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venerdì 3 maggio 2013

Norma: la magia del teatro negli occhi di un figurante

Le tre settimane di prove, più che necessarie per il perfetto allestimento dell’intero apparato scenico della Norma di Federico Tiezzi, hanno ottenuto il giusto plauso sin dalle due Prove generali del 10 e 12 aprile: la sola decina di minuti d’applausi regalati alla soprano Mariella Devia, subito dopo la cavatina della Casta Diva, ne è l’emblematica dimostrazione. Partecipe di questo profondo agglomerato di emozioni, il mio intervento recitativo sul palcoscenico del Teatro Comunale di Bologna si è impregnato di una carica interpretativa tale da farmi sentire un vero protagonista dell’opera belliniana.

I atto: apparizione di Norma
Il primo ingresso avviene nella seconda scena del primo atto: Pollione, proconsole romano nelle Gallie, e Flavio, suo amico fidato, duettano sull’amore impossibile tra il primo e Norma, la druidessa della popolazione dei Galli. Proprio nel momento in cui l’amico Flavio gli suggerisce di scappare per non essere arrestato, Pollione esita e, nella ricerca di un segno rivelatore, rivolge lo sguardo verso un gruppo di quattro soldati che riproducono perfettamente la tela del pittore neoclassico Jacques-Louis David Il giuramento degli Orazi. La mano destra che regge le tre spade e le innalza verso il faretto di luce chiara, fissato sul quartetto a mo’ di “occhio di bue”, è proprio la mia e, percorsa da mille vibrazioni, riesce a enfatizzare maggiormente il pathos della performance con un leggero tremolio.
A questo punto avviene quella che, per me, ha sempre rappresentato la più difficoltosa operazione da compiere durante lo svolgimento di uno spettacolo: il rapidissimo cambio d’abito. In questo caso, a cavallo tra la fine della seconda scena e l’inizio della terza del primo atto (circa due minuti in totale), occorre che abbandoni – letteralmente – i panni da soldato romano per vestire quelli da Gallo servitore e accompagnatore della sacerdotessa Norma. La trasformazione comporta una sostituzione di corazza (da quella possente e ben stringata di colore nero a una più leggera e anatomica dalle tinte bronzee) e di acconciatura (dal semplice elmo alla parrucca ricca di piccole trecce variopinte). Posso confessare senza indugio che, in tutte le date di recita, questo momento è stato sempre quello più arduo e affannoso: fortunatamente l’esperienza decennale posta sulle mie spalle, contornata di vere e proprie peripezie logistiche all’interno delle coreografie, mi ha avvantaggiato – soprattutto – nel controllo dell’ansia, dettata dal limitatissimo lasso di tempo disponibile.


L’orchestra consacra con una melodia solenne l’ingresso in scena della protagonista, accolta dal popolo gremito di sacerdotesse, druidi e vestali della Gallia. Tutto il boccascena si tinge del bianco delle loro vesti, magistralmente rese luminescenti dalle luci pallide poste all’altezza delle quinte centrali: quest’imperturbabile purezza viene – in un certo qual modo – macchiata solo dal viola e l’oro dell’abito di Norma e dalle tonalità calde delle armature e parrucche di noi figuranti. La sola mansione di accompagnatori della druidessa non è sufficiente a dare corpo al genio creativo del regista toscano: difatti, esattamente prima d’intonare l’appassionante assolo della quarta scena, Norma assopisce con un incantesimo i giovani e aitanti guerrieri suoi portantini. Il sonno incantato svanisce lentamente allo squillare delle trombe, permettendo una piccola posa coordinata in sincrono con alcuni componenti del coro: si tratta di un’ennesima citazione artistica, in particolar modo scultorea, vale a dire la celeberrima Pietà michelangiolesca. Una volta risvegliatisi completamente, i soldati Galli riconducono il carro della sacerdotessa verso il fondale della scena, seguiti – come in processione – da tutti gli altri personaggi: le capacità interpretative degli attori sono rese manifeste anche in questa sortita, giacché è doveroso simulare l’azione faticosissima di trascinamento, sebbene sia compiuta in realtà da un tirante elettronico nascosto al di sotto del palcoscenico.
La presenza di figuranti s’interrompe per tutta la restante parte del primo atto, fino a quando, precisamente all’inizio della seconda scena del secondo atto, il coro dei druidi canta della guerra tra Romani e Galli, che sta tormentando la loro terra natia. Federico Tiezzi, consapevole dell’ingente abominio che scatenerebbe la rappresentazione di un tumulto sanguinoso, riesce, attraverso tre scappatoie teatrali efficacissime quanto longeve, a sublimare la drammaticità dell’evento nefasto: in primo luogo fa calare, in direzione della penultima quinta, un fondale bianco di tulle trasparentissimo; lo illumina di taglio con luci poste a creare un effetto da teatro delle ombre cinesi e, soprattutto, impone ai figuranti di simulare una veemente battaglia in modalità estremamente rallentata. Con la dipartita di Oroveso (entrato in scena poco dopo le prime battute del coro) e dei sacerdoti cala uno dei bellissimi sipari di Mario Schifano e i mimi, fino a pochi istanti prima nemici assettati di giustizia e vendetta, ritornano a essere i compagni d’avventura di questa spettacolare messinscena dell’opera belliniana.
A questo punto, il diario di bordo della mia esperienza da figurante può annoverare un ultimo ingresso in scena, che forse si potrebbe considerare il più eclatante e anche il più espressivo.

foto di Rocco Casluci
Si tratta del luttuoso finale dell’opera, in cui, in concomitanza col suicidio della protagonista, viene osannato il potere conquistatore di Roma che, come in tutti gli episodi di dominazione impressi nelle pagine del tempo e della storia, ha soggiogato il popolo invaso: un’enorme scultura marmorea a forma di testa d’eroe guerriero, appartenente alla tradizione classica di estrazione latina, irrompe sul fondo del palcoscenico trainata da sette soldati Galli che, esanimi, stramazzano in terra assumendo delle pose di atroce sofferenza. Il sipario calante, questa volta, è di finissimo raso color oro, atto a esaltare al meglio la successiva luce rossa che invade tutto il boccascena e lascia spazio, nell’immaginazione del pubblico stupefatto, alla figurazione delle fiamme in cui la druidessa Norma ha gettato le sue membra e il suo amore.

Marco Argentina

domenica 3 giugno 2012

Un’astuta civettuola nella cerulea corte del Bey dall’Algeri

di Enrico RosolinoTrionfo del Rossini buffo al teatro Comunale di Bologna; e in arrivo un dvd dell’Opera in collaborazione con la Rai.

Con la rossiniana L’Italiana in Algeri l’ente lirico comunale bolognese vince un grandioso terno al lotto. Anche all’ultima replica, il 19 maggio 2012, platea, palchi e loggione sono gremiti. Dopo un addolorato, quanto debito ricordo di Melissa, la fanciulla vittima dello spaventoso attentato esplosivo avvenuto dinnanzi al liceo professionale Morvillo - Falcone di Brindisi a cui ha fatto seguito un lungo e commosso minuto di silenzio, la gentil opera di Rossini ha preso il la.


Teoricamente la bellezza di questo dramma giocoso in due atti su libretto di Angelo Anelli, rappresentato la prima volta a Venezia nel maggio del 1813, si dipana sinuosa già dalla scintillante e notissima ouverture in un cosmo splendente di arie, cavatine, duetti e terzetti singolarissimi nei temi ma soprattutto negli ironici doppi sensi. L’orchestrazione, affabilmente orientaleggiante nei fiati e nelle percussioni, ricompone le fila del fare occidentale con un gioco tipicamente settecentesco d’archi, incisivi anche quando lievemente patetici. Il cembalo si diletta nell’accompagnare i recitativi secchi, questi ultimi, ponti argutissimi di congiunzione tra uno sberleffo e un momento semiserio. Codesto lavoro di Rossini, e lo si comprende già da queste poche annotazioni tecniche, val di per sé un ovazione. Se però questi intelligenti schemi ed orientamenti musicali vengono accompagnati, come in questo caso, da ottimi interpreti di solida formazione nel repertorio rossiniano, “strampalati” riuscitissimi movimenti di scena (figli di un attenta e consapevole regia) e mirabili costumi, scenografie e luci, ebbene, si potrà dire che si è assistito ad una straordinaria opera nell’opera.


Il pubblico ha goduto nel lasciarsi deliziare dal tenore d’origine cinese Yijie Shi nel ruolo dell’italiano Lindoro- prigioniero e schiavo del Bey d’Algeri -. Questi ha dato sfoggio di una vocalità controllata e limpida - quasi fosse quella di un adolescente dalla voce bianca - e di una perfetta dizione protrattasi e negli acuti e nei sapienti sottovoce. Una voce maschile la sua vellutata e giovanile perfettamente aderente al ruolo del giovane innamorato che deve ammaliare cantando la nota, attesissima cavatina“Languir per una bella”.


La mezzo soprano Marianna Pizzolato, dal canto suo, è stata un’ Isabella di impeccabile perizia tecnica: con il suo protendere il collo verso l’alto onde dar aria alle note e alle corde vocali ella è riuscita a infondere intorno chiarissime e meticolose infiorettature oltreché puntuali pronunce di ogni singolo importantissimo verso cantato e non. La si è ammirata quale maliziosa, corpulenta e avvenentissima gatta morta, quasi una Marina la Rosa del settecento, miagolare fascinosamente al Bey ormai inebetito, e si goduto nel vederla sgambettare leggiadra e leziosa- tra uno sguardo languido e un sospiretto - con tanto di smeraldineo ombrellino parasole come una aggraziata Biancaneve e seguita a ruota da un lungo stuolo di veneranti eunuchi (gli uomini del coro in questa sede assolutamente degni di mille lodi) come fossero sette e più nani del bosco dagli atteggiamenti coreutici. Insomma la Pizzolato regala un’interpretazione calzante e ammiccante insieme e condisce il tutto, al termine dell’ultimo atto, con un pizzico di sano spirito emancipatorio.


 La soprano Anna Maria Sarra nel ruolo di Elvira, moglie legittima del Bey, affronta la scena saggiamente mescolando ad un estremizzato e raffinatissimo canto vittimista una buona dose di irritante petulanza sottolineata da una squillante intonatura. Ad Haly –capo dei corsari del Bay- nell’interpretazione del basso baritono Clemente Antonio Daliotti è riservata una psicologia dalla mascolinità cameratesca e ligia agli ordini del suo capo; la voce è forte e la dizione è definita tuttavia la sua figura appare, alle volte, vagamente burattinesca.


Dulcis in fundo risplendono abbaglianti, Mustafà Bey di Algeria nell’interpretazione del basso Michele Pertusi e il signor Taddeo - spasimante di Isabella che si finge suo zio – in quella del baritono Paolo Bordogna. Pertusi con la sua imponenza fisica e vocale riempie la scena intera, ma ciò non lo connota come un individuo minaccioso, per tutta l’opera infatti l’augusto signore vien fatto passar da tutti i suoi comprimari come un bambinone capriccioso e credulone. Il signor Taddeo tra un accaduto ed un altro invece, pur cercando d’esser sempre sicuro e coraggioso, rivela una verve ilare e comicissima allorquando giungendo in un vago stato di confusione mentale si perde in tra mille lazzi. Il suo gesticolare allusivo alla paura d’esser castrato o impalato lo rende agli occhi del pubblico tenero ed amabile. Ma è nel finale del secondo atto che quest’ultimi due impagabili cantanti, seduti l’uno accanto all’altro su due seggioloni da bambini, danno il meglio della loro finissima arte: indelebili sono i loro scambi di battute con intonazioni foniche emule degli Stanlio e Olio del cinema tra il canto di un verso e l’atro-entrambi son gabbati da Isabella e Lindoro che quatti metto in atto la loro fuga da Algeri.


Francesco Esposito (che ha alle spalle una solida formazione registica al fianco di pezzi da novanta come Ronconi, Lavia e Fo) ha curato, oltre all’eccellente regia sempre in bilico tra divertissement e ossequioso rispetto delle fonti storiche in merito a proprietà occidentali dell’opera e turcherie di maniera, anche i costumi. Le fogge simmetriche e lievi di abiti e copri capi, fulgidi di colori pastello e diamante, richiamavano alla mente le atmosfere orientaleggianti di alcuni personaggi dell’Aladdin di Disney: per fare un puntuale esempio le fasce al seno e i pantaloni alla turca, di color turchese con applicazioni in oro, indossati dalle due valenti danzatrici del ventre - che riempivano con la loro bella e importante presenza la scena in molti passaggi di entrambi gli atti - assomigliavano molto agli abiti della bella principessa Jasmine, protagonista femminile della pellicola.


Non meno degni di plauso i sofisticati giochi di luce curati da Andrea Oliva. Sulle luci primarie del proscenio, a cui è dato il chiaro compito di connotare psicologicamente la scena - splendida l’idea del blu cobalto a cui si amalgamano mille bolle di sapone soffiate dagli eunuchi per la scena della preparazione di Isabella all’interno del bagno turco, mentre ella canta Per colui che adoro - si assommano gli iridescenti colori di un cielo baluginante che impreziosisce il fondo scena.


Infine va a Nicola Rubertelli l’onore d’aver creato delle indovinate scenografie: in esse i sensuali quadri del neoclassico pittore francese Jean Auguste Dominique Ingres  - la bagnante di Valpinçon (che appare come spiata, all’interno di un riquadro a forma di toppa), il bagno turco e la grande Odalisca (vero leitmotiv iconografico dell’intero allestimento e riprodotta sul lungo telo nero che a funto da sipario) - si compenetravano fieramente e senza alcuna discontinuità con l’imponente arena a gradoni che - sempre grazie al lavorio costante delle luci - appariva ora celeste ora arancione richiamando alla mente una piscina, un bagno turco, un cortile interno un harem un arenile.


In questo luogo stabile ma tanto cangiante venivano issate le doppie vele del galeone italiano arenato e anche alcune cordate di abiti maschili all’occidentale stesi e irrigiditi dalla salinità del mare da cui sembravano esser stati raccolti dopo il naufragio. Tutti i personaggi si trovavano dalla loro, poi, tutta un ingegnosa e settecentesca ornamentazione composta da trasparenti tendaggi, e separé traforati (molto tipici degli idealizzati ambienti arabi) da cui potevano, all’occasione, spiare senz’essere veduti.

Il pubblico impazzisce di soddisfazione sovente, e lo da a sentire; accade con gli scroscianti applausi alla stretta finale del primo atto “Va sossopra il mio cervello” in essa gli eccentrici suoni onomatopeici (ta ta, cra cra, bum bum, din din) ripetuti, nel cantato, a elevatissima velocità formano un magma sonoro di sorprendente difficoltà tecnica, gli interpreti però gestiscono un tale frastuono rossiniano delle voci - in cui si dee perdere la percezione dei singoli versi -accentuando e dunque facendo restare vivi e chiaramente percepibili gli allegri suoni onomatopeici.


Questa meticolosità ci piace! Il tutto, poi, è guarnito da una piccola battaglia pugnata a suon di candida biancheria intima da uomo e donna che i personaggi si lanciano infantilmente tra loro. O ancora l’ovazione meritatissima, al quartetto di chiusura della scena quinta del primo atto “Sento un fremito un fuoco un dispetto” in cui alle buffe movenze dispettose e irriverenti dei tre stranieri -Isabella, Taddeo e Lindoro - si contrappone la voce grossa e il piglio comandino di un Mustafà che però appare, in definitiva, più rassomigliante ad un innocuo burbero papà che ad un Bey vecchio stile. Ha proprio ragione Rossini, quando fa dir in conclusione d’opera a tutti i suoi personaggi (Isabella consapevole e compresa) “La bella Italiana venuta in Ageri, insegna agli amanti gelosi ed alteri che a tutti la Donna, se vuole, la fa.” mai verso risulta più appropriato.


Questa Italiana ha colto nel segno e ha rapito il cuore di tutti coloro che riempivano il golfo mistico. Oggi come ieri si conferma quale amabile e stuzzicante evergreen operistico dunque assolutamente degno del dvd che la Rai (dopo le riprese effettuate nei giorni scorsi) sembra intenzionata a confezionare.