservare’ e ‘ascoltare’ per ‘assimilare’, ovvero guardarsi intorno e fare propri atteggiamenti altrui, imitare, captare ogni sottilissimo dettaglio. Atteggiamenti, gestualità, timbri vocali diventano gli ‘orpelli’ che vanno a sostituire quelli effettivi utili per il travestimento fisico. Vediamo cosa significa.
Interpretare un ruolo maschile, non significa affatto indossare una parrucca da uomo, disegnarsi dei baffi sul viso, mettere abiti da uomo; In Il mercante di Venezia per effettuare il passaggio dal personaggio di Porzia  a quello dell’avvocato (un travestimento di Porzia), Ida compie il semplice gesto di spogliarsi degli abiti di Porzia per restare nella sua normalità. Ida non ha bisogno di indossare una maschera ‘da uomo’. La maschera la costituiscono sia il modo di irrigidire i muscoli facciali, sia la postura del corpo, sia ovviamente il modo di impostare la voce. Si viene così a creare un’ambiguità sessuale interessante che, personalmente, credo di aver riscontrato nella stessa persona di Ida Marinelli.

Quando si rivolge al pubblico ha una vocalità strabiliante che spazia naturalmente da tonalità e timbri da donna adulta a intonazioni quasi maschili che ha fatto sue e che oramai le sono congenite. E’ un’attrice estremamente ‘intrigante’, che conquista con il suo solo aspetto e la sua concretezza. Rappresenta ciò che ognuno in qualche modo possiede senza esserne consapevole: l’altro sesso come fratello mancato, come la parte intima e vicina che c’è in ognuno di noi. Come si spiegherebbe l’idea della coppia maschile-femminile se non come l’idea dell’unione e dell’equilibrio che si viene a stabilire tra due persone di sesso opposto ma che solo in quell’unione si sentono complete? Il sesso opposto risveglia in ognuno qualcosa che c’è già, ma che non è preminente: la componente maschile o femminile che in un modo o nell’altro viene sempre fuori, in alcuni in maniera eccessiva, in altri moderata. Ida Marinelli è un esempio emblematico di “deformazione professionale” , il che la rende un’artista affascinante che stimola curiosità e desiderio di andare più in fondo al fenomeno del travestimento, con tutte le sfaccettature che comprende.
L’attrice afferma di avvertire spesso un senso di sdoppiamento nell’interpretare altri ruoli: ha l’impressione di avere davanti a sé il suo doppio, che in molti casi è maschile. Quindi si tratta di proiettare fuori di sé la propria componente maschile per poi percepirla come il proprio doppio. Non penso quindi che si possa parlare di un guardarsi dal di fuori, straniante in senso brechtiano, ma di un guardarsi dal di fuori per specchiarvisi, per riconoscersi. Il ruolo maschile diventa un elemento perturbante: nuovo, sorprendente, che stravolge la persona, ma che allo stesso tempo è estremamente familiare. Potrei dire di aver avvertito questa ambiguità anche in me stessa, nella vita di ogni giorno: un giorno mi guardo allo specchio compiaciuta della mia femminilità, il giorno dopo la mia immagine riflessa mi sembra quella di un uomo, sento venir fuori degli elementi mascolini. La verità è che quei tratti non sono nell’immagine riflessa, ma dentro di te. Tutto questo mi fa pensare a Pirandello. Sembri e diventi quello che senti e ciò che gli altri vedono in te.  E ogni giorno la tua immagine interiore cambia, ma fuori sei quello che sei, con ambiguità evidente o latente, ma con ambiguità. Tutto questo non sta a significare che tutti in un modo o nell’altro sono bisessuali, ma che ognuno ha dentro se aspetti ambivalenti, quegli aspetti che contraddistinguono genere maschile e femminile. Come dice Ida Marinelli, si tratta spesso di una questione di “energie diverse”. Le due sessualità da lei interpretate( il rabbino per esempio in Angels in America e una donna lesbica in Petra von Kant) si traducono in due differenti tipi di energia: una maschile e una femminile. Con il personaggio di Petra ci troviamo di fronte a un caso ancora più interessante: la Marinelli deve essere abile nel far coesistere le due energie.
Concludo questa breve relazione con un termine che qui diventa molto interessante: consapevolezza di sé. Ida quando ha l’impressione di vedere il disegno del suo corpo nello spazio non fa altro che confermare di essere consapevole del suo corpo e non di essersi immedesimata in qualcun altro. Quando Ida interpreta resta sempre se stessa, crede in se stessa. Forse è per questo che nella chiusura dell’incontro afferma che per realizzare il proprio sogno (come è accaduto a lei), bisogna solo essere convinti di se stessi. Questa dichiarazione può sembrare banale, ma non lo è. Io credo che con l’espressione “essere convinti”, Ida Marinelli abbia voluto dire: essere consapevoli di sé stessi, della propria interiorità, dei propri mezzi, delle proprie capacità.


Chiara Pesce
L’incontro con Ida Marinelli ha contribuito a svelare quanto il travestimento sia connaturato non solo all’attore, ma anche alla natura umana. Ida Marinelli ha avuto un approccio all’intervista che ha contribuito non poco a rendere manifesto quest’aspetto.
Attraverso i pochi orpelli che aveva portato con sé, ha mostrato come fosse in realtà semplice compiere un travestimento sostanziale. L’attrice ha ripetuto varie volte come l’operazione di cambio d’abito e poi di personalità fosse “semplice” anche se la parola non deve trarre in inganno. Infatti, la semplicità si riferisce ai gesti da compiere che, una volta imparati, sono semplici, ma per compiere un travestimento ci sono degli aspetti preliminari.

Molto importante tra questi è lo spirito d’osservazione; infatti l’attore, per prendere le sembianze di qualcun altro, deve trarre spunto dalla realtà e quindi averla osservata a lungo. Il suo sguardo dovrà essere curioso in modo da memorizzare le posture dei soggetti dai cui prendere l’ispirazione e i loro atteggiamenti corporei ricorrenti. L’aspetto giocoso, insito nell’osservazione, si rivela molto utile perché porta a osservare qualsiasi cosa; poiché tutto può poi essere assunto come elemento utile al travestimento: una postura, un tono di voce, un’espressione, un ornamento, così come molti altri elementi solo apparentemente insignificanti.
L’altra attitudine fondamentale per potersi travestire sulla scena è la conoscenza profonda del proprio corpo, dei propri atteggiamenti ricorrenti, dei propri tic, in modo da riuscire ad allenare una certa capacità a trasformarli con più naturalezza possibile. I travestimenti della Marinelli non sono in nessun modo caricaturali, ma profondamente realistici nonostante interpreti personaggi maschili.
La mascolinità e la femminilità, infatti, sono anch’essi travestimenti, ma a essi siamo socialmente abituati, per questo una donna vestita a festa non ci appare “travestita”, ma nonostante ciò ha in sé stessa l’essenza del travestimento. Il travestimento è in sostanza una “trasformazione”, una costante del corpo umano che ogni giorno si evolve. La vita sociale ci chiede di porre un freno a questa mutevolezza corporea continua e di fissarla in forme e codici, i quali nel corso della vita sociale di una stessa persona cambiano. Si può dire che sulla scena più cambiamento c’è in queste forme esteriori, più è rappresentata la vita, così come più un personaggio presenta variazioni di tono di voce, ritmo e sentimento sulla scena più ci appare vitale. La vita, poiché è mutamento senza sosta, può essere rappresentata attraverso il travestimento, in modo molto efficace.
Il compito dell’attore è arduo, Ida Marinelli riesce a essere così naturale nelle sue trasformazioni proprio perché non si appoggia a nessuna legge se non a quella del cambiamento, che la porta a incarnare i personaggi più diversi senza che questi stridano con la sua personalità. È lei stessa e il suo viso che cambiano, viso che lei definisce “la sua maschera”.
Ida Marinelli, ripercorrendo il suo percorso di formazione e i suoi studi di canto, pone l’accento su un altro strumento importantissimo di variazione: la voce. L’attrice cerca di un personaggio prima di tutto il tono di voce, e poi lo costruisce, cercando di sintonizzare la voce con il corpo.
Per un travestimento servono pure degli orpelli che possano aiutare l’attore a sentirsi “diverso”da ciò che è abitualmente, come parrucche trucco e oggetti; anche se questi sono secondari rispetto alla padronanza del corpo e della voce, sono comunque molto importanti.
Sull’importanza dell’abito nel travestimento mi è tornata alla mente una novella di Pirandello: Marsina stretta. Il professor Gori, protagonista della novella, riesce a volgere in positivo la situazione disperata del matrimonio della sua allieva, grazie alla marsina che lo stringeva inverosimilmente, rendendolo nervoso e trasformandolo da professore pacifico qual è in agguerrito difensore della giovane dalla famiglia del marito. La marsina fa emergere il suo aspetto più animalesco che era già parte di lui, solo che normalmente non veniva allo scoperto. Pirandello ha una grande attenzione per gli oggetti, che spesso, nelle sue novelle, condizionano e sono condizionati dai comportamenti dei personaggi.
 Allo stesso modo la funzione degli orpelli, che circondano l’attore nel suo lavoro di ricerca creativa, è quella di offrire loro degli spunti e diventare oggetti attivi della trasformazione in atto, trasformazione che trae nutrimento da questi aspetti apparentemente secondari. Per far sì che il travestimento appaia naturale e che gli oggetti abbiano la loro influenza nel cambiamento, è a mio parere necessaria una grande apertura da parte dell’attore per percepire elementi utili alla costruzione del personaggio. Il fatto che i travestimenti in cui Ida Marinelli si è calata fossero in panni maschili, non cambia la sostanza: il lavoro dell’attore teatrale tout-court prevede sempre una certa dose di travestimento, anche quando non è così evidente. Si tratta per l’attore di fare emergere qualcosa che già c’è, ma che può meglio venire allo scoperto attraverso il travestimento.
A mio parere questo incontro è stato fondamentale soprattutto perché di solito il travestimento è percepito come qualcosa di superato, da usare solo in certi casi o comunque riguarda solo alcuni particolari generi teatrali, così come nella vita, riguarda solo alcune categorie sociali. Un altro merito dell’attrice Ida Marinelli in questo incontro è stato quello di dimostrare che il travestimento, così come il teatro, si nutrono soprattutto di abilità concrete, e la concretezza che fa dell’esperienza un oggetto reale, si raggiunge con molto tempo e lavoro.
 Infine l’attrice ci ha mostrato come l’arte di trasformare il proprio aspetto riguardi il teatro in ogni sua forma ed epoca, e come il travestimento possa essere un modo creativo e contemporaneo per percepire la realtà e rappresentarla sulla scena.



venerdì 8 aprile 2011

Dietro le quinte: dei momenti spettacolari

Abbiamo incontrato la professoressa Laura Mariani, che quest’anno per La Soffitta e per i suoi studenti, ha organizzato una serie di incontri a tema Attrici in personaggi maschili-tre incontri con momenti spettacolari, che hanno come protagoniste tre affermate facce da palcoscenico: Ida Marinelli, Ermanna Montanari e Wanda Monaco Westerstahl. 
Appena arrivati nel suo studio notiamo il suo enorme sorriso: si vede che le piace proprio parlare dei suoi progetti! E allora cominciamo subito con le domande.

Che cosa sono le attrici in personaggi maschili? Ha scritto nell’introduzione che era partita dal concetto di attrici en travesti, però non è solo il travestimento che fa un personaggio.
Quello che registro io come spettatrice e come studiosa, è la sensazione che sia diventato impossibile parlare di travestimento al singolare. Nel senso che è tanto diffusa la pratica del travestimento teatrale, talmente interna al mestiere dell’attore, e a livello sociale è talmente diffusa la pratica del travestimento vestimentario, che mi sembra non si possa più parlare di attrici en travesti ma che si debba vedere questa pratica all’interno del lavoro sul personaggio, su quell’altro da sé che si è in scena, che lo si chiami personaggio, figura, o stato di coscienza come faceva Leo. È qualcosa che merita una riflessione particolare perché ci può dire molto del lavoro dell’attore, proprio perché c’è lo scarto tra il sesso dell’interprete e il sesso del personaggio.  Affrontare il tipo di lavoro che l’attrice fa per arrivare a questo altro da sé scenico mi sembra un buon canale per andare dentro quello che è in generale il mestiere dell’attore oggi.


Su questo tema sta facendo anche un laboratorio per la magistrale. C’è un motivo particolare per cui ha deciso di affrontare questo tema?
Intanto perché ho svolto un lavoro su questo e ho pubblicato un libro due anni fa, Sarah Bernhardt, Colette e l’arte del travestimento (Il Mulino), in cui affrontavo il tema nel teatro di fine ‘800 e primo ‘900; poi ho studiato un’attrice che si chiamava Giacinta Pezzana che nella seconda metà dell’800 interpretò il personaggio di Amleto prima di Sarah Bernhardt. Ho trovato che questo fenomeno nel teatro comincia evidentemente molto prima dell’800, ma sono stati studiati principalmente gli uomini in personaggi femminili e molto meno il contrario quindi ho voluto approfondire dal punto di vista storico. Già per quel libro avevo contattato alcune artiste che avevano interpretato personaggi maschili, da Franca Nuti negli spettacoli di Ronconi, alla stessa Ermanna Montanari che poi ho invitato anche in questi incontri, e mi è venuto il desiderio di fare di nuovo il punto su questa questione di cui mi ero occupata a livello storico, a partire dall’impressione che a livello teatrale il fenomeno fosse un po’ cambiato, con cambiamenti anche piccoli, ma che possono avere molta importanza sia per chi fa storia che per lo spettatore o la spettatrice. Mi sembra che ci sia uno scollarsi del tema dall’abito: mentre nell’800 veniva percepito come un tema legato innanzitutto e fortemente all’abito, oggi l’articolazione delle pratiche dell’attore e dell’attrice fanno qualche cosa di molto più ampio che il riferimento all’abito dell’altro sesso.

Di solito si pensa agli uomini che interpretano parti femminili, anche chi non è immerso nel mondo “storico” del teatro ne ha un’idea dal teatro greco o da quello elisabettiano, per fare gli esempi più famosi. Oltre alla società patriarcale in cui viviamo, perché la donna nei panni dell’uomo viene messa più in ombra?
Intanto c’è una grande ragione storica e l’ha detta lei stessa: l’esclusione delle donne dal palcoscenico per intere epoche storiche e per intere aree geografiche ha fatto sì che si sviluppasse una grande tradizione di ruoli femminili interpretati da uomini. Lo possiamo vedere nel teatro orientale, nell’attore giapponese che interpreta il ruolo femminile, l’onnagata, o nel ruolo tan del teatro cinese (entrambi ruoli con codificazioni precise), o se andiamo a guardare i boy actor shakespeariani. C’è una grande tradizione, l’uomo che sulla scena interpreta il personaggio femminile è nella storia del teatro. Tutto questo ha riscontri minori nella situazione inversa, anche se fin dall’ingresso delle donne nella Commedia dell’Arte le attrici hanno inserito nei loro repertori anche dei personaggi maschili come elemento di attrazione. 
Forse un altro motivo è che a certi livelli, senza mai generalizzare, il travestimento maschile è più facile perché accede alla cifra del comico e del grottesco: in quanti film comici c’è Totò che si traveste da donna, o Tognazzi, Vianello, o lo stesso Benigni che ne La vita è bella si mette la veste da donna nel lager nazista? C’è tutta una tradizione che ci dice che indossare l’abito femminile sembra più semplice, di effetto immediato. Il fatto che un’attrice interpreti un personaggio maschile è qualcosa di un pochino più sottile, un pochino più complesso, particolarmente oggi quando le pratiche vestimentarie fanno sì che noi donne ci vestiamo in pantaloni o completi da uomo. L’uomo che si veste da donna mette la gonna, il seno finto, usa un mascheramento molto evidente, per la donna è un po’ più difficile, si entra in un territorio meno diretto.

Ida Marinelli e Ermanna Montanari hanno alle spalle interpretazioni maschili senza travestimento molto efficaci. Della Marinelli lei ha citato nella presentazione degli incontri Doppio Senso, uno spettacolo di vari monologhi improntato sui movimenti più che sulle parole, e Angels in America, bestseller del teatro e della televisione americana. Qual è la bravura della Marinelli?
La cifra del travestimento, l’interpretazione di personaggi dell’altro sesso è molto presente nella storia del teatro dell’Elfo. La Marinelli l’ho chiamata soprattutto per Angels in America che lei interpreta in modo stupefacente cambiando più personaggi maschili e femminili in una successione. Mi è sembrato che ci fosse intanto questa dimensione meravigliosa della Commedia dell’Arte, quando il travestimento era sempre un travestimento multiplo (il travestimento dell’identità nazionale, dell’identità sessuale, dell’età, etc.), una moltiplicazione degli elementi di travestimento in cui lei dimostrava questa grandissima sapienza d’attrice nel creare figure maschili che sembravano molto truccate e invece, l’abbiamo visto nella dimostrazione, gli elementi erano pochissimi.  
La sua bravura, quella che mi viene in mente a caldo, è in questa capacità che la Marinelli ha di costruire un personaggio a partire da elementi minimi (un cambiamento dell’inclinazione della spina dorsale, un berretto, pochissimi elementi di cambiamento della figura scenica del personaggio) che poi riescono a ingigantirsi nella scena, per cui sembra molto più truccata, la postura sembra molto più elaborata, molto più artificiale di quello che è in realtà: è l’elemento del meraviglioso scenico che si produce attraverso la sapienza del dettaglio.

La Montanari che interpreta L’Avaro di Moliere, anche lei senza costume, dà l’impressione che Arpagone sia scardinato dalla sua identità sessuale per incarnare l’avarizia vera e propria. Sembra che la Montanari abbia annullato il sesso, invece di cambiarlo.
Ermanna Montanari ha affrontato questo personaggio maschile avendo in mente non tanto il sesso e quindi il fatto di assumere i panni maschili, ma si è misurata col tema dell’avarizia, cercando di creare un’icona dell’avaro, indipendentemente dal genere sessuale a cui appartiene. 
La cosa però sorprendente di questo avaro è il dualismo. È come se avessimo da una parte l’icona, questo aspetto per cui lei non imita il maschile ma lavora sull’immagine dell’avarizia, e dall’altra parte è come se questa figura, oltre ad avere la forza dell’astrazione e dell’iconicità, abbia anche la forza della carne: il legame con la cassetta, il legame con l’innamoramento per Mariana nella scena che diventa scena di masturbazione, questo rapporto col corpo così complesso. Da una parte l’avaro è come se fosse radicato dentro il corpo, perché la voce stenta a venir fuori, chiuso in sé stesso, come si vede nel manifesto alle mie spalle, con le radici che affondano nella terra. C’è da una parte l’icona dell’avaro e da una parte questo forte senso della carne da cui l’avarizia nasce. E poi viene anche fuori l’aspetto femminile dell’avarizia: tutto sommato, così come le donne sono legate alla loro casa, così come le donne tendono spesso ad avere un senso dei figli come loro proprietà, il fatto che sia Ermanna Montanari a interpretare il personaggio dell’avaro, indipendentemente dalla sua cifra completamente diversa, ci fa vedere che funziona un’icona dell’avarizia al femminile.

Wanda Monaco Westerstahl ha alle spalle l’interpretazione di Pulcinella, che più che un personaggio è una maschera, un carattere, dà quasi l’impressione di non avere un sesso specifico.
Pulcinella è tante cose, e il Pulcinella di Wanda Monaco è il Pulcinella seicentesco, casomai si rifà a quella matrice. Ma soprattutto il suo lavoro consiste nel buttare la maschera di Pulcinella nella contemporaneità, quindi dargli una fisicità, una corporeità e anche una sessualità molto legate al nostro presente, anche con tutte le sue perversioni. Adesso vedremo, l’incontro con Wanda si deve ancora svolgere, e sicuramente porremo l’accento su aspetti diversi. Ho invitato queste tre attrici così diverse tra loro anche perché mi interessa mostrare la pluralità degli approcci al personaggio maschile. Per quanto riguarda Wanda Monaco, vorrei mettere in luce alcuni suoi tratti di identità diversi, in particolare l’uso della maschera, o la molteplicità di personaggi maschili che ha interpretato rivendicando la parola “personaggio”, che vanno da Marino il poeta a Strindberg, a varie maschere (oltre Pulcinella ha interpretato anche Arlecchino o Pantalone).
Anche lei mette al centro l’importanza della voce come ha fatto già la Marinelli, com’è vero in modo esplosivo e centrale per Ermanna, e qui diventa un lavoro sulla voce che parte dalla lingua, perché Wanda lavora sul napoletano, l’italiano e lo svedese; e sul rapporto con la scrittura, perché lei è anche autrice, quindi vuol dire anche dar voce a personaggi che sono maschili sulla carta. Che cosa significa passare poi dalla carta alla scena, dallo scrivere all’incarnare?



Aspettiamo di incontrare Wanda Monaco Westerstahl per provare a sciogliere questa domanda. Intanto ringraziamo la professoressa Mariani per averci concesso questa intervista con il sorriso, e per averci immerso un po’ di più nel mondo e nel lavoro delle attrici e degli attori.
Elena Grimaldi

sabato 2 aprile 2011

Incontri con gli artisiti

Ida Marinelli e la sua delicata anima d'uomo



Il teatro Elisabettiano con i suoi effeminati ragazzini impegnati ad interpretare la Giulietta shakespeariana,  la commedia dell’arte con la divina Isabella Andreini che con la sua recitazione eclettica era capace di passare dal ruolo dell’eterea innamorata a quella del rude guerriero, fino alle mitiche avventure teatrali di Sarah Bernhardt che, in pieno ottocento, si proponeva al pubblico nelle vesti di Amleto e di Giasone e che si diceva amante dei personaggi “in-sessuati” nei quali il contenuto tragico bruciava il genere sessuale. Queste le immagini, evocate dal professor de Marinis,  che hanno introdotto il primo incontro della rassegna seminariale curata dalla professoressa Laura Mariani intitolata Attrici in personaggi maschili. Prima protagonista è stata l’affascinante Ida Marinelli. Prontamente Laura Mariani ha spiegato  perché non si sia usata la locuzione “en-travesti” per delineare la forma degli incontri. Ha pertanto chiarito come  il travestimento potesse essere  inteso, secondo canoni  attoriali  squisitamente ottocenteschi e dunque tradizionali,  un elemento teatrale atto ha  mettere in luce  l’estro androgino, ilare e in sostanza “altro” dell’interprete. L’attualità del mondo teatrale ha scardinato questa visione proponendo un’idea di maschile e femminile come costrutti culturali imprescindibili  e dai confini mobili e non ben definiti. Posta così la questione in essere si è lasciata  la parola ad Ida Marinelli. 

Le riflessioni ed i momenti di vera e propria esibizione e dimostrazione che ne sono conseguiti hanno guidato l’intero assunto in maniera esaustiva. Innanzitutto si è ridiscussa la messa in scena, ad opera della compagnia dell’Elfo (di cui la Marinelli è co-fondatrice), dello spettacolo Doppio Senso  datato 1987. Un lavoro assolutamente sperimentale in cui la Marinelli portando sulla scena un estratto della Elettra di Euripide,  ne interpretava contemporaneamente l’eroina tragica e il fratello di costei il giovane Oreste. Con un taglio di capelli cortissimo (alla Duran-Duran)  l’attrice faceva affiorare, dall’animo della tormentata Elettra la nostalgia per il fratello perduto e dalla figura di Oreste un gelido disincanto. In questo spettacolo si operava, allora, una sottrazione alla persona per il ruolo, e si eliminavano tutti gli orpelli del travestimento. In secondo luogo si è posto l’accento sulla questione della vocalità, come qualità  personalissima dell'interprete: affinata (con gli estenuanti studi presso il conservatorio e poi presso il coro dell’Arena di Verona) e poi utilizzata ed esibita. Il lavoro sulla voce è stato di particolare interesse  in tutta l’esperienza professionale della Marinelli che ne ha indagato, approfonditamente, le modulazioni che potevano permettere a un timbro vocale di aumentare le proprie possibilità espressive; rintracciando, infine, quelle modalità utili a assumere la consapevolezza di come un determinato suono deve essere emesso. Necessario, per giungere a esso, è stato un lungo lavoro di training vocale, che ha visto come maestri ed ispiratori dell'attrice, Iva Formigoni e Demetrio Stratos. 


La voce deve, comunque, sempre essere in sintonia con l’apparenza che si è assunta; dunque non può essere scissa dalla coscienza del proprio corpo e delle linee che esso disegna nel momento in cui si muove sulla scena. È su quest’ultima osservazione che  l’attrice si immerge nella vivida rielaborazione di alcuni personaggi maschili, estratti dallo spettacolo Angels in America di Tony Kushner.  Così, con una gestualità e una vocalità tra il caratteriale e il caricaturale e con l’ausilio di pochi semplici accessori d’abbigliamento (i più evidenti erano dei baffi posticci e una cuffia camuffa capelli), rivivono incredibilmente dinnanzi agli occhi stupiti degli astanti l’anziano e ciondolante rabbino Chemelwitz e il mite Henry il medico del perfido avvocato Roy Cohn. Ai contributi video è lasciato invece il personaggio di Prepsalarianov il più vecchio bolscevico del mondo;  la sua effige appare all’inizio dello spettacolo come proiezione cinematografica su una bandiera rossa, e la Marinelli lo rende secondo degli  aspetti fortemente stereotipi ma mai banali. 

Ultimo atto dell’incontro un breve excursus sui personaggi femminili che hanno segnato in positivo la carriera dell’interprete. Sono ancora  ricordi su supporti audio a guidarci. E così l’elegante e sofisticata Petra Von Kant (con la figura sinuosa inguainata in un luccicante tubino di paillette dorate, e il cui atteggiamento è modellato sul raffinatissimo Paolo Poli en-travesti dello spettacolo televisivo Tabarin) ne Le amare lacrime di Petra Von Kant  di Fassbinder  e la Divina cantante d’Opera (che per esibirsi nel ruolo mozartiano di Regina della notte, veste un sontuoso abito guarnito di mantello nero e corona d’argento simile a quello della Grimilde disneyana) ne L’ignorante e il folle di Thomas Bernhard  fanno affiorare la teoria, che la donna sul palcoscenico appaia molto più travestita dell’uomo. 

Enrico Rosolino

sabato 26 marzo 2011

Quattro chiacchere con Ida Marinelli

Ida Marinelli, attrice veronese diplomata presso il Piccolo Teatro di Milano e volto storico della Compagnia dell'Elfo ha gentilmente rilasciato un'intervista per il nostro blog, al termine dell'incontro Attrici in personaggi maschili, organizzato dalla docente Laura Mariani nel calendario della Soffitta 2011.

Parlando della sua recitazione, del suo modo di stare sul palcoscenico, ha detto di avere la sensazione di disegnare il suo corpo nell’aria, intorno a sé. Questo può, in qualche modo, ricondurre allo straniamento del teatro epico brechtiano?
“Credo che la distinzione tra lo straniamento brechtiano e l’immedesimazione stanislavskijana resti tale solo a livello teorico. Nella pratica, spesso, si lavora facendo un’intersezione tra le due. E questo vale anche per me. Brecht stesso, nella formulazione del suo metodo, si rifà all’immedesimazione, anche se la utilizza per raggiungere un risultato altro rispetto a quello voluto da Stanislavskij. A mio parere una cosa contiene l’altra. Una cosa non si può fare senza l’altra”.

Durante l’incontro ha detto che il travestitismo è stata una costante dei lavori della sua compagnia. Per quale motivo?
“Molti degli spettacoli iniziali erano favole, per cui accadeva che si avesse bisogno di un personaggio maschile o femminile in più, rispetto al numero di attori uomini o donne. Allora il travestirsi era una scelta obbligata. Successivamente è diventata una scelta legata al testo. Un elemento che non abbiamo mai ricercato a tutti i costi, ma che ci ha sempre affascinato.”

Sempre durante l’incontro ha accennato alle difficoltà che ha incontrato nell’interpretazione di Petra Von Kant. Una donna molto sofisticata, elegante, lontana dalla sua personalità. Dal filmato che ci ha mostrato, questo non si nota affatto, quindi è evidente che la bravura di attrice ha colmato la distanza che c’è tra lei e questo personaggio. Ci ha colpito, però, il fatto che lei abbia parlato di queste sue difficoltà, cosa che un attore di un certo spessore, come lei è, fa molto raramente.
“Nel mestiere dell’attore, come nella vita, si deve sempre iniziare daccapo. L’esperienza e le capacità aiutano, ma non bastano. A volte ci si sente inadeguati per ciò che si è chiamati a fare, ma con l’impegno e il lavoro si possono ottenere dei risultati. Il mestiere di attore è fatto di alti e bassi, non sempre si trova la via giusta per interpretare un ruolo. Ogni nuovo personaggio ci mette alla prova, ci mette davanti a delle difficoltà che dobbiamo cercare di superare.

L’ultimo spettacolo che il Teatro dell’Elfo sta portando in scena è “The History boys” di Alan Bennet. Perché l’avete scelto?
“Negli ultimi anni ci stiamo occupando del rapporto insegnante-allievo, sia per quanto riguarda la scelta dei testi, sia nella vita della compagnia. I registi (Elio De Capitani e Ferdinando Bruni) spendono molto tempo e amore per i provini. Sono piuttosto generosi, non solo nel lavoro di ricerca, ma anche in quello di preparazione di queste giovani leve. C’è rispetto per i nuovi e differenti linguaggi dei ragazzi. Questo permette di creare una fusione di energie tra attori giovani e attori storici della compagnia. Attraverso la scelta dei testi, poi, si dà la possibilità a questi ragazzi di affrontare ruoli importanti e che mettano in luce le loro capacità”.

Mariangela Basile